martedì, Ottobre 26

Sostiene Perina

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Flavia Perina è tante cose insieme. Una giornalista di prim’ordine, una politica di rara onestà e acutezza intellettuale, una donna davvero amica delle donne, che ‘sostienecon passione senza però fare mai torto a obiettività e misura, e senza cedimenti alla partigianeria di genere.
In occasione dell’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna (non banalmente Festa, come si crede), ha scritto una pagina sul suo blog che merita attenzione e dibattito.
In sostanza, la Perina, implacabile fustigatrice dei costumi della destra italiana, dalla quale proviene e della quale continua a sentirsi parte (in modo abbastanza inspiegabile visto che, a mio modestissimo parere, la sua visione politica e sociale del mondo sta alla destra, anche internazionale, come una camicetta taglia 38 sta a Venus Williams), sostiene che quella parte politica attribuisca, per default, alle donne un ruolo fatalmente subalterno.

La riflessione, godibilissima e ben argomentata, merita, però, un approfondimento sotto parecchi aspetti. Il primo è quasi ovvio: perché limitarsi a considerare la situazione descritta come appannaggio esclusivo della destra? Visto che la questione è di genere, non è più giusto affrontarla senza troppe distinzioni di stampo politico? Si obietterà che lo scopo sia proprio quello di evidenziare il fatto che la sinistra, intesa come area culturale, come ‘popolo’, abbia una maggior considerazione delle sue esponenti politiche e della loro potenzialità. Non ne sono convinto, vista la supponenza con cui quotidianamente vengono messe alla berlina, dalla propria area culturale di riferimento, le varie Maria Elena Boschi, Federica Mogherini, Marianna Madia, Laura Boldrini, titolari per giunta di incarichi di primaria responsabilità.

Un’altra affermazione per me discutibile è che la destra sostenga con molta maggior convinzione come leader del domani una figura improbabile come Matteo Salvini piuttosto che la Giorgia Meloni. E qui la questione si complica ulteriormente, perché se è vero che Salvini è lontano mille miglia dall’incarnazione  di un portabandiera classicamente ‘tory’, è altrettanto vero che lo spessore fin qui espresso sulla scena politica dalla Meloni, sia sul piano delle scelte strategiche sia su quello dell’immagine, non sembra autorizzare soverchi rimpianti  da sottostima da parte del suo elettorato.

La verità, a mio parere, è che è strutturalmente sbagliato continuare a ragionare come se la realtà delle cose non fosse profondamente cambiata negli ultimi anni, persino in Italia. Niente  è più comprensibile, tanto meno i rapporti tra genere e politica, se non si parte dal presupposto che, per dirla in linguaggio calcistico, sono da tempo saltate tutte le marcature, cioè le granitiche distinzioni ideologiche che hanno caratterizzato un’epoca. E che epocali sono, di conseguenza, le migrazioni in atto, non tanto all’interno della classe politica quanto nell’essenza stessa del corpo elettorale, espressione del modo di essere e di pensare di un intero  popolo.
Solo quando la consapevolezza di questa evoluzione sarà piena e il relativo passaggio di crescita democratica adeguatamente metabolizzato, si potranno valutare con maggiore lucidità i reali valori individuali in campo e l’entità dei condizionamenti legati alle stucchevoli, anacronistiche penalizzazioni di genere.

 


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