lunedì, Settembre 20

Spagna: l’attentato che cambia le carte in tavola

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Nell’arco di meno di tre giorni, la Spagna è stata scossa da una serie di eventi che la hanno riportata in dietro di oltre quindici anni.
Mercoledì scorso, un appartamento è esploso ad Alcanar: all’interno si stavano preparando esplosivi. Gli investigatori spagnoli, però, non hanno tenuto sufficientemente in considerazione l’accaduto e, giovedì pomeriggio, un furgone si è lanciato sulla folla di turisti che affollavano la Rambla di Barcellona: tredici persone sono rimaste uccise e molti sono stati i feriti. Nella notte tra giovedì e venerdì, infine, gli investigatori spagnoli hanno intercettato a Cambrils, nei pressi di Tarragona, una vettura con cinque persone a bordo: nel conflitto a fuoco che ne è segiuto, i sospetti sono stati abbattuti.

Era dall’attentato esplosivo alla Stazione di Atocha, a Madrid, nel 2004, che la Spagna non veniva colpita da significativi atti di terrorismo e il Paese, che nel frattempo non ha partecipato in alcun modo agli eventi che insanguinano l’area mediorientale, pensava di essere al sicuro: i fatti di Barcellona hanno quindi rappresentato una brusca smentita del senso di sicurezza a cui gli spagnoli, ma non solo loro, si stavano abituando.
Inoltre, la complessa organizzazione dell’attentato apre diversi interrogativi sull’accaduto: se la Spagna non è impiegata su nessun fronte mediorientale, perché è divenuta un obbiettivo? È possibile che dei ‘lupi solitari’ abbiano organizzato un’operazione su scala così vasta? Come mai, a differenza che nei precedenti attentati in Europa del nord, gli attentatori venivano dalle classi medie e non dal sottoproletariato delle periferie più degradate?
Di certo c’è che la Spagna è da tempo al centro dell’attenzione di diversi gruppi terroristici di matrice islamica che inneggiano ad un ritorno ai luoghi della loro storia: una sorta di Reconquista al contrario.

Per tentare di fare chiarezza su questi punti, abbiamo intervistato Marco Lombardi dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (ITSTIME).

L’attentato di Barcellona ha scosso molto l’opinione pubblica anche in virtù del fatto che la Spagna non è direttamente coinvolta negli scenari mediorientali: come mai il Paese è divenuto un obbiettivo?
Questa è una domanda sulla quale stiamo ancora riflettendo tutti.
È vero che la Spagna non è coinvolta negli scenari mediorientali, però una delle tesi più diffuse, che è anche quella che dice “l’Italia non è ancora stata coinvolta negli attentati perché non è così presente negli scacchieri mediorientali come lo sono invece la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, eccetera…”: secondo me questa è una tesi che regge poco. Non voglio dire che la Spagna lo dimostra, però è una tesi che non tiene conto che, in realtà, l’attentato terrorista in Europa non è esclusivamente generato come risposta all’intervento in Siria ed Iraq da parte dell’Occidente. Direi che questa è soprattutto una narrativa che viene venduta: “dobbiamo prendercela con i Kouffards, dobbiamo ammazzare i loro bambini come loro stanno ammazzando i nostri”; questa è soprattutto la narrativa della propaganda di Daesh che serve a mobilitare i propri combattenti, ma non sta nelle ragioni strategiche per cui colpire o non colpire un obiettivo.
Detto questo, la Spagna è assolutamente originale: in questo momento collocata in una propaganda per cui ci si deve andare a riappropriare dei luoghi che appartengono alla tradizione islamica. Non dimentichiamo che la Spagna è stata un centro importante dell’Islam, in passato, e quindi, nell’ottica di rioccupare i luoghi della propria tradizione, la Spagna ci sta benissimo ed è al centro della propaganda più recente.
Oltre a questo, Daesh ormai è un’organizzazione assolutamente diffusa, pervasiva, liquida, che ha bisogno, per continuare a sopravvivere, di attentati che vengano fatti altrove rispetto a una base che non esiste più: le perdite a Raqqa e Mosul, sostanzialmente spingono sempre di più a sostenere attentati in Europa. Non si tratta di colpi di coda: Daesh non è un animale morente. Si tratta di forme di riorganizzazione di un animale che è distribuito in maniera reticolare nel mondo: non sta morendo affatto, però si sta riorganizzando in una catena di controllo che è diversa dalla precedente. Ecco perché è interessante la Spagna e, soprattutto Barcellona, perché si tratta di un attentato che ha forme organizzative molto differenti dai precedenti ed è una sorta di “Atocha 2”, lasciatemi dire: questo per alcune caratteristiche organizzative (abbiamo otto persone coinvolte e non sono poche) e perché, ancora una volta, avviene in un momento elettorale cruciale (stiamo andando verso il referendum catalano sull’indipendenza, che è importante e su cui questo attentato peserà in maniera significativa).
Abbiamo, in Spagna, una presenza di Daesh che puntuale, nel senso che è rara ma estremamente significativa.

La modalità dell’attacco, un furgone lanciato sulla folla, sta diventando sempre più familiare alla cronaca: quali sono le affinità e quali le differenze con gli attentati che abbiamo visto finora in Europa? Si tratta di una scelta legata alla natura di ‘lupi solitari’ dei nuovi attentatori o di una strategia volta a creare sempre maggiore insicurezza nei cittadini europei?
Ormai, l’automobile come arma è una banalità e lo vediamo perché, non solo i Mujaheddin la usano, ma anche la prima persona che perde le staffe, che pensa di aver qualcosa da dire, non trova di meglio che salire sulla sua automobilina e andare a sbattere contro qualcuno. Purtroppo, la propaganda comunicativa di Daesh, da questo punto di vista, è stata più che efficace.
Il punto interessante, però, è che su Barcellona le analogie finiscono qui. Intanto erano due i furgoni noleggiati, poi c’è l’altro furgone con altri cinque attentatori che sono stati eliminati poche ore dopo a Tarragona: quindi c’è sì l’uso dell’automobile, però questo uso è inserito in un contesto organizzativo che sta cambiando, si sta evolvendo, e questo aspetto di pianificazione dell’uso dell’automobile (strumento semplice, efficace che permette di ammazzare con facilità) è un elemento molto interessante.
Parlare di ‘lupi solitari’ è sempre andato molto di moda: ‘lupo solitario’ vuol dire tante cose, ma il ‘lupo solitario’ vero è il disperato che si muove in un contesto di isolamento totale; molto spesso non è stato così, molto spesso sono state due o tre persone che hanno maturato i loro intenti al loro interno, in una forma di solitudine non totale ma relazionale, di solitudine di gruppo. La definizione di ‘lupo solitario’ in senso stretto si attiene poco a molte delle cose che abbiamo visto; in realtà, la domanda più attinente è se gli attentati che abbiamo visto, tra cui quello di Barcellona, nascano all’interno di cellule che sono isolate e, in maniera del tutto autonoma, decidono di utilizzare quegli strumenti e quella tattica rispetto alle strategie di Daesh, oppure se ricevono un ordine, un coordinamento, se hanno, quindi, una funzione diretta di espressione, attraverso l’attentato, di un comando che viene da una base; quindi cellule isolate che applicano indipendentemente dei principi tattici a cui sono state addestrate, oppure cellule che sono il braccio operativo di un cervello che sta altrove.

Le modalità e la coincidenza con altri tentativi di attentati (ad Alcanar e a Cambrils) ha fatto sorgere, in alcuni analisti, il dubbio che ci sia stata una collaborazione tra i seguaci di Daesh e gruppi legati ad al-Qaeda: si tratta di un’ipotesi verosimile?
Certamente c’è una storia di premeditazione dietro a questi attentati.
L’appartamento saltato in aria mercoledì sera era prodromo all’attentato: non sappiamo neanche se quanto è successo in quell’appartamento abbia accelerato la messa in atto dell’attentato; in ogni caso è chiaro che i fatti accaduti a Barcellona, Tarragona e nell’appartamento di Alcanar vadano legati tutti assieme.
Il legame tra al-Quesda e Daesh è possibile. La lettura di una frattura di incomunicabilità, soprattutto sul piano operativo, tra i due gruppi è stata, a mio modo di vedere, più una rottura che è stata promossa dai vertici perché avevano bisogno di ‘confinare’ confinare le proprie aree di potere; a livello operativo, però, questa cosa è molto meno netta: abbiamo già visto, negli attacchi di Parigi, operare fianco a fianco persone addestrate nei capi di al-Qaeda e in quelli di Daesh. Sul piano operativo, quindi, c’è spazio per alleanze molto più forti e trasversali ai gruppi di quello che si possa pensare.

Il profilo di alcuni degli attentatori è piuttosto particolare: si tratta di cittadini figli di immigrati marocchini (di seconda e terza generazione), ma, a differenza che nel caso francese, dove la questione religiosa è in realtà uno sfogo per delle tensioni sociali, qui i soggetti in questione sarebbero piuttosto appartenenti alla classe media, con un buon reddito e un discreto livello di integrazione: come si spiega questo fenomeno di radicalizzazione?
Una linea comune importante è quella marocchina, nel senso che il contributo dell’immigrazione marocchina al terrorismo, in Spagna, è stato rilevante (ed arriva fino a Molenbeek, in Belgio). La componente della classe medio, inoltre, è una componente tipicamente marocchina o, quanto meno, si riscontra di più in ambito marocchino che non in altri contesti.
Come sempre, però, emerge comunque la dimensione della seconda e terza generazione: il fatto di appartenere ad una classe media, piuttosto che ad una classe bassa, non mette in salvo da una certa delusione che in genere la seconda e la terza generazione provano rispetto al processo di integrazione; anzi, per alcuni può essere ancora più rilevante. Quindi direi che il dato significativo, secondo me, è quello geografico (Marocco) e quello anagrafico (seconda e terza generazione), con la delusione per il processo di integrazione.

La particolare situazione di Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in territorio marocchino, può essere uno spunto di attrito in chiave ‘anti-coloniale’?
Tra il 2013 e il 2016, in Spagna, sono stati messe in galera circa 180 persone per reati legati al terrorismo di matrice salafita; di questi, la percentuale più elevata (circa il 24%) era di residenti nella provincia di Barcellona (che quindi si dimostra un’area sensibilmente legata al terrorismo); una parte consistente di queste persone veniva proprio dall’area del nord del Marocco e dalle enclavi di Ceuta e Melilla. C’è, quindi, questa vulnerabilità generata da queste enclavi.
Che questo sia legato ad una dimensione di rivendicazione ‘post-coloniale’ ci credo poco: sinceramente mi sembrano dei tratti storici superati da problemi molto più grandi; mi sembrano delle narrazioni nostre, una sorta di auto-colpevolizzazione che ogni tanto ci facciamo sui trascorsi coloniali ma che, in realtà, non ci fanno vedere la realtà del presente che è diversa e ha le sue radici altrove.
C’è una guerra che l’Islam ha scatenato al suo interno nei confronti della quale noi siamo delle ‘vittime collaterali’; come diciamo da sempre, è in atto un ‘Terza Guerra Mondiale a capitoli’ che si sta combattendo soprattutto sul piano economico e che non permette di fare chiarezza sul piano del conflitto, per cui noi continuiamo a vivere, svendendoci, di alleanze economiche con Paesi come Qatar e Arabia Saudita senza renderci conto che questi Paesi, dall’altra parte, stanno alimentando questo terrorismo. Direi, quindi, che anche la dimensione coloniale è, eventualmente, sfruttata in contesti assolutamente post-moderni che su questo fondano una narrativa assieme a molte altre cose, come la retorica dell’immigrazione, del benessere e di quant’altro.

La Spagna, negli ultimi anni, sembrava essere al sicuro da fenomeni terroristici. dopo questo brusco risveglio, c’è chi parla di un rischio simile anche per l’Italia: si tratta di uno scenario verosimile o, quantomeno, probabile?
Certamente l’attacco in Spagna crea delle domande. C’è da capire se questo attacco è una singolarità, come fu per il 2004 ad Atocha, per cui ci aspettano altri dieci anni di silenzio simile, oppure, al contrario, se i fatti di Barcellona siano da leggere in un contesto strategico più ampio: in tal caso, il bersaglio Spagna fa crollare molte delle teorie che dicevano “l’Italia è salva perché non è impegnata in Siria e in Iraq”. Le ragioni per le quali si diceva che i bersagli erano la Francia, la Gran Bretagna e la Germania era perché questi Paesi erano coinvolti in Siria e in Iraq e, per ritorsione, venivano colpiti: questa teoria, che secondo me è priva di fondamento, fa parte della retorica di Daesh, era una narrativa che era utile a Daesh per motivare i suoi ad attaccare, ma non sosteneva la strategia di Daesh, che è svincolata da questa idea.
La Spagna sembra confermare questa considerazione. Se così è, la ragione per cui l’Italia si è salvata finora non può essere la sua assenza dallo scenario mediorientale: bisogna cercarla altrove e la stiamo cercando tutti. L’altra conseguenza, però, è che l’Italia, di per sé, deve considerarsi più esposta e io credo che il cerchio attorno all’Italia si stia un po’ stringendo: diciamo che il rischio c’è e la nostra continua e reclamizzata capacità dell’Intelligence di difenderci è da reiterare, perché è una realtà, ma, più aumentano i tentativi di colpire, più aumenta il rischio che alla fine qualche cosa possa sfuggire.
Quello che ci sta dicendo la Spagna, però, è che si tratta di una forma organizzata di attentato, e questo, paradossalmente, lo preferisco: una buona Intelligence è in grado di cogliere i segnali organizzativi che precedono l’attentato e di prevenirlo. In Spagna è stato fatto l’errore di non collegare l’esplosione dell’appartamento di mercoledì a un possibile attentato però, dopo Barcellona, sono state seguite le tracce ed è stato bloccato quello che poteva accadere a Tarragona. Se la nuova struttura degli attentati di Daesh è quella spagnola, una buona Intelligence ha la capacità di intervenire in maniera consapevole sulle minacce per anticiparle. Staremo a vedere: la cosa importante, per difendersi, è imparare dagli attentati che precedono. La situazione è continuamente in evoluzione e dobbiamo continuare a modificare i nostri atteggiamenti, i nostri comportamenti in termini di difesa per adeguarli alla situazione. Non c’è mai un punto di stabilità raggiunto e la partita con il terrorismo resta aperta: è una relazione asimmetrica in cui il terrorismo continua a rilanciare ad un livello sempre superiore. Non dobbiamo, perché manca un attentato da una settimana, da un mese o da due mesi, pensare che la partita sia finita: semplicemente si sta preparando altro.

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