martedì, Giugno 15

Spagna: le pensioni, il grande problema di Rajoy Il quadro di quanto sta accadendo nelle piazze spagnole con Cristobal Raez, portavoce di COESPE e l’analisi del problema con l’economista Santos Ruesga

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Nel caso della Spagna, il progressivo invecchiamento della popolazione è una inquietudine da tempo al centro del dibattito. I due ultimi governi già sono stati costretti a fare delle riforme nel sistema per garantire la sua futura sostenibilità. Queste riforme intervenivano soltanto sui costi, in cambio di un progressivo peggioramento delle condizioni. Il socialista José Luis Rodríguez Zapatero nel 2011 slegava l’equiparazione che esisteva dal 1995 della crescita annuale delle pensioni all’ Indice dei prezzi al consumo (IPC); Due anni dopo, l’attuale Premier conservatore, Mariano Rajoy, introduceva un ‘fattore di sostenibilità’, come vi è in altri paesi d’Europa, che calcola le pensioni secondo le statistiche sulla speranza di vita. Finalmente, negli ultimi cinque anni, c’è stato un congelamento dell’aumento annuale delle pensioni al minimo legale di 0,25%, che resta potere d’acquisto. Tutte queste riforme, hanno determinato molte critiche, tra quelle l’intervento dell’ OCSE, che ha avvisato al governo che, con questa progressione, le pensioni soffriranno d’una svalutazione in lungo termine fino al 40%.

Solo negli ultimi mesi si sono imposte proposte di massa, convocate dalle organizzazioni dei pensionati, associate nella Coordinación Estatal por la Defensa del Sistema Público de Pensiones (COESPE), supportata anche dai principali sindacati del Paese.

Queste organizzazioni sono attive in tutta la Spagna ed in maniera molto massiccia da circa un mese e sembra che continueranno a farsi sentire ancora lungo.  Secondo racconta il portavoce, Cristóbal Raez, sono volte all’immediata soppressione delle due riforme qui esposte. A più lungo termine, hanno una lista di proposte  abbastanza ambiziosa che implica un aumento della pensione minima a 1080€ (oggi è poco più di 600), da far pagare alle fasce più alte dei redditi in Spagna.

Sebbene le pensioni monopolizzano il dibattito, coincidono anche con un’altra serie di mobilizzazioni incentrate su problemi similari come la precarietà del lavoro, l’uguaglianza o la bolla degli affitti. Queste proteste risvegliano il dialogo sociale, riportandolo al centro della scena politica dopo 6 anni durante i quali era stato sparito, con quattro anni di governo a guida del Partido Popular (PP) che, impegnato unicamente sulle misure di austerità, si avvaleva della sua maggioranza parlamentare per impedire qualsiasi consenso o negoziazione con altre forze politiche e rappresentanti sociali, seguiti da quasi un anno senza governo (dic. 2015 – ott. 2016) e, infine, il monotema della crisi in Catalogna.

Alla fine, in maniera repentina questi temi stanno riprendendo importanza e, al meno, si spartiscono l’occhio pubblico con la questione catalana, obbligando ai partiti a parlarne.

Al di là delle richieste più immediate, c’è un dibattito che bisogna affrontare sul sistema delle pensioni. Santos Ruesga, professore di economia all’Universidad Autónoma de Madrid ed esperto di pensioni, ci spiega che “la discussione essenziale è se si è disposti a mantenere un meccanismo con una capacità ridistributiva importante a costo di cercare maggiori introiti per mantenerlo o si non si è disposti e preferiamo mantenere o ridurre lo stipendio pubblico.”

Se la risposta è no, avremo quello sta avvenendo adesso in Spagna, “il Governo cerca di ridurre il deficit del sistema non rivalorizzando le pensioni”, se la situazione persiste “in 25-30 anni la pensione media diminuirà al 40%” come ha rilevato l’OCSE.

L’altra opzione, sempre secondo Ruesga, è “mantenere il potere d’acquisto dei pensionati, per cui bisogna aumentare il finanziamento. Questo deficit si dovrà finanziare in qualche maniera, incrementando il debito pubblico o gli introiti via impositiva”. Questa opzione, dice, è possibile: “nell’anno 2045-2050, gli anni in qui più alto della pressione demografica, ci sarà un costo delle pensioni un poco maggiore del 2% dell’attuale PIL spagnolo”, ma alla fine “se vogliamo farlo o no, è una questione sostanzialmente ideologica”.

Per coprire l’aumento del bilancio si possono trovare varie soluzioni. L’essenziale è aumentare il carico fiscale. Ruesga trova ragionevole modificare la progressività impositiva sul reddito, aumentandola sui profitti delle grandi società e dei lavoratori con stipendi più alti, dove coincide con il portavoce Raez. Inoltre, Ruesga consiglia in più di riavviare le tasse alla proprietà, quasi disattivate oggigiorno, ma con limitazioni che escludano i beni necessari (sostanzialmente abitazione). In questo modo, “i cittadini che non lavorano aiutano a finanziare le pensioni attraverso il loro patrimonio, misura, questa, che darebbe più equità al sistema”.

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