domenica, Maggio 16

Somalia, non solo Al-Shabaab L'opinione di Luca Puddu, Senior Africa Analyst dell'Institute for Global Studies

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È un colpo «al cuore dell’establishment governativo somalo» quello inferto lo scorso 28 ottobre da Al-Shaabab. Non ha dubbi Luca Puddu, Senior Africa Analyst dell’Institute for Global Studies. Nel commentare l’attentato multiplo rivendicato dall’organizzazione terroristica ha sottolineato «il momento di criticità attraversato dall’apparato di sicurezza governativo».

Le due autobombe esplose a Mogadiscio sabato pomeriggio arrivano a due settimane dai drammatici fatti del 14 ottobre. Il teatro è sempre lo stesso: la capitale somala. Un camion pieno di esplosivo era saltato in aria nei pressi del Ministero degli Esteri e dell’Hotel Safari, seguìto da una seconda esplosione nel quartiere di Wadajir. Per giorni il numero dei morti non è stato definitivo. Più di 350 le vittime e oltre 200 i feriti, alcuni gravissimi.

A questa cifra si aggiungono le circa 30 persone cadute nelle ultime ore, ma secondo Puddu la natura dei due attentati non è assimilabile. Non solo per la paternità dell’attacco – il primo episodio, sebbene attribuito dalle autorità a Al-Shabaab, non è stato mai rivendicato. A suggerire la lettura offerta da Puddu ci sarebbe la scenografia dell’ultimo massacro: «La scelta del luogo è stata dettata da ragioni di opportunità: l’albergo davanti al quale hanno avuto luogo le esplosioni e la successiva sparatoria ospitava alcuni alti ufficiali degli Stati regionali somali – come il Ministro dell’Interno del Galmudug, deceduto nell’episodio – giunti a Mogadiscio per discutere dell’emergenza sicurezza con il governo federale», ha argomentato. L’intero establishment governativo somalo era, dunque, riunito per l’occasione in «un luogo sensibile». La prima autobomba fatta esplodere davanti all’Hotel Nasa-Hablod ha anticipato l’incursione all’interno della struttura da parte degli estremisti, che hanno ingaggiato una sparatoria con le forze di sicurezza. Il secondo ordigno è deflagrato nei pressi dell’ex Parlamento, una zona presidiata da forze militari.

All’indomani dell’attacco «il Governo federale ha sollevato dall’incarico i capi della Nisa e della polizia. Sommato alle dimissioni del Capo di Stato Maggiore dell’esercito e del Ministro della Difesa – alcune settimane addietro, questo provvedimento porta a compimento l’azzeramento del gruppo dirigenziale a capo delle forze di sicurezza», ha continuato Puddu. Con lui abbiamo fatto il punto sulla situazione somala, con uno sguardo rivolto al presente e al passato delle missioni internazionali.

 

Come commenta l’attentato del 14 ottobre in relazione al momento storico vissuto dalla Somalia?

L’attentato del 14 ottobre da un lato segna un brusco stop, perché il nuovo governo federale presieduto da Mohamed Abdullahi Mohamed aveva fatto della questione sicurezza a Mogadiscio la tara della propria azione ed effettivamente dal suo insediamento si erano registrati dei significativi miglioramenti nella capitale. In realtà, a partire dall’estate, hanno cominciato a emergere alcune crepe, anche a causa di una serie di scontri tra singole unità dell’esercito e della polizia in quel di Mogadiscio. L’episodio del 14 ottobre, dall’altro, mette in dubbio i progressi raggiunti nella guerra contro l’Al-Shabaab, sebbene personalmente abbia dei dubbi sulla presunta responsabilità di quest’ultimo movimento nell’organizzazione dell’attentato.

Dietro l’attentato potrebbe davvero non esserci stato Al-Shabaab, ma la «guerra tra Turchia e Arabia Saudita», come ha sostenuto Maryan Ismail, portavoce della comunità somala in Italia?

Siamo sempre nell’ambito delle speculazioni. Detto questo, condivido le stesse perplessità. Al-Shabaab non ha rivendicato questo attentato, anche se la mancata rivendicazione in parte potrebbe essere spiegata con il fatto che un attentato del genere non contribuisce a rinsaldare la popolarità di Al-Shabaab tra la popolazione civile.

Troppe vittime?

Troppi morti e troppi civili, soprattutto per un gruppo che si pone come movimento di liberazione nazionale contro l’occupazione straniera. Le analisi secondo le quali si tratterebbe di un attentato figlio della competizione tra Al-Shabaab e la fazione locale dello Stato Islamico sono, a mio modesto parere, fuorvianti. Innanzitutto perché la fazione locale dello Stato Islamico è molto ridotta e opera prevalentemente nella Somalia settentrionale. In secondo luogo, se si trattasse di un attentato legato al tentativo di acquisire visibilità all’interno dell’universo jihadista ci sarebbe stata una rivendicazione. Da ultimo, fino ad alcune settimane fa si segnalava una certa difficoltà da parte di Al-Shabaab a reperire esplosivo all’interno del territorio somalo: una prospettiva confermata dalla diminuzione di attentati con dinamiche simili. La ritrovata capacità dell’Al-Shabaab di reperire una tale quantità di esplosivo e di portarlo in un luogo sensibile della capitale è un elemento che desta qualche sospetto.

Qual è la sua analisi, quindi?

A mio parere è plausibile leggere questo attentato anche come conseguenza della crisi diplomatica in atto tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti da una parte e Qatar dall’altra, e delle ricadute di questa crisi sul contesto politico somalo. Il colpo d’immagine inferto al Governo federale il 14 Ottobre gioca infatti a favore di una serie di gruppi di interesse in Somalia e fuori dalla Somalia, per diverse ragioni ai ferri corti con Mogadiscio. A questo proposito giova ricordare come ormai da alcuni mesi il Governo federale sia invischiato nella crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Emirati da un lato, e Qatar dall’altra. L’Arabia Saudita e gli Emirati hanno chiesto al governo federale somalo di unirsi alla condanna contro il Qatar, ma Mogadiscio ha respinto la richiesta dichiarandosi formalmente neutrale, di fatto, però, schierandosi con Doha. Ricordiamo che la Somalia ha messo a disposizione il proprio spazio aereo ai velivoli della ‘Qatar Airways’, per aggirare la chiusura dei confini con i Paesi vicini. Oltretutto è di poche settimane fa la notizia dell’apertura di una base militare turca che consentirà di addestrare i futuri ufficiali e sottufficiali del governo federale, a conferma di come si stia lentamente delineando un asse preferenziale tra il Governo federale somalo, il Qatar e il suo principale alleato regionale che è la Turchia. Alla scelta di campo di Mogadiscio ha fatto da contraltare quella degli Stati regionali, i quali si sono schierati quasi all’unanimità dalla parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti utilizzando la disputa diplomatica per allargare le proprie prerogative di sovranità su materie, come la politica estera, di retaggio esclusivo del Governo federale. Il tentativo del Governo federale di rimuovere i presidenti delle amministrazioni regionali intervenuti in maniera ostile sulla vicenda ha innescato una sorta di guerra fredda tra Governo federale e Stati regionali, la cui posta in gioco è l’accesso indipendente a forme di assistenza finanziaria e militare dall’estero. È dunque evidente come ci siano tutta una serie di attori interessati a indebolire il Governo federale, non soltanto l’Al-Shabaab.

Con i fatti del 14 ottobre è davvero finita quella che è stata definita ‘primavera somala’ e che ruolo ha avuto la Presidenza Farmajo tra le speranze che la sua transizione ha alimentato e le fragilità strutturali?

A mio modesto parere la Presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed è andata fino a oggi nella giusta direzione. Ha cavalcato il nazionalismo somalo per superare le ataviche divisioni claniche che lacerano il Paese e formare un’autentica forza armata nazionale. Poi, naturalmente, un conto sono i programmi politici e un conto le contingenze in cui ci si trova ad operare. La crisi del Golfo ha favorito in qualche modo un riallineamento delle alleanze regionali della Somalia, perché se al momento dell’elezione l’agenda nazionalista di Mohamed Abdullahi Mohamed veniva vista con perplessità dall’Etiopia, la comune posizione di neutralità rispetto alla disputa arabo-qatariota ha favorito un riavvicinamento, come testimoniato dalla recente estradizione di un membro di spicco dell’Ogaden National Liberation Front. Proprio su quest’ultimo punto, più che sulla questione dell’attentato, si concentrano le incognite sul futuro del governo.  Sembra ci siano manovre in corso da parte delle opposizioni parlamentari per presentare una mozione di sfiducia nei confronti del Primo ministro Khaire, colpevole di aver avallato l’estradizione di un ‘patriota’ somalo. La questione dell’estradizione è in certa misura un paravento che cela il malcontento di alcuni gruppi clanici molto influenti nei confronti della squadra di governo federale, creata a suo tempo dal presidente Abdullahi Mohamed senza seguire il tipico ‘soil system’ su base clanica. Se questo debba essere letto come un fallimento della Presidenza somala dipende dai punti di vista. È chiaro che, nel momento in cui si vanno a toccare degli interessi costituti, i malcontenti siano inevitabili.

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