lunedì, Ottobre 18

Spagna, l'Olanda del Sud L'assenza di legislazione ed il proliferare dei Cannabis Social Club

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Barcellona – Sono sempre più popolari ed in costante crescita su tutto il territorio spagnolo i cosidetti ‘cannabis social club‘ (CSC), organizzazioni non governative per la produzione e distribuzione della cannabis e dei suoi derivati. È difficile stabilire quanti siano in realtà, perchè non esiste un registro ufficiale, ma si stima che in territorio iberico, dal 2002, ne siano stati aperti circa settecento.

Questa proliferazione nasce da un ‘buco’ legislativo, e si basa sul fatto che nella legislazione spagnola il consumo di sostanze illecite non è mai stato considerato reato. Per poter accedere a uno di questi club, è necessario fare richiesta di una tessera associativa, che permette l’accesso al club (solo a quello in cui la persona è iscritta. L’unica condizione per poter richiedere la tessera in qualsiasi club è quella di essere maggiorenne. L’accesso ai CSC non è permesso solo a chi ha bisogno di cannabis per uso terapeutico, ma anche a tutte quelle persone che vogliano farne un uso ‘recreativo’.

I CSC si occupano direttamente della produzione di marijuana, nella quantità necessaria per poter soddisfare la domanda dei propri membri. Nel caso in cui producessero quantità superiori alle necessità degli iscritti al club, ciò verrebbe considerato traffico illegale. Gli iscritti ai CSC, secondo le stime di Martín Barriuso, presidente della Federazione Associazioni di Cannabis, sono circa 250 mila dei 3 milioni di fumatori di cannabis in Spagna. In terra iberica, infatti, il 17% dei giovani tra i 15 e 34 anni ha fumato questa sostanza almeno una volta nell’ultimo anno.

I CSC, che legalmente vengono considerate associazioni senza animo di lucro, sostengono di essere associazioni di persone che utilizzano marijuana e che si organizzano tra loro per non dover ricorrere al mercato nero. Si vantano del fatto che, dal 2002 ad oggi, hanno permesso che varie migliaia di persone smettano di finanziare il mercato nero e conoscano la qualità e l’origine di ciò che consumano generando, inoltre, posti di lavoro e pagando le tasse.

I presupposti legali per la fondazione di questi club si trovano in una convenzione firmata tra Spagna e ONU nel 1976 (Convenzione unica sugli stupefacenti), dalla quale nasce la Legge sugli stupefacenti del 1977, in cui si specifica che il possesso di sostanze illecite è permesso solo per scopi medici o scientifici. Questa legge, però, prevede solamente il sequestro di sostanze illecite, senza alcun tipo di sanzione. Nel 1973, nel Codice Penale viene incorporato il reato di ‘traffico di droghe’, ma già l’anno seguente il Tribunale Supremo emana una sentenza secondo la quale il consumo personale non può essere considerato reato. Diverse sentenze, più tardi, confermeranno questa posizione del Tribunale Supremo, ma ciò non porterà mai ad una regolazione della produzione destinata al consumo personale.

Nel caso della cannabis, esistono indicazioni delle quantità massime che possono essere possedute, ma da nessuna parte è specificato il numero di piante che è possibile coltivare per uso personale. Ciò porta, molto spesso, a intervenzioni della polizia, e a denunce che in tutti i casi finiscono come archiviate oppure con una assoluzione. La pena per il traffico di cannabis, invece, è di 3 anni di carcere. Per il traffico aggravato (organizzato, in grandi quantità, vendita a minorenni) è prevista una pena fino a 9 anni.

Secondo la Legge organica per la Sicurezza dei Cittadini del 1992, per il consumo di cannabis in luoghi pubblici è prevista una multa dai 300 ai 30 mila euro, che può venire sospesa nel caso in cui il soggetto sia disponibile a sottoporsi ad un trattamento di ‘disabituazione’. Si stima che questo sia il motivo per cui il 75% delle persone si sottopone a trattamenti contro la dipendenza da cannabis.

La base per la costituzione dei CSC è una corrispondenza, nel 1993, tra ARSCE, una associazione di Barcellona, ed il Pubblico Ministero responsabile per le droghe in Catalogna. L’associazione inviò una lettera al PM chiedendo se coltivare cannabis destinato all’utilizzo privato di un gruppo di persone adulte fosse reato. La risposta è stata che, in principio, non si trattava di una condotta criminale. L’associazione creò una piantagione per approvvigionare circa 100 persone, e lo fece sapere pubblicamente attraverso i media. Vennero denunciati, ma anche assolti. Seguendo l’esempio di ARSCE, qualche anno più tardi un’associazione nei Paesi Baschi creò una piantagione con 600 piante di cannabis, per approvvigionare circa 200 persone.

È stato, all’inizio del 2000, che il Governo Autonomico dell’Andalusia ha commissionato un rapporto generale sulla droga nella regione, e sulla compatibilità tra leggi regionali e quelle nazionali. Gli autori, Juan Muñoz e Susana Soto, hanno analizzato molto dettagliatamente anche i presupposti legali per i CSC, concludendo che «quest’iniziativa potrebbe rientrare nel nostro Ordinamento Giuridico solamente se configurata come un progetto riferito alla creazione di centri non aperti ad un pubblico indiscriminato, ma con accesso ristretto a fumatori di hashish e marijuana», specificando in questi luoghi ci sarebbe «l’esigenza, come misura di sicurezza, per il controllo dell’accesso, la condizione di essere consumatore abituale». In questo caso, dicono gli autori, «sarebbero luoghi di consumo privato tra consumatori abituali, in cui potrebbe essere permessa la vendita e consumazione di quantità che non superino il limite del consumo normale». Nel rapporto specificano, inoltre, che «in questi luoghi non sarebbe permesso il traffico di cannabis» e che «la quantità di cannabis comperata dovrebbe sempre essere consumata all’interno del locale». Non essendoci una legislazione chiara a livello nazionale, le associazioni hanno preso per buono questo rapporto del Governo Autonomico dell’Andalusia.

Negli ultimi anni la proliferazione dei CSC è avvenuta in maniera vertiginosa, tanto che la FAC (Federazione Associazioni Cannabiche) ha dovuto pubblicare un manuale, “Come creare un club di cannabis“. Nei Paesi Baschi ce n’è un’ottantina, con circa 10 mila soci, ed il parlamento autonomico basco ha messo in marcia un’iniziativa per approvare una legge che regoli l’attività dei CSC, in modo tale da porre fine all’insicurezza giuridica in cui operano.

Ma il boom vero e proprio è avvenuto in Catalogna, dove al momento ci sono oltre 400 club, con circa 165 mila iscritti (dati FEDCAC – Federazione Associazioni Cannabiche Autoregolate della Catalogna). Tutto ciò accade perchè aprire un CSC è estremamente semplice: è necessario costituire una associazione, approvare uno statuto e comunicarlo al Comune. A metà giugno, però, il Comune di Barcellona ha emanato un’ordinanza che proibisce la creazione di ulteriori CSC in città. Il motivo? Sono troppi. E, trattandosi di associazioni di ‘consumatori abituali’, dovrebbero essere rivolti solamente ad una ‘clientela’ fissa, ma da qualche tempo è nato un vero e proprio mercato turistico legato alla cannabis. È stato registrato, nell’ultimo anno, un flusso sempre più grande di turisti il cui motivo principale per venire a Barcellona è quello di andare ai CSC. Per farli accedere ai locali, a a queste persone viene fatta la tessera d’iscrizione al momento, ed in questo modo possono comperare la droga leggera che stanno cercando. Un mercato che sta superando il limite dell’autoconsumo. Per evitarlo, il Comune, oltre al veto sulla creazione di nuove associazioni, ha annunciato un controllo intenso su quelle esistenti nei prossimi mesi.

Il Comune, in assenza di una legislazione chiara, parla di ‘alegalità‘. Pochi giorni prima del divieto a creare nuovi CSC, il quotidiano ‘La Vanguardia’ scriveva che «Barcellona è la nuova Amsterdam» ed ‘El País’ la definiva «Olanda del Sud».

 

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