Somalia: un nuovo Presidente e 500 soldati americani Hassan Sheikh Mohamud, già Presidente dal 2012 al 2017, è stato rieletto alla guida del Paese mentre gli USA di Biden sembrano intenzionati a rafforzare il loro impegno nel Paese, per ora inviando circa 500 addestratori in forma stabile

In meno di 48 ore due notizie dalla Somalia: domenica 15 maggio è stato eletto il nuovo Presidente, mettendo fuori gioco l’oramai famoso ‘Farmaajo’ (Mohamed Abdullahi Mohamed), Hassan Sheikh Mohamud, già Presidente dal 2012 al 2017, è stato rieletto alla terza votazione da 329 parlamentari di Senato e Camera riuniti per l’elezione, espressione dei diversi clan del Paese; lunedì 16 maggio, poi, la Casa Bianca ha reso noto di aver deciso di rivedere l’ordine dell’ex Presidente Trump, e mandare nel Paese africano 500 uomini (pochi ma…) per sostenere il governo nella sua lotta contro il gruppo terroristico al-Shabaab, affiliato a al-Qaeda.
Dunque, Joe Biden ha autorizzato il Pentagono a inviare truppe delle operazioni speciali in Somalia su basepersistente‘ per rilanciare la missione antiterrorismo che si era conclusa durante l’Amministrazione di Donald Trump. Questi addestratori saranno responsabili di aiutare a limitare la capacità di al-Shabaab di eseguire operazioni complesse.

I funzionari dell’intelligence americana stimano che Al Shabab abbia da 5.000 a 10.000 membri; il gruppo, che ha formalmente giurato fedeltà ad Al Qaeda nel 2012, ha cercato di imporre la sua versione estremista dell’Islam in Somalia.

Al-Shabab, negli ultimi mesi, ha rivendicato una serie di attacchi contro il governo federale somalo e le forze di pace dell’Unione africana, e ha guadagnato territorio, ribaltando le conquiste delle forze di pace dell’Unione africana che avevano spinto i militanti in aree remote del Paese. Il gruppo si stima sia stato coinvolto in oltre 2.000 incidentiviolenti e in un aumento del 28% degli scontri con le forze di sicurezza del governo, secondo un rapportodello scorso luglio dell’Africa Center for Strategic Studies.
I fatti hanno preoccupato il Pentagono -il quale considera il gruppo come la cellula terroristica in più rapida crescita e più attiva dal punto di vista cinetico del continente- che ha appunto proposto a Biden il cambio di strategia.
Reuters‘ afferma che «Biden ha anche conferito al Dipartimento della Difesa l’autorità di prendere di mira una dozzina di sospetti leader di al-Shabaab, secondo un funzionario statunitense, che ha chiesto l’anonimato per discutere la questione prima che fosse annunciata pubblicamente».

La decisione dell’Amministrazione Biden sembra piuttosto significativa. Una decisione che sarebbe maturata nelle ultime settimane, a seguito della proposta avanzata dal Pentagono, e che è stata mantenuta riservata sino a lunedì, onde evitare di influenzare in qualsiasi modo il processo elettorale. «Questo è qualcuno che conosciamo, dato che è stato Presidente dal 2012 al 2017», ha detto un alto funzionario statunitense, riferendosi all’elezione di Hassan Sheikh Mohamud. «Forse ancora più importante, direi che nella leadership somala c’è coerenza in termini di sostegno alla collaborazione sull’antiterrorismo». La tempistica dell’annuncio, secondo i media americani, è stata determinata in parte proprio dalla rielezione di Mohamud, che ha messo fine a mesi di incertezza politica, e che, appunto, farebbe sentire a suo agio Biden nel mandare truppe americane in zone di conflitto.
Il Pentagono aveva proposto il cambiamento alcuni mesi fa, e si dice che Biden abbia approvato la decisione all’inizio di questo mese.
Secondo il funzionario, coperto da anonimato, che ha riferito ai media americani i fatti, la decisione«rafforza l’impegno militare a lungo termine degli Stati Uniti in un conflitto estero complicato», e, ci tiene la Casa Bianca a sottolineare, «non contraddice la politica generale di Joe Biden di disimpegnarsi dalleguerre per sempre‘, che sono alla base del ritiro dall’Afghanistan». Altresì, la decisione «non influisce sugli schieramenti complessivi nella regione, ma sostituisce un dispiegamento a rotazione con una presenza stabile: tour più lunghi degli stessi soldati delle forze speciali». Così, il Pentagono schiererà «fino a 500 soldati» -altre fonti parlano di 450- «in un dispiegamento a tempo pieno in Somalia , per addestrare l’esercito del Paese a combattere la crescente minaccia rappresentata dai militanti di al-Shabaab».
La presenza a rotazione non solo aveva ridotto la sicurezza delle truppe statunitensi mentre entravano e uscivano dal Paese, soprattutto interrompeva l’addestramento delle forze somale cambiando costantemente gli addestratori statunitensi. La missione di consulenza e assistenza, secondo la Casa Bianca, funziona meglio quando il personale è sul posto e può lavorare continuamente con i combattenti locali.
Donald Trump, nelle ultime settimane della sua presidenza, contro il parere del Pentagono, aveva ordinato di ritirare 750 soldati americani che fino ad allora erano stati di stanza in Somalia; decisione definita dall’Amministrazione Biden ‘irrazionale’, perchè «da allora, al-Shabaab, il gruppo terroristico in Somalia che è il più grande, il più ricco e il più letale affiliato di al-Qaeda, purtroppo si è solo rafforzato. Ha aumentato il ritmo dei suoi attacchi, anche contro il personale statunitense», ha affermato il funzionario.
Biden ha capovolto la decisione di Trump, ma quel che è più significativo, è che con questa mossa Biden conferisce nuova vita a una lotta globale durata due decenni contro i gruppi terroristici, iniziata dopo gli attacchi dell’11 settembre 2011. Una mossa politicamente significativa se si considera che Biden aveva promesso in campagna elettorale di porre fine a quelle che ha definito le ‘guerre per sempre’ degli Stati Uniti e che l’anno scorso, con una decisione molto criticata, ha ritirato, maldestramente, le forze USA dall’Afghanistan, una decisione che ha compromesso la sua posizione politica, la credibilità sua e degli Stati Uniti.
«La notizia della decisione di Biden arriva dopo un’importante conferenza internazionale della coalizione di Stato anti-islamica tenutasi in Marocco la scorsa settimana, in cui i leader di dozzine di Paesi hanno avvertito che il gruppo terroristico sta guadagnando terreno in tutta l’Africa occidentale nonostante avesse perso territorio e influenza in Medio Oriente» afferma ‘Foreign Policy‘. Il quotidiano sottolinea altresì l’impegno americano contro al-Shabab e che Biden ha autorizzato almeno cinque attacchi di droni contro al-Shabab da quando è entrato in carica.

La politica di Biden in Africa è stata considerata dagli analisti molto promettente sia in campagna elettorale sia durante i primi mesi di mandato, sul fronte economico in particolare, con l’impegno di Biden a ‘tornare’ anche in Africa, dopo il quasi ‘interesse zero per l’Africa’ di Trump, a ripristinare un solido impegno diplomatico degli Stati Uniti. Poi Biden è stato accusato di tiepidezza, di assenza sul dossier Africa, di significative continuità politiche dall’era Trump. In un mondo sempre più multipolare, gli Stati Uniti devono mostrare ai Paesi africani che il continente è una priorità, e non un pezzo della scacchiera della rivalità tra grandi potenze, sollecitavano gli osservatori.
La decisione sembra voler indicare che l’Amministrazione ha una strategia e la sta conducendo, forse senza troppa visibilità, ma con attenzione e tempestività.
«Le relazioni Africa-USA, come altre relazioni geopolitiche, sono soggette a cambiamenti dinamici, come può dimostrare la lettura della loro storia nel corso degli anni. Tuttavia, si può affermare che il flusso nelle relazioni tra Africa e Stati Uniti è più frequente, importante ed emotivamente carico di molte altre relazioni geopolitiche», afferma Bob Wekesa, coordinatore dei partenariati dell’African Center for the Study of the United States con sede presso l’Università del Witwatersrand, in Sudafrica, specializzato nelle relazioni USA-Africa.

Lo sforzo di Biden di far dimenticare agli africani Trump, di abbracciare l’Africa e mettere in campo una nuova relazione «l’ottimismo iniziale delle relazioni tra Africa e Stati Uniti che entrano in un periodo di prevedibilità e stabilità sono stati messi alla prova e trovati traballanti». Il caso più recente è stata l’invasione russa dell’Ucraina.
Nei mesi scorsi l’ONU ha votato su un appello per la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina e una risoluzione per sospendere la Russia dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Sotto copertura del non allineamento, quasi un terzo dei Paesi africani si è astenuto o è stato assente al momento del voto, quasi un tacito sostegno alla Russia, «nonostante le forti pressioni per un esito contrario da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali». Caso emblematico, ma non unico, espressione di un rapporto politicamente difficile quello tra Stati Uniti e Paesi africani.
«Ma concentrarsi solo sulle questioni politiche non si coglie il punto, perché le relazioni sono molto migliori sul fronte economico». Le relazioni politiche invece sono complicate, e sembrano destinate restare tali ancora a lungo. Ma ciò non significa che l’Amministrazione Biden non sia attenta all’Africa. La decisione di mandare questo pur piccolo gruppo di addestratori a sostenere la Somalia è indicazione di ciò, e della volontà, che è già pratica, di sanare i danni causati da Trump.

La decisione, affermano gli analisti di ‘Critical Threats‘, «dovrebbe essere il primo passo verso la risoluzione di un approccio problematico degli Stati Uniti alla minaccia terroristica di al Shabaab. La presenza militare statunitense funge certamente da spina dorsale per altre iniziative statunitensi, siano esse diplomatiche, umanitarie o di sviluppo,ma non è la panacea per il successo. Nel corso degli anni, i comandanti statunitensi lo hanno detto al Congresso: che senza progresso politico, qualsiasi conquista militare contro al Shabaab è temporanea. E l’esperienza degli ultimi 18 mesi dà loro ragione.
Il ritorno delle forze speciali statunitensi in Somalia fa guadagnare tempo e spazio per impegnarsi con i partner somali e iniziare ad affrontare la litania di questioni che affliggono il governo somalo, dalla riforma della magistratura alla lotta alla corruzione diffusa. Senza tali sforzi al di là dello spazio antiterrorismo, qualsiasi guadagno sarà temporaneo, e quindi gli Stati Uniti saranno davvero bloccati in una guerra senza fine contro al-Shabaab».
Il settore della sicurezza è fragile, «è un mosaico di unità addestrate locali, regionali e straniere (Stati Uniti, Unione europea, turca e tedesca). È disarticolato sia tatticamente che dottrinalmente. Le forze di sicurezza sono semi-professionali, poco equipaggiate e mal addestrate», afferma Hassan Khannenje, direttore dell’Istituto internazionale di studi strategici HORN, un gruppo di ricerca e politica con sede a Nairobi, in Kenya. «L’esercito nazionale somalo, la polizia nazionale somala e l’Agenzia nazionale di intelligence e sicurezza sono frammentati lungo linee di clan.Sono stati anche politicizzati sia dal governo che dall’opposizione. Ciò rischia un collasso sistematico se l’ingorgo politico degenerasse in una mobilitazione aggressiva basata sui clan o separatista».

Non mancano gli analisti che criticano apertamente la mossa di Biden. Il ‘New York Times‘ ha sentito Sarah Harrison, analista senior dell’International Crisis Group, autrice principale di un prossimo rapporto sulla politica statunitense in Somalia. «Gli Stati Uniti hanno cercato di frenare Al Shabab usando la forza militare per 15 anni, e non ha funzionato, ha detto; avrebbe anche potuto prolungare il conflitto. Inviare più truppe statunitensi e mettere sotto pressione un piccolo numero di alti dirigenti di Al Shabab, sono obiettivi ristretti e per definizione non possono porre fine alla più ampia lotta militare in assenza di sforzi diplomatici e politici più concertati ed efficaci da parte degli Stati Uniti, ha affermato».