lunedì, Settembre 20

Sotto l'occhio vigile dell'ONU

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Dopo dodici anni, il Venezuela ha dovuto sostenere nuovamente un esame difficile, presentandosi davanti al Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura. Durante l’incontro, gli esperti hanno portato a termine un’interrogatorio implacabile, esigendo cifre e risposte concrete. La delegazione di questo paese sudamericano, che tra il 2006 e il 2010 ha registrato 30 000 casi di presunte violazioni dei diritti, ha però titubato nel tentativo di difendersi.
L’esame del Venezuela si è svolto durante il periodo della Commissione 53, cominciato il 3 novembre e che terminerà alla fine del mese. Secondo Ligia Bolívar, direttrice del Centro per i diritti umani dell’Università Cattolica Andrés Bello, l’atteggiamento dei rappresentanti dello stato venezuelano è stato deplorevole.

La delegazione, guidata dal viceministro di politica estera e sicurezza giuridica, José Vicente Rangel Ávalos, ha sottovalutato le considerazioni degli esperti per quanto riguarda le denunce di torture e arresti arbitrari durante le proteste dell’inizio del 2014, il sovraffollamento delle carceri e, tra le altre cose, il caso del giudice María Lourdes Afiuni, incarcerata nel 2009 per motivi politici e in libertà condizionale dal 2013.
Nonostante questo non sia un processo, e non venga decisa la colpevolezza o innocenza dello stato venezuelano, la Commissione offrirà raccomandazioni alla fine di novembre.

Il Venezuela, così come gli altri paesi che hanno firmato la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, deve incorporare queste linee guida per risarcire i danni e migliorare gli aspetti negativi. “Si spera che il governo agisca in questo senso ma, visto il modo in cui i rappresentanti hanno risposto durante la verifica, è molto difficile prevedere che ci sia un qualche tipo di disposizione”, dice Bolívar, che ha assistito alla sessione di Ginevra, in Svizzera.
Secondo Juan Francisco Contreras, presidente del Collegio di internazionalisti del Venezuela, se non verranno rispettate le raccomandazioni dell’ONU, potrebbe compiersi un ulteriore passo che isolerà il paese dalla comunità internazionale. La preoccupazione aumenta perché, nel 2013, lo stato ha abbandonato la Corte interamericana per i diritti umani. “Se si sottovalutano le disposizioni, l’organismo internazionale potrebbe esprimere una valutazione negativa. In questo caso, esiste il rischio di un ripetersi di ciò che già è successo con la Corte interamericana: quando sono iniziate le critiche, il Venezuela ha deciso di rinunciare. Se qualcosa di simile si ripetesse, si verificherebbe un maggior distanziamento dal sistema universale di protezione e giustizia”, dice Marco Antonio Ponce, ricercatore del programma venezuelano di educazione-azione sui diritti umani.
Secondo Angelina Jaffé, direttrice del dipartimento di studi internazionali dell’Università Metropolitana, e membro del Centro per i diritti umani dell’istituzione, l’immagine del Venezuela ha già risentito di questa comparizione davanti alla Commissione. “Se non si rispettassero le raccomandazioni, le critiche internazionali si inasprirebbero. Le sanzioni morali disturbano tanto gli stati che violano i diritti e che si sforzano di mantenere una buona immagine fuori dai propri confini”, aggiunge.
In ogni caso, sarà difficile impegnarsi a mantenere questa facciata dopo i dubbi mossi dagli esperti della Commissione, che si sono basati sui rapporti di organizzazioni della società civile. Nonostante i rappresentanti del governo abbiano cercato di mettere in risalto gli aspetti positivi, come la legge speciale per prevenire e sanzionare la tortura e altri trattamenti crudeli, disumani e degradanti promulgata nel 2013, la comunità internazionale ha visto ora la magnitudine di ciò che prima si cercava di nascondere. Fatti che, ovviamente, sono collegati con l’acerrima lotta tra il governo e i suoi detrattori. Per esempio, gli specialisti hanno insistito sul tentativo di trovare risposta alle oltre 3 000 detenzioni registrate da febbraio di quest’anno, quando in tutto il paese sono iniziate le forti proteste contro il governo di Nicolás Maduro. Nello stesso ambito, la ONG Foro penale venezuelano ha verificato 138 casi di tortura. Su questo tema, la delegazione venezuelana ha segnalato di aver ricevuto 242 denunce e ha detto che sono stati presi provvedimenti legali su 125 di loro: 15 ufficiali di sicurezza dello stato sono stati giudicati. Gonzalo Himiob, avvocato e membro del Foro penale venezuelano, offre un piccolo esempio dell’impunità: ancora non è stata arrestata la funzionaria della guardia civica che, nello stato di Carabobo, ha colpito in pubblico e in modo brutale María Jiménez, di 35 anni; a ciò vanno sommate le irregolarità nei processi. Un rapporto presentato dalle ONG alla Commissione indica come, tra le altre cose, non siano stati garantiti i controlli medico-forensi per documentare in tempo le lesioni, né sia stata mantenuta la riservatezza su tutte le denunce. Afferma anche che il pubblico ministero ha riconosciuto l’esistenza di 42 omicidi in questa congiuntura movimentata, ma solo 2 indagini sono state aperte.
In ogni caso, a prescindere da questo periodo, gli abusi sono stati commessi in altri momenti politici. Dopo le elezioni presidenziali del 14 aprile 2013, la ONG Provea denunciò 76 casi di tortura e trattamenti crudeli, disumani e degradanti. “Purtroppo, non possiamo affermare che gli organi dello stato rispettino la convenzione. Torture e maltrattamenti sembrano radicati. Non tutti i funzionari sono così, ma è vero che troppi compiono queste azioni”, dice Gonzalo Himiob, del Foro penale venezuelano.
È stato presentato anche il caso della giudice María Afiuni, già conosciuto dagli organismi internazionali. Nel 2009, la funzionaria stabilì che il banchiere Eligio Cedeño, fermato ufficialmente per irregolarità di cambio, ma in realtà per opposizioni politiche ed economiche, dovesse essere rimesso in libertà. Fu arrestata immediatamente e, dopo pochi giorni, trasferita all’Istituto di orientamento femminile, dove subì maltrattamenti e addirittura violenze sessuali. La delegazione venezuelana, nel proprio intervento, ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna denuncia formale su questo tema, affermazione smentita dalle domande degli esperti sulla diligenza nelle indagini degli organi preposti.
Oltre al caso particolare, Himiob afferma che la Commissione ha mostrato la propria preoccupazione per ciò che è stato ribattezzato “l’effetto Afiuni”: a causa di questo arresto arbitrario, i giudici hanno paura di prendere certe decisioni e di essere trattati in modo simile. Tutto ciò, ovviamente, condiziona l’indipendenza del potere giudiziario che, oltretutto, si contraddistingue per un numero maggiore di giudici temporanei rispetto a quelli fissi. La stessa delegazione venezuelana ha indicato come, nel 2013, siano stati nominati 1 700 giudici, e solo 185 di questi con anzianità, mentre gli altri erano temporanei.

Hanno affermato di sperare di migliorare queste cifre, e accusano la “mafia giudiziaria” della crisi del sistema.
I membri della Commissione hanno anche centrato l’attenzione su un’altra preoccupazione, indipendente dalla lotta politica: il trattamento ricevuto nel paese da chi viene privato della libertà. La delegazione venezuelana ha negato il sovraffollamento delle strutture penitenziarie, ma la ONG Osservatorio venezuelano delle prigioni, sulle cui cifre si è basato l’organismo internazionale per fare domande, segnala che c’è un 231% di sovraffollamento. Un esempio è il carcere di Torocón, nello stato di Guárico, che ospita 7 000 detenuti, nonostante la capacità sia di 750 persone.
Otro esempio della situazione delle prigioni lo dà il numero di morti. La ONG dichiara che solo nel 2013 siano morti 506 detenuti. Di questi, 10 per problemi di salute, HIV e tubercolosi, e 496 per violenza, in particolare per via delle armi da fuoco che le autorità hanno permesso di introdurre nei centri penali. A ciò si devono aggiungere che persistono le malattie legate alla cattiva alimentazione, la scarsa attenzione medica e il fatto di vivere tra i rifiuti.
Davanti a questo panorama, il Venezuela ha ricevuto delle critiche per non aver invitato un osservatore che possa verificare la situazione senza intermediari, dice Marco Antonio Ponce, di Provea. “Se non c’è nulla da nascondere, si dovrebbe permetterne l’ingresso nel paese. Questa comparizione ha dimostrato che la società venezuelana è in balia di uno stato che viola i suoi diritti”.

 

Traduzione a cura di Emma Becciu

 

 

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