mercoledì, Maggio 19

Sono una che ce l'ha fatta La storia di Lorella M., passata attraverso il mobbing e uscita con uno straordinario successo personale

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mobbing

A 48 anni, divorziata da un marito svanito nel nulla, rimasta sola con la responsabilità di un figlio studente universitario in un’altra città, perdo il lavoro per il fallimento della Società. Disperazione, angoscia, paura: poi un’amica mi propone come assistente personale al suo diretto superiore, manager in un istituto bancario a struttura piramidale. Mi assume subito, senza problemi. Non mi sembra vero: una fortuna inaspettata! Tutto in regola, lo stipendio arriva puntuale, il mio datore di lavoro non c’è quasi mai e mi lascia le sue password e l’accesso ai dati riservati dei clienti, della struttura, alla sua posta, che gestisco in autonomia con la sua totale fiducia. Passo le mie ore in ufficio senza risparmiarmi, con entusiasmo e impegno.

Alla fine si affida a me per qualunque cosa: dall’organizzazione delle riunioni alla realizzazione dei filmati, all’impostazione dei contest, al controllo dei collaboratori. Ascolta i miei suggerimenti e mi chiede consigli. Si sfoga quando qualcosa va male, arriva a piangere sulla mia spalla quando muore sua madre. Mi chiede di seguirlo nelle trasferte e non perde occasione per elogiarmi davanti a chiunque. So che è un tipo un po’ farfallone: nonostante sia sposato ha una storia con la mia amica, e non si tira mai indietro davanti a un’avventura. Non si preoccupa di nascondere foto, messaggi, appunti, bigliettini. Io ho accesso ai suoi cassetti e vedo di tutto. Ma la cosa non mi interessa: sono tranquilla, sa che ho una relazione serena e stabile con il mio compagno e che sono innamoratissima; sa che sono una persona seria e professionale. E poi è molto più giovane di me!

Fa carriera: gli viene affidata un’altra struttura, più grande. Nel nuovo ufficio c’è una segretaria, e appena raggiungo lui nella nuova realtà, diverse persone mi mettono in guardia da lei: aspira a fare carriera, farà di tutto per prendere il tuo posto, mi dicono. Si sa che è una senza scrupoli, senza dignità, una che si vende a chiunque pur di arrivare a meta. Ci ha già provato con il precedente manager, ma le è andata male. Io penso che le andrà male anche con il mio capo, che è sicuramente soddisfatto del mio lavoro e non mi sfiora nessuna preoccupazione. Anzi, le do una mano, copro molti suoi errori, le insegno cose che non sa, non ascolto i suoi pettegolezzi, la rimprovero quando scopro che rivela dati riservati, violando la privacy dei clienti e dei collaboratori.

In fondo mi fa un po’ pena: non ha un uomo, non ha una vita al di fuori dell’ufficio, non è bella, non è intelligente. Però è ambiziosa e mi sembra davvero disposta a tutto, dotata di una perfidia sottile. Non me ne curo e sbaglio. Fa in fretta a instaurare una relazione con il mio capo. Mi lascia aperti messaggi intimi e volgari che si scambiano, in modo che io li legga, come per apparire irresistibile, brava nell’intrattenere gli uomini a letto. Qualsiasi uomo. Inizia una sequela di episodi quasi inspiegabili. Mi manda biglietti anonimi con insinuazioni pesanti e arriva a sostenere che l’autrice sarei io, mette in giro chiacchiere, cerca di infangarmi. Eccede: sfida con una lettera anonima la moglie del capo e fa accusare me (l’aveva già fatto anche in passato, con l’altro manager). Il mio datore di lavoro non tarda a prendere le distanze da me, ad accusarmi di azioni di cui non ho colpa e che non conosco neppure. Mi tratta male, tende a escludermi dalle riunioni, a togliermi progressivamente il lavoro. Il suo nervosismo cresce, mi apostrofa in scenate continue per motivi superflui, che inventa lì per lì. Io prima cerco di difendermi, poi mi arrabbio e mi ribello, e a quel punto mi manda via dalla stanza, mi fa disattivare le password, mi cancella da ogni mansione e mi sposta in uno sgabuzzino di un metro e mezzo per due, senza telefono, senza aria condizionata, come fosse la cuccia di un cane. È chiaro il tentativo di costringermi a dare le dimissioni per liberarsi di me, per dare il mio posto all’altra. Non può licenziarmi, perché perderebbe il rimborso che l’Azienda gli assicura con la mia permanenza in servizio, con la mia busta paga.

Vivo più di un anno in queste condizioni, non mi rendo neppure conto che si tratta di mobbing. Le notti diventano bianche, una dopo l’altra, sono sempre stanca, mi assale l’ansia che presto sfocia in veri e propri attacchi di panico. Per tre volte, quell’estate, perdo i sensi, per il caldo, immagino, ma no. È lo stress. Prima di alzarmi dal letto, al mattino, mando giù le gocce di ansiolitico e torno a letto, alla sera, con una compressa più forte di altre benzodiazepine. In anticipo sulle date previste entro in menopausa, si forma una cisti ovarica che, dopo le indagini, si rivela maligna. Quando comunico al capo che devo operarmi, la sua risposta è: fatti dire dal consulente quali certificati devi portare.

Decido di agire per difendermi. Un amico agente investigativo mi procura microspie e microcamere che sistemo nell’ufficio, mentre lui si occupa di seguire la segretaria. Ho le prove delle loro malvagità, potrei incastrarli, lei  in particolare perché si scopre che si offre  anche ad altri. In più ho le prove di tutte le scorrettezze professionali commesse da lui. Mi propongono un accordo con l’Azienda: lui non perderà un centesimo, i rimborsi saranno accreditati giustificandoli con la busta paga dell’altra, Adesso possono licenziarmi. Non solo: l’Azienda acconsente all’assistenza di due segretarie, così lui può assumere anche la cugina, che è in cerca di lavoro. Ricevo il preavviso il 17 dicembre. Per venti giorni lui sparisce dalla circolazione, non si fa vedere in ufficio, non risponde al telefono né alle mail, quando lo incontro per strada attraversa frettolosamente per evitarmi. Il 6 gennaio raccolgo le mie cose e lascio lo sgabuzzino.

Consegno tutto il materiale in mio possesso ad un avvocato, per avviare una denuncia per mobbing. Ma già dai primi giorni mi rendo conto che sto riacquistando la serenità; che dormo di notte senza sonniferi; che sto di nuovo ingrassando; che ho ricominciato a sorridere. Il pensiero di riavere a che fare con quella gente mi dà la nausea. Scrivo a un alto dirigente dell’Azienda che ho conosciuto; senza accusare, senza recriminare. Semplicemente, gli chiedo di tenermi presente qualora si prospettasse un’opportunità di lavoro. La mia affidabilità e la mia professionalità vengono premiate. A distanza di un anno e mezzo ho un nuovo lavoro di ricerca ed elaborazione dati, che posso svolgere anche da casa. Lavoro meno e guadagno di più. Il mio ex capo è caduto in disgrazia, è lo zimbello della struttura, ha risultati sempre peggiori, fa circolare dati errati e mail sgrammaticate. Io guido un gruppo di 40 persone che è tra i primi in Italia e ho una mia segretaria.  Io sono una che ce l’ha fatta. Non sempre si soccombe. Resistere e difendersi è fondamentale per riuscire a venirne fuori, da questo mostro, questa “scimmia” chiamata mobbing.

 

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