mercoledì, Giugno 23

Spagna: Pablo è vivo! Podemos si vedrà Podemos, dall'emergere alla Complutense, fino al ritorno alle origini che lo attende dopo l'abbandono del suo leader, quel Pablo Iglesias sul quale si appuntano aspettative e domande che attendono risposte. Intervista con Jorge Resina, docente di Scienze Politiche nella famosa Università che ha plasmato i fondatori del partito

0

La vittoria della destra, estesa fino al quasi ‘monopolio’ del Parlamento regionale spartito tra Partido Popular (PP) e Vox, e il terremoto in casa di Podemos, con l’abbandono della politica attiva da parte del suo fondatore e leader Pablo Iglesias, sono i fatti salienti delle elezioni amministrative per la regione di Madrid dello scorso 4 maggio.

C’è chi parla di un quasi terremoto che ha scosso la Spagna, tanto che a poche ore dal risultato del voto, il governo spagnolo ha iniziato a ragionare se, ma soprattutto come, riconfigurare la coalizione di governo che aveva in Podemos l’altra metà della mela dei socialisti del PSOE, mentre la destra trionfante nella capitale già preconizzava l’inizio della fine del governo di Pedro Sánchez. E c‘è chi legge il risultato elettorale nell’ottica dell’unicità di Madrid, tanto unica -per essere città della classe estrattiva per eccellenza- da essere una capitale di destra che è un‘eccezione in Europa, ma «ciò che sta accadendo a Madrid ha una proiezione sproporzionata sullo Stato nel suo insieme».

In tutto ciò, che secondo molti segna l’inizio di un’estate caliente, l’uscita di scena di Iglesias, il professore dell’Università Complutense di Madrid prestato alla politica, continua essere il vero grande fatto che ha segnato il voto del 4 maggio.

Jorge Resina, professore di Scienze Politiche e Vice Preside de Calidad y Prácticas Externas della Facoltà di Scienze Politiche e Sociologia dell’Università Complutense di Madrid, attento studioso dei processi di cambiamento sociale e politico in Spagna ma anche in America Latina, è tra gli osservatori più attenti di quanto sta accadendo all’interno di Podemos e del suo ex leader.

Professor Resina, Pablo Iglesias è ‘figlio’ dell’Università Complutense di Madrid, della Facoltà di Scienze Politiche, così come il resto del vertice dei fondatori di Podemos. La Sua Università, e la Facoltà dove insegna Lei, se non sbaglio. Si parla di questa facoltà come di un laboratorio di idee dal quale è sbocciato Podemos.

La Facoltà è un punto di riferimento nella politica spagnola, al di là del suo rapporto con Podemos. Dalle sue aule sono usciti ministri e attori politici che hanno svolto un ruolo chiave nella politica spagnola negli ultimi decenni, alimentando partiti e istituzioni pubbliche. Inoltre, è uno spazio vitale per la discussione politica, lo scambio di idee e la creazione e l’articolazione di movimenti sociali. Se devo evidenziare una caratteristica della Facoltà, è che è intimamente connessa con ciò che accade nella società, è molto sensibile ai cambiamenti, ed è immersa nella realtà, sia da un punto di vista teorico, che da un punto di azione politica. Comprendere questo contesto è essenziale per comprendere l’emergere di Podemos e perché molti dei suoi leader provengono dalla Facoltà di Scienze Politiche e Sociologia dell’UCM. Quando c’è stato il 15M (Ndr: le proteste degli Indignados), nel 2011, la Facoltà era già mobilitata da diversi anni, soprattutto con le marce contro la riforma universitaria (‘Plan Bolonia‘). In quegli anni nascono nuove associazioni studentesche, come Contrapoder, e a livello di docenti e ricercatori viene creata la Promotora, entrambi spazi in cui sono attivi molti di coloro che sarebbero poi diventati membri di Podemos, come Iglesias, Errejón, Monedero, Bescansa o Rita Master. Con l’irruzione degli indignados, queste mobilitazioni sono entrate in una nuova dimensione. Nell’ambiente della Facoltà si è notato che stava per arrivare qualcosa di importante, molti dei suoi membri hanno partecipato a gruppi come Juventud sin Futuro e poi c’è stata una crescente presenza di Iglesias nei media. La Facoltà era scesa in piazza.

E così, l’exploit in pochi mesi di Podemos. Come crede sia stato possibile?

Podemos è stato possibile perché c’era una fortissima esigenza sociale e politica di dare voce a tutte quelle persone che si sentivano escluse dal sistema e che stavano pagando il prezzo della crisi economica che ha colpito duramente la Spagna dal 2011. A questo si aggiunge il fatto che Iglesias è apparso in televisione ed è diventato molto popolare in fretta, grazie al suo modo di esprimersi, di professore universitario, pedagogico e calmo nella forma, ma energico nella sostanza. Molti cittadini si sono sentiti offesi dal sistema e hanno visto in Podemos aria fresca, una forza politica capace di sollevare chiaramente i problemi della gente comune, esprimersi come loro e rompere i tabù che hanno dominato per decenni la politica spagnola. Se Podemos non fosse nato in quel momento, probabilmente sarebbe emersa allora un’altra forza molto simile. Il successo di Iglesias, Bescansa o Errejón è stato proprio saper leggere questa situazione nel momento politico giusto.

Il nuovo modo di fare politica di Podemos, oltre a spezzare il bipartitismo, come si è espresso e come ha cambiato gli altri partiti e la politica spagnola?

Soprattutto, e per la prima volta in molti anni, ha fatto sì che molti dei soliti politici temessero di perdere i loro privilegi, si rendessero conto che erano funzionari eletti e che se non facevano il loro lavoro e i cittadini lo decidevano, avrebbero dovuto tornarsene a casa loro. Ciò portò ad un processo di ripoliticizzazione, non solo sociale, ma anche delle istituzioni, e iniziarono ad essere messi in discussione accordi che fino ad allora erano stati considerati naturali o irreformabili, come la monarchia o il modello territoriale. Ciò ha provocato un forte confronto tra il nuovo e il vecchio, che Podemos ha abilmente classificato come ‘la casta’, con la componente etica peggiorativa che ciò comporta. La tensione politica caratterizzò quel momento, un momento in cui Podemos stava ancora giocando sul confine tra l’istituzionale e l’extra-istituzionale, che le consentì di apparire come attore fondamentale per la trasformazione del sistema politico spagnolo. Il livello di aspettativa sociale creata era così grande che i leader e i partiti tradizionali non ebbero altra scelta che, anche nella forma, mostrare che avevano ricevuto il messaggio ed erano in grado di rinnovarsi. È divertente ricordare la goffaggine con cui alcuni politici tradizionali hanno poi iniziato a utilizzare i social network o ad attuare nuove strategie di comunicazione.

Il passaggio da movimento transversale a movimento di sinistra è stato il grande errore di Podemos?

Più che il passaggio in sé, il problema è stato come il passaggio è stato fatto. Era inevitabile che Podemos si identificasse con un’ideologia e che perdesse alcuni dei suoi sostenitori iniziali, tra i quali c’erano anche elettori di destra. Podemos è stata una forza progressista sin dall’inizio e, quindi, è logico che abbia cercato di unirsi anche ad altre formazioni in campo, come Izquierda Unida o Izquierda Anticapitalista. Anche se il modo per farlo è stato fondamentale, dal momento che Podemos è nato in larga misura per differenziarsi da loro. Soprattutto nel caso di Izquierda Unida, Podemos ha finito per acquisire molti dei suoi vizi e problemi interni. In questo modo, l’organizzazione più orizzontale e decentralizzata dei Círculos (che all’inizio aveva caratterizzato Podemos) è stata gradualmente sostituita da una struttura gerarchica in cui la dirigenza del partito ha concentrato la capacità decisionale. Con ciò si sono concluse anche alcune delle esperienze deliberative più innovative e si è data priorità ai referendum, visti dalla militanza più come una forma di ricatto da parte della dirigenza del partito che come un’opportunità per aprire spazi alla democrazia interna.

In un suo intervento Lei mi pare sostenga che Podemos, come accade ad altri movimenti, non sia stato in grado di esprimere una cultura di governo, che nel momento in cui è entrato nelle istituzioni la sua anima movimentistica non ha retto il colpo. E’ così?

Il passaggio da partito-movimento a partito di Governo è una transizione sempre problematica. Non è qualcosa di esclusivo della Spagna o di Podemos, ma tipico di tutte quelle forze politiche che salgono al potere grazie al sostegno popolare e ai movimenti sociali. Una volta che il partito raggiunge le istituzioni e guadagna posti di governo, si instaura un rapporto complesso, di ‘alienazione’ tra partito e movimenti. La tendenza è che il partito si separa progressivamente dalle sue basi quando entra in contatto con gli spazi del potere e inizia una nuova socializzazione, che il più delle volte include nuovi patti e alleanze con coloro che prima si consideravano nemici. Ciò è visto con sospetto dalla base, che inizia a diffidare del partito, i cui leader vengono considerati sleali per non aver rispettato il programma. A loro volta, i leader richiedono un sostegno incrollabile dai movimenti e le critiche sono viste come aggressioni. Ciò provoca una frattura, soprattutto emotiva, che è molto difficile da riparare. Ci sono Paesi come la Bolivia in cui si è riflettuto molto su queste tensioni e sulla necessità di preservare il ‘governo dei movimenti sociali’. Tuttavia, nella pratica politica non è stato ancora possibile superare questa tensione, in parte perché la natura dei movimenti è solitamente massimalista, mentre quella dei governi è possibilista.

La gran parte degli osservatori spagnoli sostiene che l’abbandono di Iglesias sarebbe stato un sacrificarsi per salvare il partito. Ci spiega perchè?

Iglesias ha fatto un passo di lato perché, come lui stesso ha sottolineato, non aggiunge nulla. Quando Podemos iniziò, Iglesias era un ‘valore’ in crescita e ha trasferito la sua popolarità e la sua buona reputazione al partito. Oggi la sua ‘valutazione’ è molto diversa e corre anche il rischio di finire per sottrarre (NdR: sottrarre peso e reputazione) al partito. Si è generato troppo rumore intorno alla sua figura e questo ha fatto sì che il partito si opacizzasse.
Se Podemos vuole rimanere rilevante, ora deve reinventarsi ed esplorare nuove strategie, cosa molto difficile con Iglesias come leader, il cui ruolo nella prima fase del gioco è stato fondamentale.

Pablo è uscito di scena, ma Pablo è vivo? E che dobbiamo aspettarci da lui? Se dobbiamo aspettarci qualcosa. E lo spirito del 2014 che fine ha fatto nella nuova Spagna post-Covid?

Che Iglesias abbandoni la prima linea di politica istituzionale non significa che abbandoni la politica. Probabilmente continuerà ad avere un ruolo influente in alcuni settori, ma ora da altri spazi, come i media e i circoli universitari e accademici. Questo permetterà a Iglesias di sentirsi più libero e probabilmente più a suo agio, senza legami istituzionali. Anche se la grande domanda è quale sarà il suo rapporto con il partito che ha fondato. In generale, leadership forti vivono male la successione e, a volte, sembrano più avversari che leader storici del partito (c’è, ad esempio, il caso di Felipe González con il Psoe). Tutto dipenderà da come Iglesias gestirà la situazione. Nella misura in cui eviterà la politica e la sua partecipazione a Podemos sarà orientata più ad essere un riferimento intellettuale e culturale della sinistra, piuttosto che continuare in posizioni organiche, realizzerà un rapporto sano. Altrimenti è possibile che questo rapporto finisca per nuocere al rinnovamento del partito.

Ecco, guardiamo al ‘dopo’. Podemos che sarà dopo Iglesias? Riuscirà spogliarsi dell’anima movimentistica e indossare gli abiti di una forza di governo? E: se ci riuscisse, che Podemos sarebbe?

Tutto indica che la seconda tappa di Podemos deve fare da contrappunto alla prima. In altre parole, una leadership singolare e maschile deve essere seguita da una di gruppo e femminile. Se Podemos vuole rinnovarsi, il cambiamento non passa solo attraverso un cambio nominale, da un leader all’altro, ma attraverso una vera e propria trasformazione, che recuperi anche alcune delle aspettative sorte quando è stato creato. Parte del suo successo iniziale era la promessa di introdurre nuove pratiche politiche e una nuova gestione della politica. Nella misura in cui ciò non è stato soddisfatto, Podemos stava perdendo supporto. Se ora vuole recuperare e reispirare come ha fatto nel 2014, deve tornare a quelle origini, ma con la differenza che le parole non sono più valide, bensì i fatti determineranno il livello di successo. Sarà molto importante che questo processo sia autonomo, che basi e sostenitori riprendano il potere. Se i potenziali elettori continuano a percepire che le posizioni vengono nominate dall’alto e poi convalidate da quelle inferiori, anche se il cambiamento si presenta come una leadership femminile e corale, non sarà credibile. Il cambiamento deve essere autentico o non sarà.

L’uscita di scena di Iglesias e la crisi e, forse, riorganizzazione di Podemos, secondo alcuni, favorirà il ricompattamento della sinistra ma anche della destra. Condivide? E perchè avrebbe questa funzione? Ciò vorrebbe dire che Pablo prima ha spezzato il bipartitismo e ora lo ha fatto rinascere dalle ceneri?

Una cosa è che ci siano alleanze politiche e che, d’ora in poi, ci abituiamo ai governi di coalizione, e un’altra che torniamo a un sistema bipartitico. Oltre a Podemos, ci sono altre forze che si stanno consolidando sulla scena politica spagnola, come l’estrema destra con Vox, o che hanno un futuro promettente, come il progetto che potrebbe finalmente emergere da Más Madrid, volto a creare una specie di partito verde in Spagna. In tal senso, sembra che il successo di Podemos sia garantito, almeno per qualche anno. Inoltre, anche gli stessi partiti tradizionali (PP e PSOE) sono in un processo di ricambio generazionale che va oltre a una questione di età, e che sono stati costretti a includere aspetti dei nuovi partiti, come è successo al PSOE con le primarie aperte ai militanti che hanno portato Pedro Sánchez a guidare il partito contro l’opzione dell’apparato (Susana Díaz). È anche probabile che nei prossimi anni in Spagna i partiti territoriali avranno un ruolo crescente, che può essere fondamentale nella politica delle alleanze parlamentari in vista dell’insediamento del governo.

Come Podemos, in Italia è in crisi il Movimento 5 Stelle, anche questa una realtà che è passata dalla protesta al governo e ora è in crisi profonda anche di idee, oltre che di credibilità. Quali parallelismi si sente di fare? E a quali conclusioni comuni possiamo arrivare?

Sono due formazioni molto diverse, ma sono emerse in un momento molto simile. Entrambi irruppero al momento giusto e incanalarono l’indignazione di molti cittadini che si sentivano non solo abbandonati dai partiti esistenti, ma anche ingannati dal sistema. Hanno fornito una finestra di aria fresca e generato speranza in un momento in cui le persone avevano bisogno di illudersi. Condividevano una certa trasversalità, una struttura organizzativa più orizzontale e la strategia di includere nelle loro liste persone comuni, sconosciute nel mondo politico. Hanno anche gestito eccezionalmente significati fluttuanti, adattando i significati allo slancio politico, e sono stati guidati da leadership carismatiche. Queste somiglianze hanno avuto un effetto simile: entrambe le formazioni hanno suscitato un livello di aspettative così alto che è stato facile per loro non essere all’altezza di soddisfarle e che, presto, si è trasformato in frustrazione per molti cittadini, come alla fine è accaduto. Il passaggio dalla strada alla politica istituzionale ha avuto questo effetto, facendo percepire a molti, in entrambi i casi, che i partiti erano invecchiati rapidamente. Tuttavia, a parte questo, tutto è diverso tra i due: né il sistema partitico è lo stesso, né la struttura organizzativa di Podemos e M5S sono uguali, né condividono strategie politiche e, nemmeno, si può dire che partono dalle stesse tradizioni e approcci ideologici.

Considera che il Covid-19 sia stato un fatto che ha sconvolto e rimodellato il panorama politico europeo? E: nel post-Covid dobbiamo ritenere che non vi sia uno spazio significativo per i movimenti?

Sì. Covid-19 ha trasformato tutti gli ambiti della nostra vita e, ovviamente, anche quello politico. È probabile che non saremo ancora in grado di stimare l’entità dei cambiamenti o cosa significheranno in termini politici. Sebbene alcune delle cose accadute durante questo primo anno di pandemia siano abbastanza preoccupanti, soprattutto nei primi mesi, quando il lavoro parlamentare è stato praticamente sospeso, sono state applicate restrizioni sui diritti fondamentali e teorie del complotto e fake news sono emerse in modo incontrollabile. Questi precedenti ci costringono a essere vigili e salvaguardare e tutelare i diritti, soprattutto quelli che possono essere sempre più scomodi al potere, legati all’esercizio della protesta sociale. Un altro aspetto molto rilevante è legato al fatto che il modo in cui affrontiamo ‘dannati problemi’, come una pandemia, non implica l’annientamento della politica, né negando i conflitti (il politico) attraverso la tecnocrazia, né negando la possibilità del consenso (politica), come incoraggia l’estrema destra. 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->