lunedì, Ottobre 18

Sovrani, sudditi o europei?

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Troppo facile parlare di un’esigenza di terzismo in ambito europeo o di relazioni internazionali, a ridosso del doppio incidente prodotto dalla nostra ‘governance’ nazionale. Di qualche settimana fa le polemiche tra Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker (o se non proprio con lui, come non si vuol dire, diciamo con ambienti a lui vicini), con botta e risposta al vetriolo sui temi dell’immigrazione, della flessibilità e della creazione di una ‘bad bank‘ italiana. E a seguire anche la figuraccia internazionale -con ovvi riverberi sul nostro prestigio europeo- in occasione della visita del Presidente iraniano Hassan Rohuani (statue coperte in ossequio alla sensibilità dell’ospite, che non aveva ufficialmente preteso nulla, con assist servito alla Francia dove Rohuani sarebbe di lì a poco transitato). Ma lasciamo da parte la cronaca, sia perché miriamo a un commento che ne prescinda, sia perché gli spunti sono tanti e sostanziosi qualunque sia non solo la settimana ma addirittura l’epoca cui ci si voglia riferire.

Tra tutti i discorsi da bar, quello sulla politica internazionale italiana è il più duro a morire (forse anche perché -tra tutti i discorsi da bar- è quello che trova qualche fondamento): siamo deboli, colonia americana, l’unico a reagire fu Bettino Craxi e guarda che fine ha fatto, l’Europa ci ha rovinato ecc. Discorso da bar che, notarlo è importante, non è stato modificato di una virgola nel nostro progressivo far parte della famiglia UE.

Gli italiani in permanente oscillazione fantozziana tra ribellione e servilismo, nella consapevolezza rassegnata che le sorti del mondo si decidessero altrove, votarono però con fervore al referendum sul rafforzamento del Parlamento europeo del 1989. Molti non lo sanno, non lo ricordano o fingono di non ricordarlo, ma quel referendum -di valore meramente consultivo- venne percepito come l’occasione fondamentale per dichiarare il proprio assenso all’Europa unita, un mito per molti fin dall’infanzia, anche se quesito referendario, processo politico di integrazione e contesto generale europeo erano ben lontani da una simile prospettiva. Se in questi termini tuttavia non fosse stato percepito, ben difficilmente si sarebbe recato alle urne -come avvenne- ben l’80% degli aventi diritto pari a quasi 38 milioni di italiani. Tra questi, l’88% votò per il‘, percentuale mai raggiunta dagli assensi raccolti in altri referendum paragonabili per quesito e contenuto politico a quello italiano, svolti negli altri Paesi europei, e superata solo in alcuni Paesi -Slovenia, Slovacchia- in cui c’era però un aperto quesito di adesione o rifiuto all’Unione Europea.

In meno di 30 anni l’adesione entusiastica, che era maturata dagli auspici del Manifesto di Ventotene da un lato e dal desiderio di un’Europa terza finalmente affrancata dalle super potenze USA e URSS dall’altro, si è sbriciolata in scetticismo rassegnato, adesione supina o rifiuto radicale.

E anche qui, i due atteggiamenti più diffusi sono o di accettazione totale dell’appartenenza europea magari condita dal mantra ‘il problema è che ci vuole più Europa’, o di rifiuto assoluto, in nome magari del ritorno a patrie padane o sanfediste, e alla rinuncia di conseguenza, per default, anche a moneta unica, mercato unico e trattato di Schengen, come espresso da movimenti populisti nostrani, dalla Lega ad altri.

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