mercoledì, Agosto 4

Spagna, la manifestazione a favore dei detenuti dell’ETA

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La politica penitenziaria

Circa 27 anni fa, si cominciò a utilizzare, nei confronti dei detenuti dell’ETA, una politica di dispersione penitenziaria. I membri dell’organizzazione, infatti, furono rinchiusi in prigioni lontane dai Paesi Baschi. Secondo l’allora ministro di Giustizia, Enrique Múgica, questo sistema avrebbe permesso di evitare che i membri della banda potessero entrare in contatto, che potessero scontare la propria condanna fra gli altri reclusi e che non godessero di particolari privilegi. L’obiettivo era quello di rompere la struttura dell’ETA e di far in modo che molti dei suoi membri in carcere rinunciassero esplicitamente alle propria attività armata.

A circa 5 anni dal comunicato dell’ETA attraverso cui rinunciava definitivamente alla lotta armata, la politica penitenziaria di dispersione continua a essere attiva. “Perfino durante il Governo di Aznar, quando l’ETA era ancora attiva, ci fu qualche riavvicinamento durante una delle tregue”, spiega Toda, “Però ora sembra incredibile che, dopo la dichiarazione della fine della lotta armata, il Governo non abbia dato nessun passo in avanti. Si era detto che senza violenza tutto ciò sarebbe cambiato e non è stato così”.

Questa politica penitenziaria viene definita come ‘eccezionale’ in quanto la legislazione spagnola solitamente colloca i carcerati in istituti penitenziari vicini al luogo di residenza in modo da permettere le comunicazioni con i familiari e una migliore reinserimento del detenuto nella vita pubblica.

L’Audiencia Nacional, il tribunale spagnolo con sede a Madrid e con giurisdizione su tutto il territorio nazionale, si è più volte pronunciata contro il riavvicinamento dei membri dell’ETA al Paese Basco, in seguito alle singole richieste dei detenuti. “Il Governo ha negato questa possibilità. I carcerati hanno fatto tutto quello che potevano fare. In più si sono volute imporre condizioni che non sono applicabili perché non puoi chiedere a una persona che rinunci alle sue convinzioni ideologiche e politiche. Il riavvicinamento è un diritto contemplato dalla legge”, insiste Toda. “Esistono leggi europee e studi giuridici europei che dicono che non si possono vietare i benefici penitenziari a causa delle posizioni ideologiche di una persona. Il problema è che l’Audiencia Nacional è un’appendice del Governo, di certo non è un tribunale indipendente e libero e qui in Euskal Herria [Paesi Baschi in basco, ndr] lo sappiamo molto bene”.

 

La situazione dei detenuti e delle loro famiglie

Secondo i dati dell’associazione Sare, ci sarebbero circa 470 detenuti dell’ETA suddivisi in decine di carceri su tutto il territorio spagnolo e in Francia. Il 63% di queste persone sarebbero a più di 800 chilometri dalla propria residenza. “Ciò significa per le famiglie difficoltà negli spostamenti, costo economico e costo psicologico. Una visita dura 40 minuti se è ordinaria o un’ora e mezza se è un vis à vis familiare” afferma Toda. “La politica di dispersione ha generato solamente molta sofferenza e 16 persone morte sulle strade quando si recavano in visita dai propri familiari in carcere, così come persone ferite molto gravemente in incidenti stradali”.

L’obiettivo di Sare e di una parte della società basca e spagnola è quello di far rispettare i diritti umani, cercando, inoltre, di porre fine al conflitto che per decenni ha colpito non solo i Paesi Baschi ma anche tutta la Spagna: “In Euskal Herria si è accumulata molta sofferenza, ma adesso l’unica fonte aperta di sofferenza è la politica penitenziaria. Se realmente vogliamo cercare una soluzione a tutte le conseguenze del conflitto non possiamo lasciare da parte i carcerati e le carcerate. Devono essere riavvicinati a Euskal Herria per poi prendere parte a un processo di reinserimento” spiega Toda.

I risultati delle ultime elezioni generali spagnole sembrano lasciare qualche spiraglio di speranza per queste rivendicazioni. Alcuni dei nuovi partiti all’interno del Parlamento, ad esempio Podemos, sarebbero favorevoli al riavvicinamento dei detenuti etarra al Paese Basco. Un altro fronte su cui si sta combattendo per i diritti dei reclusi è l’Unione Europea: “Dall’Europa provengono alcune importanti risoluzioni come quella contro la tortura o la dottrina Parot. Speriamo che anche questo possa generare una pressione che obblighi il Governo a modificare questa politica. Basterebbe derogare le leggi speciali e applicare la legislazione ordinaria per poi entrare in un processo diverso come quelli che si stanno sviluppando in Irlanda, in Colombia o precedentemente in Sudafrica”.

 

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