domenica, Aprile 18

Somalia: elezioni cercasi disperatamente Ecco cosa sta succedendo nel Paese e perchè. La contestata riforma elettorale che rischia di destabilizzare nuovamente il Paese e l'intera area

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Doveva essere l’elemento distintivo della presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, è diventato l’elemento scatenante di una crisi che potrebbe essere molto pericolosa non solo per la Somalia ma per l’intera area, già sconvolta da altre crisi -in testa quella dell’Etiopia. L’elemento è il nuovo sistema elettorale, il suffragio universale con una nuova Costituzione. La crisi che poi si è scatenata attorno ha poi amalgamato tutta una serie di altri ingredienti propri della Somalia e di un sistema politico fragile.

Il Paese doveva andare alle urne a fine 2020 per le elezioni parlamentari e all’inizio del 2021 per le elezioni presidenziali. Elezioni rinviate nell’estate 2020 adducendo una serie di motivazionicontingenti -tra cui COVID-19, aumento degli attacchi di Al-Shabaab e una grave infestazione di locuste. Dietro tutto queste contingenze -vere e gravi- il problema di fondo: la difficoltà a implementare il nuovo sistema elettoralemaggioritario, noto anche come ‘first-past-the-post’. Difficoltà politiche, di sicurezza, finanziarie, tecniche e logistiche.

La Somalia non ha più condotto un voto popolare diretto dal 1969. Ha invece utilizzato un approccio di condivisione del potere basato sui clan per scegliere i suoi leader. In questo sistema, gli anziani del clan scelgono indirettamente i membri della Camera Bassa, mentre i cinque Stati federali eleggono i membri della Camera Alta. I membri di entrambe le camere scelgono un presidente, che poi nomina un primo ministro.
Secondo i suoi sostenitori,
il nuovo sistema elettorale a suffragio elettorale, ufficialmenteintrodotto a fine febbraio 2020, sarebbe un primo passo importante verso la democratizzazione del Paese. Il sistema approvato un anno fa prevede che i somali votino direttamente per i partiti, con i seggi parlamentari assegnati in base ai conteggi finali. I membri del Parlamento eleggeranno quindi il Presidente e il Primo Ministro. Il primo ministro deve provenire dal partito di maggioranza in Parlamento.
Ma
la messa a terra del nuovo sistema elettoralefin dalla scorsa estate è parsa compromessa dalla mancanza di finanziamenti sufficienti da parte di donatori internazionali, da una scarsa pianificazione e gestione logistica da parte della commissione elettorale e, soprattutto, dalla mancanza di volontà politica.
Una mancanza di volontà politica in parte attribuibile al governo federale e
in parte ai governi regionali, specialmente quelli del Puntland e dello Jubaland. Il motivo di questa mancanza di volontà politica sta nel motivo stesso per cui questo sistema è stato da più parti sostenuto: il nuovo sistema elettorale cerca di trasferire il potere di decidere la leadership del Paese dagli anziani del clan ai cittadini. Ciò minerebbe il primato degli anziani del clan nella politica somala.
Poiché i clan sono gli attori principali nella politica della Somalia, fin da subito si è evidenziato il rischio che gli anziani dei clan, sentendo messo a rischio il loro potere, potessero sabotare il processo elettorale. Infatti, i ricercatori che hanno
fornito consulenza al governo somalo su sistemi elettorali funzionanti, fin da subito hanno evidenziato la difficoltà del passaggio da un modello basato sui clan a uno basato sui cittadini.

Il rinvio delle elezioni ha coinciso con la decisione del governo di rimanere in carica fino al nuovo voto. La decisione, come previsto da più parti, è stato il pretesto che ha innescato la crisi che ora sta attanagliando il Paese.

Evidente l’impossibilità mettere in pista il nuovo sistema elettorale, i leader somali hanno deciso, a settembre, di tenere elezioni indirette utilizzando un complesso sistema indiretto utilizzato in passato, un sistema di delegati ‘migliorato’ in cui i delegati sono selezionati dagli anziani del clan in collaborazione con la commissione elettorale. In sostanza, i delegati scelti dagli anziani del clan eleggono i legislatori che poi eleggono il presidente.
L’
accordo è stato firmato a Dhusamareb, il 17 settembre 2020. Accordo dal quale, in un primo momento, si sono chiamati fuori due stati, Puntland e Jubbaland, poco dopo rientrati. Raggiunto un accordo definitivo, il calendario delle elezioni avrebbe dovuto essere fissato il 1 ° ottobre. Il Parlamento somalo ha approvato il modello elettorale rivisto.

«Quando i leader governativi e regionali si sono imbarcati nel passaggio dalla fase di progettazione a quella di implementazione, sono emersi molti disaccordi», spiega Mohammed Ibrahim Shire, docente di Sicurezza presso l’Università di Portsmouth. «In particolare sono emerse tre questioni controverse che hanno portato tutto a un punto morto. Il primo è costituito dal gruppo federale di attuazione elettorale. Non appena il Governo somalo ha nominato la squadra, i membri degli stati federali come Puntland e Jubbaland l’hanno respinta. Hanno accusato il governo di riempirlo con membri del governo arrivati dall’ufficio del presidente, dalle agenzie di sicurezza e dal corpo diplomatico. Il secondo argomento controverso è chi gestirà i seggi parlamentari del Somaliland. Il terzo ostacolo è stato come gestire i 16 seggi parlamentari assegnati alla provincia di Gedo nello Stato di Jubbaland. L’amministrazione Jubbaland a Kismayo rimane estremamente impopolare a Gedo e in parti delle regioni di Jubba. I residenti sostengono che l’Amministrazione Jubbaland è sostenuta dal vicino Kenya e non rappresenta il popolo di Jubbaland. Questa tensione si inquadra sullo sfondo di una più ampia dinamica geopolitica tra Somalia e Kenya. La Somalia accusa il Kenya di ingerenza politica nello Stato di Jubbaland e di sponsorizzare e ospitare il Ministro latitante di Jubbaland, Abdirashid Janan. Il Kenya nega l’accusa».

L’opposizione somala, ma anche autorevoli osservatori esterni, considerano che dello stallo il primo responsabile sia Farmajo, la sua centralizzazione del potere e la sua volontà di usare il rinvio delle elezioni per restare aggrappato al potere, tanto da non lavorare per cercare una soluzione. Il Presidente, considerato oramai illegittimo dall’opposizione, è accusato di sabotare deliberatamente il processo elettorale per assicurarsi la permanenza al potere, si sostiene che alimenti il nazionalismo come un modo per distruggere la struttura di potere federale, viene ritenuto perfino un ‘pericolo esistenziale per la Somalia’.

Nei giorni scorsi l’impasse elettorale ha portato a manifestazioni di piazza organizzate dall’opposizione che hanno visto pesanti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza federali che hanno aperto il fuoco per fermare le manifestazioni dell’opposizione contro il nuovo rinvio delle elezioni che si dovevano tenere l’8 febbraio.
Shire sottolinea che in questo clima una
parte dell’opposizione ha «dispiegato le proprie milizie armate. Alcuni appartenevano a Yusuf Mohammed Siad -noto anche come Indha’ade- una figura controversa e un ex signore della guerra».
Una situazione grave, un clima esacerbato e pesantemente compromesso, tanto che oramai si ritiene che quello che all’origine era una problema causato dalla riforma elettorale, sia sfociato in una vera e propria
crisi costituzionale e politica, e che il Paese sia a rischio disgregazione.

Shire, come gran parte degli osservatori, ritiene che l’unica via di uscita dalla impasse elettorale sia l’attuazione dell’accordo del 17 settembre. La comunità internazionale spinge per elezioni urgenti. Secondo alcuni osservatori, il clima di queste settimane nel Paese potrebbe preannunciare una guerra civile se non si riesce andare molto velocemente alle urne. Il che potrebbe non essere azzardato se si tiene conto che in questo Paese si muovono una quantità di milizie armate al servizio delle diverse componenti politiche e/o di Stati regionali, dei diversi poteri e clan, anche strizzando l’occhio agli attori internazionali presenti sul terreno. Attori internazionali che mentre fanno appello ai leader della politica somala, di fatto sponsorizzano i diversi vari pretendenti alla Presidenza. In campo, e lo si è visto in queste settimane, uno schieramento ben conosciuto nell’area: da una parte Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altra Turchia e Qatar.

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