martedì, Giugno 22

Spagna, la politica che cambia Primi dati sulla scatola nera del bombardiere russo Su-24. Bimbi kamikaze in Nigeria

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‘Ferita a morte e con una nuova mappa elettorale che porta con sé gravi problemi di governabilità’. È la Spagna del giorno dopo quella descritta dall’editoriale del quotidiano El Mundo, secondo cui, dopo il 20 dicembre nulla sarà più come prima”. Ed è proprio vero che oggi si apre una nuova era politica per Madrid. Dalle elezioni di ieri, infatti, non è venuta fuori una maggioranza assoluta e con l’ingresso in parlamento di Ciudadanos e di Podemos, di fatto, finisce il bipartitismo e si apre la fase della coalizione.

Per il premier Mariano Rajoy, che si è detto pronto a cogliere la sfida, si prospettano mesi turbolenti e i risultati del suo partito non aiutano. Al termine dello spoglio, il Pp ha ottenuto il 28,7% dei voti e 122 seggi su 350 nel nuovo Congresso, perdendo, così, 64 deputati e la maggioranza assoluta rispetto alla legislatura uscente. Il Psoe di Pedro Sachez arriva secondo con il 22,1% e 91 deputati e anche se ne perde 20 per poco non viene superato da Podemos di Pablo Iglesias che ha registrato un successo storico. Conquistando molti voti in Catalogna e nel Paese Basco, infatti, per la prima volta occupa gli scarnni dell’aula con 69 deputati. Arriva al quarto posto, invece Ciudadanos di Albert Rivera che con il 13,9% e 40 deputati ha guardato al risultato con non poca delusione. «Sarà necessario parlare molto e raggiungere accordi» ha detto Rajoy, che non ha nascosto la preoccupazione per gli scenari possibili. Il risultato del Pp rende difficile anche un governo minoritario di Rajoy, né tantomeno le possibili alleanze fra Pp e Ciudadanos o fra Psoe e Podemos, sembrano attuabili, restando comunque sotto la sbarra dei 176 seggi nel Congresso. L’unica coalizione che matematicamente garantirebbe i 176 seggi è una grosse-koalition alla tedesca fra Pp e Psoe, già da tempo ipotizzata per garantire la stabilità del paese dall’ex-premier socialista Felipe Gonzalez. Lo stesso Rajoy venerdì per la prima volta non ha escluso categoricamente questa ipotesi che certamente verrà vagliata già in serata. Ma il quadro è molto complesso. Se da un lato certamente i catalani di Artur Mas non vorranno appoggiare il governo di Rajoy, soprattutto dopo la battaglia legale per la questione secessione, dall’altro non cederanno nemmeno i due partiti di sinistra. «È tempo di compromesso storico», ha detto, infatti, il leader di Podemos Pablo Iglesias. «É l’ora degli statisti» ha aggiunto, precisando che bisogna aprire un processo di transizione nel Paese. Nel pomeriggio, Iglesias ha annunciato che il suo partito si opporrà a un possibile governo guidato dal premier uscente Rajoy e poco dopo anche  il leader del Psoe, Sanchez, ha affermato lo stesso.

Per Mariano sarà una lunga nottata, fatta di colloqui e prime mediazioni, ma c’è tempo solo fino al 13 gennaio, giorno in cui il nuovo parlamento sarà costituito ufficialmente e il re potrà avviare le consultazioni per poter poi affidare l’incarico al candidato alla presidenza del governo. Dopo circa 15 giorni, ci sarà la presentazione del governo alla Camera bassa ed il voto di fiducia, per il quale sarà necessaria la maggioranza assoluta.  Dati i nuovi assetti politici, è quasi irreale pensare che verrà data subito la fiducia e dunque, secondo la legge, bisognerà aspettare 48 ore per una seconda votazione, che passerà con la maggioranza semplice. Secondo gli analisti spagnoli, dunque, comincerà il gioco delle astensioni, per dettare la propria linea di partito e indirizzare le scelte.  Già annunciata, per esempio, quella dei 40 deputati di Ciudadanos, mentre i 90 deputati socialisti non hanno fatto sapere  nulla. Se loro votassero con Podemos, porterebbero alla vittoria dei no con 159 voti. Diverso sarebbe se Alberto Rivera, che in campagna elettorale ha ripetuto più volte che non avrebbe appoggiato un governo guidato da Rajoy o Pedro Sanchez, aspettandosi comunque un risultato maggiore di quello ottenuto, decidesse di dire sì ad un governo popolare, magari accettando un patto di governo con il Pp. Insomma, una situazione davvero complicata e al centro resta solo re Felipe VI, che dovrà svolgere il ruolo di mediatore e aiutare a comporre una maggioranza che possa governare il Paese. Comunque, se a marzo ancora non sarà stata trovata un’alleanza, non resterà che indire nuove elezioni.

L’Europa ha guardato a queste elezioni con la stessa attenzione con cui ha seguito quelle recenti in Francia. E proprio all’Unione Europea si è rivolta direttamente Pablo Iglesias. «La Spagna non sia più un Paese sotto il controllo della Merkel. Il nostro messaggio all’Europa è chiaro. Per noi la priorità in termini di organizzazione del sistema politico è la sovranità della Spagna. La Spagna non sarà mai più una periferia della Germania. Lavoreremo per ridare un senso alla parola sovranità per il nostro paese» ha detto il leader di Podemos. Dal canto suo, l’Europa si augura che si trovi presto un accordo. «La Commissione Ue spera che si sia formato un governo stabile, perché la Spagna possa continuare a lavorare con le istituzioni Ue e gli altri partner europei». Lo ha detto una portavoce dell’esecutivo comunitario, aggiungendo che non spetta a Bruxelles esprimersi sul processo di formazione del governo.

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