giovedì, Ottobre 28

Sovrani, lussi e rappresentanza

0

 LouisXIV

Che l’autocompiacimento non bastasse a spiegare l’impresa di Versailles, lo avrebbe confermato uno studio di Franklyn Ankersmit, nel suo Aesthetic Politics egli parte dall’assunto che, in un’epoca dalle conseguenze politicamente imprevedibili, quel che conta è il superamento di ogni concezione mimetica e partecipativa della Politica. Con l’annullamento della funzione del tertium tra rappresentante e rappresentato (siano essi il linguaggio, la fazione o il denaro) il sistema politico si afferma come unico plausibile controllore dei conflitti. Paradossale? Non tanto, o almeno le realtà politiche e statuali risultano essere le più paradossali delle attitudini, il che è dovuto all’avvenuto tramonto di una tradizionale teoria, secondo cui la rappresentanza politica dovesse far ampio uso delle categorie della mediazione, pena il suo scacco definitivo. Ma qual è il vero problema? Per il brillante accademico di Groningen, l’autorappresentazione estetica di un sistema politico è realizzabile a condizione che venga frapposta una certa distanza tra il potere e i sudditi. Solo così il potere risulterà visibile. In un excursus sulla medievale forma di rappresentanza politica, Harvey Mansfield scriveva che il re d’Inghilterra si poneva dinanzi al popolo proprio perché non ne faceva parte. E sebbene i termini della misurabilità della distanza siano quanto mai incerti, dalla sua indeterminatezza si trae che può esservi soltanto una possibile distanza: quella giusta. Ovvero, tra tutti i punti che ci sono offerti, vi è sempre un unico punto di perfetta osservazione dei fenomeni. Teorico della distanza psichica, Edward Bullough argomentò sul principio della giusta distanza a partire dai casi erronei di over-distancing e di under-distancing. “Perdere le distanze”, in politica, significa smarrire non soltanto il controllo (il governo) dei rappresentati, ma soprattutto la percezione della propria rappresentanza. Secondo Louis Kossman, ad esempio, Luigi XIV cercò di prendere le distanze dalla sua Francia allontanandosi da Parigi in direzione di Versailles. Una metafora che per Ankersmit coincide con l’assoluta distanza dell’azione divina. Va da sé che la migliore versione secolarizzata offerta dalla storia resti quella del Re-Sole, il quale avrebbe teso a enfatizzare la sua maestà attraverso il simbolo architettonico di Versailles. Essere solo ed essere superiore.

Ma se così fosse stato, null’altro Versailles avrebbe simboleggiato se non l’inizio di quella decadenza rappresentativa che avrebbe poi indotto Luigi XVI a rientrare precipitosamente, e troppo tardi, nella Parigi della Rivoluzione… Se così fosse stato, inoltre, a nulla varrebbe oggi appellarsi a quel paradosso del Politico secondo cui, mentre in democrazia le rappresentanze tanto funzionano quanto si allontanano dai rappresentati, in uno stato assoluto la progressiva distanza tra il potere e i sudditi porta con sé l’effetto di una disintegrazione irreversibile. Il 1789 fu sì la data della rivolta contro l’odioso aristocraticismo, ma anche e soprattutto la presa di coscienza dei propri diritti da parte di venticinque milioni di persone, di una nazione intera.

Di fatto, Luigi XIV è re di una nazione limitatamente rappresentata. La sua è quell’aristocrazia che non ha mai cambiato pelle, gonfia com’è di livore e di rancori. Prevenire le conseguenze di un’attitudine tanto avversa è ciò che Sua Maestà si propone. L’aneddotica solare gli servirà come abbaglio. La sua luce batterà sugli specchi di Versailles, i suoi raggi verranno riflessi negli occhi dei cortigiani. ma questa tattica di accecamento non è che il primo livello di una strategia ben più ampia e sottile. Nel magnifico, lussuoso palcoscenico di Versailles sarà rappresentata la commedia di un inatteso avvicinamento, del massimo avvicinamento pensabile tra il potere e i suoi rappresentati.

Nella prima scena vediamo il Re Sole a riunione con i suoi più diretti collaboratori. È il 10 marzo del 1661, il cardinale Mazzarino è deceduto il giorno prima. Il Sovrano è dolente; sa di aver perso il migliore dei Consiglieri e, forse, il più affidabile degli amici, per quanto spregiudicato fosse e nonostante le ricchezze torbidamente accumulate (che la Corona, del resto, acquisirà per intero). Ai collaboratori, che ne attendono incuriositi il verbo, Luigi XIV dichiara risolutamente: «Io voglio governare!» Silenzio. Vuol governare cosa? Le risposte non tardano: diffida il Cancelliere dal bollare qualsiasi disposizione senza il preventivo suo assenso; impone al Segretario di Stato di non rilasciare né passaporti né salvacondotti a prescindere dal suo benestare; inibisce all’Arcivescovo ogni decisione autonoma. Infine avverte Nicolas Fouquet che, da quel momento in poi, sentirà sempre sul collo il fiato di Jean-Baptiste Colbert.

Nella seconda scena si muovono parecchi attori sfaccendati. È una serata mondana senza troppa allegria; qualche volto tradisce addirittura un’espressione corrucciata. Il più spavaldo di tutti è il solito Fouquet, che non lesina il suo sprezzante sarcasmo nel commentare l’alzata di capo del Sovrano: «Il re è troppo amante dei piaceri. Si stancherà presto di governare!»

Sipario che si chiude e si riapre. È il momento di un breve monologo. Non c’è il pubblico delle grandi occasioni… ce n’è uno soltanto, ad ascoltare le parole di Luigi ed è Colbert:

«Noi cercheremo di alleggerire le tasse e le imposte. Quanto alla nobiltà, io voglio che torni a dipendere dal re in tutto: privilegi, onori, denaro. Per questo motivo la terremo sempre vicino a noi, separata dalla borghesia, e faremo in modo che l’essere allontanata da noi sia una punizione assai più grave dell’esilio.»

Quell’unico spettatore ha compreso che l’attore ha smesso di recitare il ruolo del re. Quell’attore è il re in persona.

L’ultima scena che ci interessa è ben più movimentata. Qui vediamo Luigi XIV e Colbert in visita all’atelier del sarto di corte. Egli sta terminando di cucire un costume ricchissimo di dettagli e merletti. Il sovrano lo analizza senza entusiasmo. Per lui è sin troppo sobrio, pretende che sia ancor più lussuoso. Colbert è anche un’anima semplice, non capisce. Forse aveva ragione Fouquet a dire che il piacere avrebbe infine preso il sopravvento? Di nuovo, il ragionamento di sua maestà ha il pregio di tranquillizzarlo:

«Il signor Fouquet aveva iniziato questa moda. Noi la continueremo con molto più sfarzo. Il signor Fouquet ci vedeva solo uno strumento di vanità. Noi ne faremo uno strumento politico. Farò in modo che la mia nobiltà sia costretta a pensare solo alla moda.»

Rigorosamente concepito, il noto film di Roberto Rossellini ricostruisce attraverso successivi impianti teatrali quel topico passaggio della storia che Luigi XIV seppe intraprendere con tanta risolutezza. Talmente sono esatte la descrizione e la sostanza degli eventi narrati, che non sorprende il fatto che la sceneggiatura di questo capolavoro del cinema mondiale sia stata opera di quel Philippe Erlanger che alla parabola di Luigi XIV aveva già dedicato un’imponente biografia. Nel 1966, quando il film fu distribuito nelle sale cinematografiche, i critici ne lodarono scene e costumi. Sorvolarono però sul merito più evidente dell’opera: quello di aver raccontato con maestria attraverso quale sublime arte politica Luigi avesse avocato a sé tutti i poteri.

L’omaggio al grande regista non ci esime dal ricordare che questa interpretazione di Versailles come apparente under-distancing è stata fatta loro – in taluni casi dopo Rossellini – da molti studiosi. In un certo senso essa è ormai un patrimonio acquisito. La tesi della massima distanza, in coerenza con la legge naturale, farebbe infatti difetto anche per un’altra ragione: che le azioni del sovrano assoluto verrebbero considerate come l’espressione di un potere personale, la cui origine e la cui emanazione si situano al di fuori del corso della storia.

Governare una nazione come se fosse casa propria. Una casa, si badi bene, dove Luigi XIV volle invitare tutti, esercitando liberamente le sue funzioni di controllo. «Condividi et impera». Allorché Versailles divenne il luogo di ogni decisione, a nessuno fu dato sottrarsi alla forza centripeta di quella reggia. A nessuno fu concessa la possibilità di appartarsi. Tutto fu ritualmente socializzato. Il re l’aveva annunciato: «Voglio governare!» Governò.

Del resto, tale strategia di avvicinamento traspare anche nelle Mémoires del Sovrano, che conosceranno successive edizioni. In un frammento del 1662, ad esempio, Luigi racconterà quanto gli fosse stato difficile conquistare l’affetto delle gens de qualité…

 «… Questa società dei piaceri che dispensa ai cortigiani una certa familiarità con noi e compiace il popolo…»

Ora, mentre sul compiacimento del popolo non giurerei, mi convince il fatto che l’aristocrazia si dimostrasse lieta di condividere, sia pure al prezzo dell’irragionevolezza politica, quella regale offerta di lusso. Nel riflettere sulla sostanza politica di tale promessa ben mantenuta, Kathryn Hoffmann si soffermerà su questa evocata società dei piaceri, intitolandole un interessante volume: «La società dei piaceri» – scriverà -«non fu legge, né prassi di un potere totalitario. Essa fu il sogno di in potere nel quale la logica del piacere conteneva una violenta oppressione, dove desiderio e forza, piacere e conoscenza, la carezza e la catena della sottomissione sempre formavano strane coppie di opposti.»

Ineccepibile descrizione dell’indescrivibile. Il lusso e i suoi piaceri sono al centro di una società estranea alle procedure di fissazione e di regolamentazione dell’ordinamento statale. Il lusso è la più che perfetta pratica di negazione della burocrazia. Esso è la fantasticheria del potere grazie alla quale si coniugano gli opposti del Politico. Non già un superfluo artifizio, ma una rappresentazione necessaria.

In tal senso, la successiva retorica illuminista cercherà di attribuire alla sua ostentazione le origini di ogni dolore del mondo. Secondo questa stucchevole linea interpretativa, mediante il lusso si sarebbe operata una definitiva, incorreggibile separazione tra la sfera dei rappresentati e quella dei rappresentanti. Basta rileggere alcuni passi del ‘Traité philosophique et politique sur le luxe’ di François-André-Adrien Pluquet, o certi brani del ‘De l’homme‘ di ClaudeAdrien Helvetius… Con qualche eccezione, vedi GeorgesMarie ButelDumont, dal quale si può leggere, non senza sorpresa, quanto segue:

«In effetti la macchina politica gira senza intoppi malgrado queste irregolarità. Perché darsene pena? Esse non hanno conseguenze, e la causa che le produce genera anche mille vantaggi importanti. Ma dire questo è ben poco. Senza il gusto del lusso, la società non solo languirebbe, ma si sfascerebbe. Questo gusto è il legame che unisce gli uomini… Invano pretendereste di stabilire una distinzione tra l’agiatezza e il lusso. Dove fisserete i confini dell’agiatezza? Riflettete bene: non potete stabilirli senza invadere il dominio del lusso.»

Luigi XIV morì nel 1715, a settantasei anni, dopo aver assicurato alla Francia mezzo secolo di relativa pace e di sostanziale tranquillità. Nessuno, in quel lungo tratto di storia, poté invadere il dominio di Versailles “discernendone lo sfarzo dall’agiatezza”. Riflettiamoci allora: il lusso può ben essere una raffinata forma di rappresentanza politica, ma occorre comunque che vi sia un Sovrano autentico, non una sua parodia. Un sovrano nel modo più assoluto.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->