mercoledì, Ottobre 27

S&P, dubbi sul debito italiano field_506ffb1d3dbe2

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 bloomberg

Le promesse del Premier Enrico Letta sull’abbattimento dell’enorme fardello del debito pubblico italiano non sono state sufficienti a convincere l’agenzia di rating S&P, che cita indirettamente anche il Jobs Act promosso dal Segretario del PD Matteo Renzi. L’esecutivo di larghe intese ha intenzione di utilizzare il ricavato della spending review e i 12 miliardi di risorse che il Governo prevede di recuperare dal piano di privatizzazioni, il più ampio dalla fine degli Anni 90, per ridurre gli oltre 2 mila miliardi di debito e mantenere il rapporto tra deficit e Pil sotto la soglia del 3%.

«Se l’attuale governo di coalizione dovesse realizzare riforme strutturali pro-crescita, specie le riforme del lavoro, il potenziale di crescita dell’Italia potrebbe migliorare», scrive l’agenzia americana, che individua ancora tutta una serie di incertezze nella strada che dovrebbe portare al miglioramento dell’economia italiana. I dubbi sulla traiettoria del debito pubblico, che ha superato i 2 mila miliardi di euro, la obbligano a mantenere un outlook negativo sul rating del Paese. 

Fondamentali, per le prospettive dell’economia e delle finanze pubbliche e in ultima analisi del rating sovrano saranno le decisioni politiche che verranno adottate quest’anno, si legge nel report dedicato ai rischi che gravano sui rating sovrani europei nel 2014. Se le riforme sopra citate venissero realizzate, incluse quelle dei mercati di beni e servizi, si potrebbe allora materializzare una revisione a ‘stabile’ dell’outlook sul rating, al momento ‘negativo’. Citate inoltre la «debole domanda di lavoro» e le «condizioni creditizie strette» che limiteranno la crescita media del Pil italiano allo 0,5% annuo tra il 2014 e il 2016. L’agenzia, il cui giudizio sulla qualità del credito italiano è di ‘BBB’, stima una crescita dello 0,4% nel 2014 e dello 0,9% nel 2015. «Tali e incerte prospettive economiche (…) continuano a porre dubbi sulla traiettoria del debito pubblico italiano».

Anche il Commissario europeo per gli Affari economici e monetari, Olli Rehn invita l’Italia e gli altri Paesi membri dell’Ue a non abbassare la guardia e «proseguire con le riforme per contribuire a restituire fiducia». Secondo Rehn il momento è propizio e l’Europa vivrà sei mesi di graduale crescita. Nel corso della conferenza stampa al termine della riunione dell’Ecofin, il Commissario ha parlato di «segnali sono incoraggianti»Tra questi fattori, gli investimenti in espansione e la fiducia dei consumatori, che è ai massimi da gennaio 2008. A gennaio la fiducia è salita in Italia, passando da 96,4 a 98 punti. A migliorare, nonostante il calo del potere d’acquisto negli ultimi anni, è il giudizio e le attese sulla situazione economica della famiglia: i saldi misurati dall’Istat si sono modificati rispettivamente da -66 a -58 e da -19 a -14.

Sui mercati la volatilità e la tensione continuano a restare molto alte per via della situazione critica dei Paesi in Via di Sviluppo. La Turchia in particolare è in poco tempo diventata da un mercato emergente su cui puntare i propri risparmi a zona di pericolo. Istabul si è trasformata in breve tempo da un potenziale porto per gli investimenti a una Trebisonda senza più faro. La banca centrale nazionale proverà oggi a fermare il conto alla rovescia della bomba a orologeria piazzata sulla sua lira, con un intervento che secondo alcuni analisti sarà molto consistente. Per rafforzare la moneta nazionale, Olgay Buyukkayali di Nomura stima che l’istituto alzerà il costo del denaro di addirittura il 2%.

Preoccupati dal rallentamento della crescita cinese e dal tapering in Usa, entrambi elementi che potrebbero condannare alcune delle principali economie in via di Sviluppo che tanto dipendendono dalle esportazioni e dalle riserve di capitale in valuta estera, i mercati azionari asiatici sono scivolati oggi sui minimi di cinque mesi.

Mentre in Turchia i tassi sui bond decennali sono volati al massimo dal 2010, nell’ambito di un esodo generalizzato degli investitori che stanno vendendo in massa la lira, in Cina si riscontra da ieri un balzo dei Cds, i contratti per coprirsi da un default delle casse statali. Gli investitori vogliono sapere se la Turchia, tra gli epicentri dell’ultima batosta accusata dagli emergenti, è in grado di intervenire per sostenere il valore della lira, che si è ridotto enormemente negli ultimi scambi.

Dopo che l’India ha spiazzato i mercati alzando i tassi di interesse, gli occhi sono tutti puntati sulla riunione di politica monetaria turca. In seduta la lira è oscillata tra una fase di ribassi e una di rialzi. Scambiando a 2,2690 dollari si è mantenuta a distanza di sicurezza dai minimi record testati ieri di 2,39. La valuta ha recuperato terreno dopo essere stata travolta dallo scandalo di corruzione che ha visto coinvolto in prima persona il Governo del Premier Tayyip Erdogan.

A impedire che ulteriori vendite si abbattessero sulla lira e sulle altre valute emergenti è stata proprio la notizia della riunione anticipata della banca centrale. L’altra osservata speciale degli operatori di Borsa è l’Argentina. Dopo l’allarme lanciato da Moody’s ieri e il tracollo del 20% del peso argentino, Buenos Aires è stata chiamata a intervenire.

Il Governo del Presidente Cristina Fernandez ha deciso di imporre un limite di 2.000 dollari alle operazioni di acquisto di dollari Usa. Il tutto mentre languono le riserve in moneta estera di cui lo Stato ha bisogno per ripianare i debiti contratti con i creditori dopo il default di oltre dieci anni fa. Rispetto al 1998 gli emergenti detengono tuttavia oltre 7 mila miliardi di dollari in più di riserve in valuta forte per ripararsi da eventuali scossoni di volatilità sui mercati.

Con l’obiettivo di placare le tensioni sui mercati e ridurre le operazioni nel mercato in nero, Buenos Aires ha messo fine a un divieto di due anni. Ora i cittadini argentini potranno comprare fino a 2 mila dollari al mese se il loro stipendio mensile è superiore ai 900 dollari (7.200 pesos). Allo stesso tempo potranno cambiare in dollari al massimo solo il 20% dei loro salari. A grandi aziende e investitori non sarà invece concesso di fare simili acquisti.

Mario Seminerio, analista macroeconomico e portfolio advisor curatore del blog Phastidio ha cercato di spiegare perché i guai dell’Argentina erano preventivabili. Nonostante gli allarmi del Fondo Monetario Internazionale, che ha minacciato di censurare il Paese sudamericano per via delle cifre presumibilmente truccate sull’inflazione, la percezione sulle condizioni reali dell’economia è stata distorta dalla miopia di alcuni: «in questa crisi globale molti hanno creduto di trovare nell’azione di espansione monetaria non convenzionale delle banche centrali la nuova pietra filosofale ed hanno invocato questa magica ‘stampa’ come soluzione dei mali del mondo».

Ma le cose sono decisamente più complesse. «Oggi, con la Rete, ogni trovata da bar assurge a sacra scrittura e verità rivelata, quindi c’è solo da attendere che la realtà prenda a ceffoni questi sempliciotti che inseguono l’utopia della felicità». Il riferimento poco velato è a coloro i quali in passato hanno preso il caso dell’Argentina come esempio da imitare nella strada maestra da percorrere per uscire dalla crisi dei debiti. In questi giorni sono andati a sbattere contro il muro della realtà.

 

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