sabato, Maggio 21

Spagna: la riforma del lavoro del 2022 non abroga la riforma del 2012 La riforma cerca di correggere alcune realtà del mercato del lavoro spagnolo che hanno ripercussioni al di fuori del luogo di lavoro. L’analisi di María Gema Quintero Lima, Professoressa di diritto del lavoro e sicurezza sociale dell’Universidad Carlos III

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L’anno 2021 si è concluso in Spagna con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dello Stato di un regolamento notevolmente controverso. Era il regio decreto-legge 32/2021 del 28 dicembre (RDL 32/2021), sulle misure urgenti per la riforma del lavoro, la garanzia della stabilità occupazionale e la trasformazione del mercato del lavoro. Questa nuova normativa è il risultato di una dinamica di dialogo tripartita promossa dal Governo, con particolare intensità dal 2020, dalla crisi sanitaria.

La riforma del lavoro ha contenuto elettorale da diversi anni, anche prima della crisi covid-19. Pertanto, in ambito politico, sindacale e anche accademico, sono stati attivi dibattiti sulla necessità di abrogare la riforma del lavoro del 2012 e formulare un nuovo Statuto dei lavoratori (ET) per il 21° secolo.

Da marzo 2020, il governo ha cercato, nel quadro dell’articolo 7 della Costituzione spagnola, di reindirizzare il confronto degli interessi delle relazioni di lavoro verso il dialogo sociale tripartito.

In questi mesi, i sindacati più rappresentativi (UGT, CCOO) e le associazioni imprenditoriali (CEOE, CEPYME) hanno cercato di avvicinare le posizioni. Con il Ministero del Lavoro come cinghia di trasmissione, hanno cercato di risolvere le loro divergenze su questioni essenziali (ERTE, lavoro a distanza, per segnalare gli esempi di pandemia).

Meno precarietà

Con RDL 32/2021 è stata approvata una riforma che non abroga la riforma del 2012 né rivede il modello dei rapporti di lavoro dell’attuale Statuto dei Lavoratori. Tuttavia, sulla base della trattativa tra le parti, ha cercato di correggere alcune realtà del mercato del lavoro spagnolo che hanno ripercussioni al di fuori del luogo di lavoro.

Sembra esserci consenso sul fatto che alcuni contenuti della riforma del 2012 (che si era basata sull’idea della flessicurezza per aumentare la competitività delle imprese in un contesto di crisi economica) ma anche altre normative precedentemente in vigore (come il mega -regolazione flessibile dei contratti a tempo determinato) hanno causato un aumento del numero di lavoratori poveri e aumentato il problema della disuguaglianza sociale.

Tra le cause c’è l’ampliamento dei poteri aziendali di modificare le condizioni di lavoro (anche quelle concordate in un contratto collettivo), di risolvere i contratti, di raggiungere accordi all’interno dell’azienda su condizioni essenziali come la retribuzione (con dissociazione dalla negoziazione sovraaziendale).

Inoltre, il permesso di legge per il ricorso eccessivo al lavoro interinale e il decentramento delle attività imprenditoriali ha portato ad una situazione di precarietà del lavoro che si è intensificata, soprattutto dopo la crisi sanitaria per gli effetti economici e sociali che ne derivano.

Il contenuto della norma

La nuova norma, come spiegato nella sua relazione esplicativa, contiene principalmente:

  1. Modifiche legate all’ammodernamento e alla semplificazione delle modalità di assunzione che consentano di superare l’ingiustificata segmentazione del mercato del lavoro, nonché delle tariffe precarie.
  2. Modifiche relative all’ammodernamento degli appalti e subappalti di lavori o servizi, disciplinate dall’articolo 42 dello Statuto dei Lavoratori.
  3. Misure per l’ammodernamento delle misure di flessibilità interna.
  4. Misure per l’ammodernamento della contrattazione collettiva.

Inoltre, contiene un elenco di modifiche complementari per fornire coerenza a questi contenuti centrali. Così, tra le altre novità, si riformulano:

  • Il diritto alla formazione e il sistema di formazione per il lavoro.
  • Il catalogo delle infrazioni e delle sanzioni al lavoro.
  • La disciplina contributiva delle imprese nei casi di sospensione collettiva del rapporto di lavoro.
  • I presupposti della situazione giuridica della disoccupazione.
  • Alcune procedure amministrative.
  • Le regole di collaborazione tra enti amministrativi.
Cosa credono gli esperti

Esperti in diritto del lavoro hanno svolto molteplici analisi tecnico-giuridiche per analizzare, sistematizzare e valutare la reale portata delle novità legislative.

E c’è stato un consenso generale sul fatto che questa riforma:

  • Corregge uno dei punti più problematici che la Legge 3/2012 e altri regolamenti in orbita avevano causato. RDL 32/2021 frena la prevalenza dell’accordo aziendale in materie importanti come la retribuzione e recupera l’ultraattività degli accordi e, di riflesso, il ruolo potenziale dell’accordo di settore per aumentare l’estensione e l’intensità dei diritti del lavoro.
  • Aumenta la certezza del diritto in alcune materie, fornendo una regolamentazione più completa e chiara a figure già esistenti prima del 2012 (contratti di formazione, contratti interinali, casi di decentramento produttivo, ERTE o sospensioni collettive del rapporto di lavoro).
  • Genera nuove istituzioni (come il meccanismo RED per la flessibilità e la stabilizzazione dell’occupazione), che anticipano soluzioni alle transizioni in sospeso.
  • Incorporando norme di diritto transitorio, garantisce una certa certezza del diritto e certezza economica in merito ai contratti a tempo determinato e ai contratti collettivi in ​​vigore al 30 dicembre 2021.
  • Potrebbe frenare la cultura aziendale dell’assunzione a tempo determinato a causa della sua preferenza per il contratto a tempo indeterminato.
  • In tale ambito, l’eliminazione della modalità di contratto di lavoro e di servizio a tempo determinato e la più rigorosa riformulazione della causalità temporanea e del contratto fisso-discontinuo possono favorire un cambio di paradigma nella gestione aziendale delle risorse umane.

Allo stesso tempo, le nuove normative consentono un rafforzamento dei diritti del lavoro legati alla permanenza in azienda (anzianità per retribuzione, retribuzione e generazione dei diritti alla formazione, per sottolineare i più evidenti).

Ovviamente, tutto sulla base del fatto che non si tratta di una riforma completa, perfetta o esente da alcune disfunzioni.

Il 3 febbraio si è svolta al Congresso la votazione per la convalida della norma emanata dal Governo. Una procedura necessaria per la piena ed effettiva entrata in vigore dei contenuti del regio decreto legge per la riforma del lavoro.

Le vicende di quella giornata nell’emiciclo (con sospetti di transfugismo, errori nel voto telematico, dissenso da parte dei partiti soci dell’investitura…) hanno oscurato il dibattito sulla riforma.

Una discussione incompleta

Il dibattito politico si è articolato, soprattutto, intorno alla critica degli elementi mancanti e non tanto nel riconoscimento dei benefici di un riavvicinamento delle posizioni basato sul reciproco trasferimento dei crediti (win-win).

Pertanto, le parti sembrano aver dimenticato che la norma risponde a un consenso protetto da un accordo sociale a livello statale. In questo modo, a causa del format, non c’è stato spazio per una prospettiva esplicita, ma implicita, della diversità territoriale. Affinché, al di là della sensibilità alla maggiore rappresentatività regionale e del ruolo (protagonista e non) del contratto collettivo in questo ambito, non si indebolisca il gioco naturale delle regole generali nel rispetto delle specificità regionali.

Nel dibattito parlamentare, e nei precedenti fuori dal Congresso, è stata ignorata la necessità di analizzare la riforma in un contesto europeo, ma anche globale, che richiede soluzioni sostenibili per una transizione digitale, verde ed equa.

Queste soluzioni richiedono modelli contrattuali che favoriscano l’investimento in capitale umano, modelli salariali che argino l’aumento della povertà lavorativa, modelli di intervento pubblico (attraverso gli investimenti) per aiutare le imprese nello sviluppo di settori produttivi economicamente e socialmente strategici (fonti di energia, ICT, care…), nonché nell’implementazione di un modello globale di economia circolare.

Insomma, nel torbido dibattito sulla riforma, si è omesso che essa ha come contesto un cambio di paradigma in cui il lavoro dignitoso si pone come nuovo assioma per la ripresa post-pandemia, e l’aspetto sociale diventa un ingrediente essenziale della ricette che condizionano la ricezione dei fondi europei Next Generation.

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