venerdì, Maggio 14

Spagna: l’Articolo 155 potrebbe restare in vigore in Catalogna Libia: violenti scontri armati all'aeroporto di Mitiga, nei pressi di Tripoli

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Il prossimo 17 gennaio, a Barcellona, dovrebbe insediarsi la nuova amministrazione della Catalogna (attualmente commissariata dall’applicazione dell’Articolo 155 della Costituzione spagnola, a causa delle scelte secessioniste della precedente amministrazione). Il fronte indipendentista catalano, nonostante la flessione dei consensi, ha ottenuto nuovamente la maggioranza e i rappresentanti dei vari partiti si sono accordati per riproporre, come Presidente dell’Amministrazione catalana, Carles Puigdemont, principale artefice della dichiarazione di indipendenza che, rischiando l’arresto con l’accusa di sedizione, è espatriato in Belgio al momento dell’entrata in vigore dell’Articolo 155. Non potendo rientrare in Spagna, dove rischierebbe l’arresto immediato, Puigdemont potrebbe, nelle intenzioni degli indipendentisti, prestare il nuovo giuramento per via telematica; questa evenienza, ovviamente, non piace al Governo di Madrid che, oltre tutto, vede la ricandidatura di Puigdemont come un’ulteriore provocazione.

Oggi, il Primo Ministro spagnolo, Mariano Rajoy, ha dichiarato che un’eventuale giuramento telematico di Puigdemont non potrebbe essere considerato valido: secondo il regolamento, l’Articolo 155 resta in vigore fino all’insediamento della nuova Amministrazione; nel caso di un insediamento telematico, che non avrebbe valore legale, dunque, l’Articolo 155 resterebbe in vigore e Madrid continuerebbe ad amministrare direttamente la Catalogna.

Nel resto dell’Unione Europea tengono banco le questioni legate alla falsa informazione che circola su internet, alla gestione della crisi migratoria, alla coalizione di Governo tedesca e alla Brexit.

La questione delle false notizie che circolano liberamente su internet, le cosiddette fake news, è arrivata per la prima volta a far parte dell’agenda politica del Governo UE: al primo incontro organizzato dall’Unione sull’argomento, il Commissario al Digitale, Mariya Gabriel, ha ammonito tutti dal rischio che la diffusione senza controllo di fake news, favorite dai social network, rischia di distruggere la credibilità dei media e dei Governi favorendo la crescita di movimenti populisti e nazionalisti. Secondo la Gabriel, è a rischio la stessa democrazia europea e questo rende necessaria l’elaborazione di strategie per contrastare la diffusione delle ‘bufale’.

Sul fronte della crisi migratoria, arriva l’ennesimo invito della Commissione Europea a trovare un accordo sulla riforma degli Accordi di Dublino: la proposta di modifica era stata presentata nel 2016 ma, a causa dell’opposizione di alcuni Paesi, non è stata ancora approvata (nonostante il Protocollo di Dublino abbia dimostrato tutta la sua inefficacia); ora è il momento di superare questa fase di stallo e di approvare la riforma. Sta al Parlamento Europeo e ai Governi nazionali fare i passi necessari.

In Germania partono i colloqui di Martin Schulz con la base socialdemocratica (SPD) al fine di ratificare l’accordo di Grande Coalizione raggiunto con in cristiano-democratici (CDU) della Cancelliera Angela Merkel. Secondo un recente sondaggio, il 56% dei militanti socialdemocratici sarebbe favorevole alla Grande Coalizione, a patto che l’accordo soddisfi almeno in parte le politiche dello SPD: la partecipazione ai Governi di Grande Coalizione negli ultimi anni, infatti, ha finito per penalizzare moltissimo il partito; proprio per questo, quando l’accordo tra CDU, liberali e verdi, con grande sorpresa di tutti, è saltato, lo SPD si era dichiarato intenzionato a restare all’opposizione. L’intervento del Presidente delle Repubblica, Frank-Water Steinmeier, ha convinto Schulz a cambiare idea, dopo aver consultato la base, in nome della stabilità del Paese. L’accordo raggiunto però, non è considerato molto soddisfacente dai militanti: mentre Schulz è impegnato in una serie di confronti con la base, dalla CDU arriva il monito preventivo sulla impossibilità di modificare l’accordo raggiunto.

Sul fronte della Brexit, dopo le rivelazioni di un quotidiano inglese, secondo cui il Ministro degli Esteri di Londra, Boris Johnson (uno dei maggiori fautori della cosiddetta Hard Brexit, vicino alle posizioni del nazionalista Nigel Farage), si sarebbe detto preoccupato dell’eventualità di una Soft Brexit, auspicata invece dal Ministro delle Finanze, Philip Hammond, arriva la replica dell’UE: il Vice-Presidente della Commissione, Frans Timmermans, ha dichiarato che sarebbe utile che gli inglesi dicessero, una volta per tutte, che cosa vogliono ottenere con la separazione da Bruxelles. C’è poi il fronte interno alla Gran Bretagna: oggi è stato pubblicato il rapporto del Governo locale della Scozia, secondo cui un mancato accordo commerciale con l’UE costerebbe all’economia di Edimburgo circa 16 miliardi di euro, con una perdita per le famiglie del 9,6% del loro reddito. La Scozia, da sempre, è favorevole a restare nell’Unione.

Dalla Libia arrivano notizie di violenti scontri nei pressi dell’aeroporto di Mitiga, nei pressi di Tripoli. Secondo fonti governative, gli assalitori apparterrebbero alle milizie di Bashir al-Bugra, legate al Governo di Salvezza Nazionale Libico di Khalifa al-Ghawil, che non riconosce il Governo di Unità Nazionale (voluto dall’ONU) di Fayez al-Serraj; l’obbiettivo sarebbe stato il rilascio di miliziani di al-Qaeda e Daesh prigionieri nell’area. La situazione sarebbe tornata sotto controllo degli uomini di Tripoli: il bilancio sarebbe di almeno sedici morti e quarantacinque feriti.

Dalla Turchia arrivano le parole minacciose del Presidente Recep Tayyip Erdogan che, parlando della situazione in Siria, ha affermato che le Forze Armate di Ankara potrebbero intervenire in qualsiasi momento contro i curdi sul confine turco-siriano. Secondo Erdogan, i curdi starebbero formando un nuovo gruppo terroristico con il supporto economico degli Stati Uniti. Notizie dell’ultima ora parlano di mezzi da conbattimento turchi schierati sul confine.

In Iraq, invece, un attentato con auto-bomba a Baghdad ha provocato la morte di almeno trentotto persone e il ferimento di molte altre decine: nonostante la caduta di Daesh, la situazione nel Paese è tutt’altro che stabilizzata.

Nuova pagina nella crisi che oppone il Qatar ad una coalizione formata da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Oggi, lo Sceicco Abdullah bin Ali al-Thani, membro della famiglia reale del Qatar, ha diffuso un video in cui affermava di essere prigioniero negli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo è arrivata la smentita di Abu Dhabi, secondo cui al-Thani era libero di muoversi a piacimento e che si trovava nel Paese a causa di minacce ricevute in a Doha. Infine, è arrivata la notizia che lo Sceicco aveva lasciato gli Emirati per tornare in Qatar.

In seguito alla vicenda dello Sceicco, gli Emirati hanno accusato il Qatar di aver intercettato un loro aereo di linea con i suoi caccia. Le Autorità di Doha smentiscono.

La vicenda dello Sceicco sequestrato (o presunto tale) ha diversi punti in comune con quanto accaduto lo scorso novembre al Primo Ministro del Libano, Saad Hariri, mentre si trovava in Arabia Saudita.

Il Primo Ministro di Israele, Benyamin Netanyahu, è in India dove ha incontrato il suo omologo Narendra Modi. Tra i due sembra esserci grande sintonia sia sui temi economici, sia su importanti questioni politiche. Dai colloqui, Israele ed India sono usciti concordi nel sostegno alla lotta contro il terrorismo; inoltre, sulla questione israelo-palestinese, Netanyahu e Modi hanno dichiarato che qualsiasi soluzione non può che passare dal riconoscimento reciproco.

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