venerdì, Luglio 1

Sotto assedio talebano: Afghanistan in caduta libera In un’intervista esclusiva per ‘L’Indro’, il Principe Ali Seraj offre uno sguardo unico sull’Afghanistan

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I talebani sono fortemente coinvolti nel mercato dell’oppio. Se non erro, l’Afghanistan è il primo esportatore di eroina in Occidente. Milioni e milioni di dollari passano di mano in mano. Dobbiamo credere che nessuno conosca i principali attori e beneficiari di un tale commercio? Perché quei conti bancari non vengono bloccati?

Bella domanda! Assistiamo all’abilità dei Governi di spiare e monitorare la popolazione civile e si aspettano che crediamo che l’intero cartello della droga è in grado di operare fuori dai radar. È ridicolo! L’unica spiegazione plausibile è che le potenze occidentali sanno, ma non intendono fare nulla per fermarlo.

Il ruolo giocato qui dall’Arabia Saudita non è da sottovalutare. Il Pakistan si muove in Afghanistan sotto rigide disposizioni di Riyadh… Islamabad è stato a lungo vassallo di Al Saud, il grande padrone. Quindi dicendo che il Pakistan si serve dei talebani per meglio invadere e controllare l’Afghanistan, di fatto è l’Arabia Saudita a giocare il ruolo di potenza imperiale. Temo che la maggior parte delle capitali occidentali non si sia resa conto di quanto controllo e potere abbia conquistato Riyadh nel corso degli anni. Le capitali occidentali non sono più al comando, la vera sedia del potere sta nel regno. Una volta compreso questo, è tutto più nitido.

Nella provincia di Helmand, i talebani seguono le orme di al-Qaeda e dell’ISIS: prendere di mira il paese con l’industria più fruttuosa per finanziare la propria crescita. Se si guarda all’Iraq e alla Siria, esistono fin troppi fondamentalismi che hanno dissanguato le risorse naturali di quei paesi, e fin troppe potenze straniere hanno fallito nel nascondere le loro attività. Cosa quantomeno preoccupante.

 

Parliamo adesso della percezione che la gente ha dell’Afghanistan. Per molti occidentali, l’Afghanistan è un buco nero dell’economia, un deserto umanitario governato da sovrani bellici arretrati. Ritiene che siano tali pregiudizi a far credere che gli afghani abbiano bisogno di un patrocinio straniero per svolgere i loro affari? In che modo è possibile risolvere i problemi dell’Afghanistan?

Il mio lavoro di una vita ruota attorno alla promozione di un’idea molto semplice e potente: uniti, gli afghani possono difendersi da qualunque nemico; separati, gli afghani non sono più un popolo, ma un patchwork di tribù che vivono fianco a fianco, senza coesione, senza unità, senza una minaccia comune che li tenga assieme.

L’Afghanistan non ha bisogno di un esercito di mercenari fedeli a chi li sostiene economicamente… Anticamente, ciascuna tribù possedeva i propri soldati, qualora ci fosse stata la necessità di difendere la propria Patria. Dobbiamo tornare a un sistema come quello. Allo stato attuale, l’esercito nazionale afghano non è ancora pronto a difendersi contro un nemico ben armato e ben finanziato come quello dei talebani. Come possiamo sperare di sconfiggere i nemici senza unità sociale? Le persone hanno bisogno di raccogliersi attorno a una bandiera riconoscibile. È lo stato che deve fornirla, altrimenti temo che l’Afghanistan continuerà a incespicare nel buio, alla ricerca di una direzione.

Traduzione di Barbara Turitto

 

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