martedì, Settembre 28

Spagna: riforma fiscale che penalizza i pensionati field_506ffb1d3dbe2

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Madrid – Il 1 gennaio 2015 è entrata in vigore la nuova riforma fiscale spagnola. Si tratta di una generale riduzione della imposta sui redditi delle persone fisiche, con novità che riguardano la IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Ne parliamo con Jorge Onrubia Fernández, professore presso l’Universidad Complutense de Madrid & FEDEA nonché co-autore dello studio “Valutazione della riforma dell’IRPF 2015-16: Impatto sulla riscossione e sulla distribuzione”.

 

Qual era l’obiettivo della riforma fiscale?

L’obiettivo principale consisteva nel ridurre la pressione fiscale relativa all’IRPEF, che era stata aumentata nel 2012, mediante l’approvazione delle due tariffe complementari (generale e del risparmio) approvate tramite il Real Decreto-Ley 20/2011, al fine di diminuire il deficit pubblico. Come obiettivi secondari, inoltre, si è stabilito di favorire le famiglie con bambini e con disabili, così come i lavoratori con redditi bassi, gli autonomi e i pensionati.

Quanto cesserà di percepire lo Stato?

Secondo le stime della FEDEA, nel 2015, circa 5.100 milioni di Euro, e nel 2016, circa 1.400 milioni. In termini di percentuali, queste cifre costituiscono una diminuzione del gettito statale dall’IRPF pari al 14,52% nella prima fase e al 18,78% una volta completata la riforma nel 2016.

Ciononostante, il Governo ha recentemente annunciato (con approvazione del 10 luglio 2015), l’anticipazione al 1 luglio 2015 della riduzione prevista per il 2016 delle due tariffe generale e del risparmio. Il modo di implementare questa riduzione è stato l’approvazione di due nuove tariffe applicabili dal 1 gennaio al 31 dicembre 2015, che raccoglierebbero gli effetti di tale anticipo. In mancanza di un’analisi sulle nuove tariffe approvate, con i calcoli effettuati dalla FEDEA, ciò dovrebbe costituire un anticipo del costo di riscossione approssimativo della metà dei 1.400 milioni previsti per il 2016, ossia, di 700 milioni.

Chi viene beneficiato e chi danneggiato dalla riforma e perché?

In media, i contribuenti pagano meno in seguito alla riforma. E i guadagni netti sono maggiori, in termini di percentuali di riduzione della quota impositiva finale, per i gruppi con reddito inferiore. Ciononostante, un 5,2% dei contribuenti verrà danneggiato dalla riforma, dopo la sua applicazione del 2015 e del 2016. Ciò si deve al fatto che tali contribuenti, circa un milione, saranno colpiti da modifiche normative specifiche (come il calo delle percentuali di riduzione di redditi irregolari dal 40% al 30%, piccoli risparmiatori i cui dividendi non arrivavano a 1.500 Euro e, di conseguenza, non versavano imposte, oppure da alcuni cambiamenti nei limiti dell’apporto a piani di pensione, tra le altre misure). Ciononostante, la maggior parte di queste “categorie perdenti” della riforma vede aumentata la propria quota imponibile finale tra il 2014 e il 2016 per quantità piuttosto ridotte in Euro (da 46 Euro in media per i contribuenti colpiti del primo decile, a 387 per quelli del nono decile e a 1.143 per quelli del decimo decile). In questi casi, tali trattamenti normativi particolari non compensano la riduzione dei tassi marginali che riguarda la totalità dei contribuenti.

Per quanto concerne i collettivi più favoriti, la riforma incoraggia specialmente le famiglie con diversi figli e i disabili, ma non i pensionati. Beneficia inoltre coloro che ottengono la maggior parte del proprio reddito dal risparmio. La spiegazione di questo risultato ha a che fare con il calo dei tassi marginali di risparmio, a causa dell’eliminazione della tariffa complementare che grava sui redditi del risparmio, il cui aumento nel 2012, era stato relativamente superiore. Per tale motivo la riforma riguarda in maggior misura i contribuenti il cui reddito tassabile complessivo sia in gran parte costituito da redditi provenienti dal risparmio. Bisogna considerare, inoltre, che per questi contribuenti, la soppressione dell’esenzione parziale dei 1.500 primi Euro dei dividendi aveva, in genere, un’importanza limitata.

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