mercoledì, Dicembre 1

Spagna: la fine dell’ETA e l’incognita Madrid L’ETA ha annunciato il suo scioglimento. Per capire le ragioni di questa scelta e cosa aspettarsi per il prossimo futuro abbiamo intervistato Marco Laurenzano, scrittore e saggista di Paesi Baschi ed ETA

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L’ETA, Euskadi Ta Askatasuna, gruppo basco, considerato un’organizzazione terroristica dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, ha annunciato mercoledì 3 maggio in una lettera pubblicata dal giornale ‘El Diario’, il proprio scioglimento, dopo 60 anni di una sanguinosa campagna di guerriglia e lotta per l’indipendenza dei Paesi Baschi. Nella lettera, inviata a diversi istituzioni e figure di rilievo come l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, datata 16 aprile, si legge come «ETA ha completamente sciolto tutte le sue strutture e ha terminato la sua iniziativa politica».

Tuttavia, l’annuncio formale da parte dei militanti dell’ETA dovrebbe arrivare solo tra qualche ora. É stata infatti programmata per venerdì 4 maggio, nella città di Cambo-les-Bains,  in Francia, una conferenza internazionale volta a supportare il processo di pace nella Regione basca. Al meeting parteciperanno molti esponenti della società civile, leader politici, come annunciato dal mediatore Raymond Kendall. Tra i partecipanti e maggiori fautori della conferenza l’ex Primo Ministro irlandese Bertie Ahern, e il politico messicano Cuauhtémoc Cárdenas.

Uno scioglimento già annunciato che arriva dopo un processo di pace durato 7 anni, dal 2011, anno in cui l’ETA accettò un cessate il fuoco e la fine delle ostilità con il Governo spagnolo, per poi deporre definitivamente le armi nel 2017. E qualche giorno fa, il 20 Aprile, l’organizzazione aveva chiesto pubblicamente scusa per le vittime degli attentati: circa 850 in 60 anni di lotta.

L’annuncio tuttavia arriva dopo che il gruppo era già stato decimato da molti arresti. Nato nel 1959 come un’organizzazione studentesca di sinistra opposta al regime franchista, il gruppo operò in diversi modi contro le restrizioni imposte dal governo dittatoriale di Francisco Franco. Nel giugno 1968 due militanti dell’ETA uccisero un poliziotto che gli aveva fermati ad un checkpoint per verificare i loro documenti ed ispezionare la macchina, la prima morte attribuita al gruppo.

Dopo il 1977, durante la transizione democratica della Spagna a seguito della fine di Francisco Franco, il Governo centrale spagnolo concesse a molte regioni  un certo grado di autonomia, dando a molte località decentrate un loro Parlamento e diversi poteri in settori come l’educazione e la salute. Tuttavia, l’ETA rigettò questa soluzione politica, iniziando la sua campagna di terrore per chiedere una totale indipendenza da Madrid, e la formazione di uno Stato indipendente chiamato Euskal Herria, Paesi Baschi.

Negli anni 80, l’ETA uccise circa 100 persone, tra cui molti civili. Sono nel 1987, anno che vide il singolo attentato più violento da parte del gruppo, una bomba uccise 21 persone in un supermercato di Barcellona. Iniziarono così i molti colloqui con il Governo spagnolo per trovare una soluzione alla guerriglia basca. Nonostante i vari tentativi portati avanti dal Primo Ministro conservatore Jose Maria Aznar prima, e dal socialista José Luis Rodríguez Zapatero  poi, le due parti non riuscirono a trovare un accordo.

Oggi, dopo 60 anni di attentati l’ETA ha cessato di esistere. Per capire quali siano le ragioni politiche e storiche dietro a questa decisione abbiamo intervistato Marco Laurenzano, scrittore e saggista di Paesi Baschi ed ETA.

 

Perchè ETA ha deciso di sciogliersi proprio ora?

ETA non è più in attività da diverso tempo. Ha dichiarato un cessato il fuoco unilaterale e ha consegnato le armi. Militarmente non è più in attività già da diversi anni, quello che sta avvenendo in queste ore è lo scioglimento formale e definitivo di un’organizzazione armata che già da tempo ha lasciato l’attività politica e militare. I tempi, tuttavia, si sono allungati a dismisura, stiamo infatti parlando di anni e anni dai primi cessate il fuoco fino a questo scioglimento definitivo che avverrà tra poche ore. Si è trattato principalmente di un’iniziativa unilaterale da parte dell’ETA. A differenza di quello che di solito avviene per quello che riguarda altri processi di pace per conflitti militari o politici, come per esempio quello in Irlanda del Nord, non ci troviamo di fronte a due contendenti, lo Stato ed il gruppo armato ribelle che si mettono ad un tavolo e discutono di una soluzione pacifica, ma stiamo parlando di un gruppo armato che autonomamente depone le armi.

ETA ha affermato che abbandonerà la linea terroristica ma non quelle che sono le sue rivendicazioni. Opereranno in altri modi?

La lotta armata è finita già da diversi anni, stiamo parlando di un passo formale che è importante da un punto di vista politico. Non esiste più una lotta armata da diverso tempo anche se esiste ancora un problema relativo alla detenzione politica; ci sono almeno 400 persone detenuti e detenute per motivi legati al conflitto armato, se non la maggior parte, molte di queste persone sono state condannate per reati di appartenenza o presunta appartenenza ad ETA, e rimane un problema che bisognerà risolvere in qualche modo nei prossimi anni. L’azione armata e militare è finita da tempo, la lotta politica invece continuerà e stando a quello che sembra di vedere riguardo anche a quello che succede in Catalogna, tutto rimarrà ancora molto incandescente. Molte delle ragioni che spinsero in un lontano passato i giovani baschi a prendere le armi in qualche modo sono ancora presenti, non è stato risolto il problema delle relazioni tra centro e periferia nello Stato spagnolo, non è stato risolto il problema dell’effettiva e democratica partecipazione di tutti i cittadini al futuro e al proprio futuro, all’autodeterminazione. il referendum in Catalogna è abbastanza evidente in tutto questo e quindi quello che ci dobbiamo immaginare, terminato il conflitto armato, è che il conflitto politico continuerà a permanere.

Quali collegamenti esistono tra l’indipendentismo catalano e quello basco?

Ovviamente nel corso degli anni c’è stata sempre una forte simpatia tra indipendentisti di sinistra nel Paese basco e in quello catalano, ma va ricordato che anche altre zone dello Stato spagnolo vedono la presenza di movimenti indipendentisti e/o autonomisti, meno forti rispetto alla Catalogna o ai Paesi Baschi, ma sono presenti, come la Galizia. È immaginabile che queste simpatie e relazioni, in un futuro molto prossimo, si andranno a fare sempre più fitte.

Riguardo alla questione dei prigionieri baschi, essi continuano ad essere detenuti in centri delocalizzati e sparsi in tutto il Paese e in alcuni casi in Francia. Uno strumento politico?

Questa è una vecchissima questione, una ferita aperta. La politica penitenziaria della Spagna negli ultimi 30 anni si è basata sulla dispersione dei prigionieri baschi. A differenza di quello che è avvenuto in Irlanda del Nord con il penitenziario di Maze, dove tutti i prigionieri dell’IRA venivano localizzati in un unico carcere di massima sicurezza, nello Stato spagnolo la politica nei confronti dei militanti è stata quella di spargerli nelle carceri e nei penitenziari di tutta la Spagna, fuori dai Paesi baschi. Una mossa che va contro le stesse leggi spagnole che impongono che i prigionieri e le prigioniere scontino la propria pena il più vicino possibile al loro luogo di nascita o residenza. Il riavvicinamento dei prigionieri è stato da sempre una delle richieste principali, non soltanto delle formazioni armate e politiche, ma anche di un vasto movimento di opinione nel Paese basco che spesso e volentieri andava anche oltre i confini dell’indipendentismo. Tutti i sondaggi d’opinione hanno sempre rivelato che la grande maggioranza della popolazione basca, anche coloro che non erano indipendentisti, è sempre stata a favore del riavvicinamento di queste persone. E chiaramente, in un contesto in cui ETA è sparita anche ufficialmente, questa situazione si presume dovrà cambiare, anche se da questo punto di vista il Governo spagnolo, nonostante le pressioni che sono arrivate anche dall’UE e da diverse istituzioni legate all’ONU, finora ha sempre cercato di fare orecchie da mercante.

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