domenica, Maggio 16

Spagna: rischio Partito della Nazione

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Uno dei commenti più degni di nota rispetto agli ancora incerti risultati delle elezioni politiche in Spagna è quello del filosofo Massimo Cacciari. «Il voto spagnolo conferma la crisi storica delle formazioni politiche tradizionali europee, presente in tutti i Paesi», risponde a ‘La Stampa’ l’ex sindaco di Venezia. «Questo voto denota ancora una volta una crisi strategica delle culture politiche europee tradizionali», aggiunge Cacciari che, poi, lanciandosi in un parallelismo con il nostro Paese, ammette che «in Italia questa crisi sarebbe stata anche più rovinosa che negli altri Paesi. E, di fatto, il Pd è una grande coalizione tra resti socialdemocratici e resti democristiani». Stesso destino che potrebbe toccare in sorte ai cugini spagnoli, i ‘vecchi’ Popolari e Socialisti, costretti forse a dar vita a una Grande Coalizione per mettere un argine all’espansione apparentemente inarrestabile dei ‘giovani’ movimenti antisistema. Non perde occasione di farsi pubblicità, come manierismo renzista comanda, la chiacchieratissima Maria Elena Boschi che, ad urne ancora calde, ieri twittava: «Mai come stasera è chiaro quanto sia utile e giusta la nostra legge elettorale #italicum». Concetto ribadito oggi da ‘papa’ Matteo in persona che commenta: «Sia benedetto l’Italicum».

Occhi foderati di rosso, invece, per il leader (?) di Sinistra Italiana Stefano Fassina per il quale il trionfo di Podemos rappresenta «la domanda di una radicale correzione di rotta nell’eurozona dominata da austerità e svalutazione del lavoro». Matteo Salvini la butta come sempre in rissa perché l’Europa delle banche continua «a prendere schiaffoni ovunque» mentre in Italia, commenta il leader leghista, «abbiamo uno schiavo pagato da Bruxelles e prima ce ne liberiamo meglio è».

Nonostante le percentuali quasi bulgare con cui la Camera dei deputati ha respinto la mozione di sfiducia grillina contro la ministra delle Riforme Maria Elena Boschi, il caso banche -il cui emblema è diventata Banca Etruria in cui operava la Boschi’s Family– continua a far tremare l’intero sistema bancario e politico del Belpaese. Anche la chiamata alle armi di Raffaele Cantone, considerato la panacea di tutti i mali d’Italia da quelli del Giglio Magico renziano, non ha ancora dispiegato gli effetti mediatici desiderati perché anche per l’ex magistrato campano è terminato l’effetto sorpresa. «Non sono un parafulmine né una foglia di fico, ma un garante», confessa a denti stretti al ‘Corriere della Sera’ il super magistrato il quale ci tiene a precisare che «l’Autorità nazionale anticorruzione non si occupa né si occuperà di banche, così come non farà valutazioni su vicende delle quale si sta occupando l’autorità giudiziaria». Compito dell’Anac, aggiunge Cantone, sarà solo quello di valutare gli arbitrati. Ma nessuno gli crede.

A rinfocolare i sospetti degli italiani ci pensa questa mattina su ‘Libero’ Luigi Di Maio. Con la mozione di sfiducia anti Boschi presentata dal M5S, spiega il gioiellino grillino, «bisognava far emergere l’ ipocrisia del Pd, in conflitto d’ interesse con i suoi elettori, e del ministro, in conflitto d’ interessi con la sua famiglia». Operazione perfettamente riuscita nonostante la bocciatura da parte di Montecitorio. E, infatti, continua Di Maio, la Boschi «deve dimettersi, è un fatto d’opportunità politica e correttezza: suo padre e suo fratello avevano delle responsabilità nel caso Banca Etruria, che ha azzerato i risparmi di 12mila investitori raggirati dalla banca». Ma il vicepresidente della Camera è un fiume in piena contro la natura stessa (toscano-massonico-bancaria) del renzismo. «Vorrei fare un appello al premier: renda trasparenti i bilanci delle sue fondazioni», accusa il pentastellato, «non vorrei scoprire che tra i titolari dei 90 milioni di fidi concessi da Banca Etruria figurassero finanziatori di Open, Big Bang o della Leopolda». Il dito di Di Maio resta puntato sulle misteriose corrispondenze tra i clan dei toscani perché, aggiunge, «abbiamo sempre supposto che lo stretto rapporto tra Renzi e la Boschi si fondasse su una grande fiducia personale; comincio a pensare che ci siano anche risvolti economici. Renzi non può scaricarla perché se cade lei, cade il governo, ci sono troppi interessi in ballo». Ma, conclude Di Maio, al Pd non piacciono le banche, «piacciono i soldi», come dimostrano i casi della «merchant bank che parla italiano di D’Alema» e «l’abbiamo una banca di Fassino».

 

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