martedì, Maggio 11

Somalia a un passo dal precipizio Il Presidente Farmajo ha passato la palla del prolungamento del suo mandato al Parlamento che si riunirà sabato. Le Forze Armate spaccate lungo le linee dei clan; la tribalità nella politica con un sistema federale basato su tribù portato avanti dalle fazioni settarie dell'élite politica somala sotto accusa

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Prima, a partire da 19 febbraio, gli scontri tra le Forze Armate del governo federale e gruppi di militanti schierati con l’opposizione, poi, il 25 aprile, l’ingresso in scena di uomini delle Forze Armate che si sono ammutinati, per protestare contro l’estensione del mandato del Presidente,Mohamed Abdullahi Mohamed (detto Farmajo), e il rinvio delle elezioni che dovevano tenersi a febbraio, e hanno ingaggiato scontri con le truppe regolari. Tutto nel giro di pochi giorni.
La Somalia è ancora una volta sull’orlo di una grave crisi, afferma Crisis Group. «Gli ultimi combattimenti hanno evidenziato come la peggiore crisi politica degli ultimi anni potrebbe facilmente ulteriormente precipitare. Se lasciato irrisolto, ha il potenziale per riportare il Paese al conflitto civile, annullando i fragili guadagni realizzati negli ultimi dieci anni e mezzo».

Ieri, uno sviluppo che potrebbe essere importante. Il Presidente Farmajo è comparso in tv per annunciare che sabato si presenterà in Parlamento per porre la questione della sua proposta di proroga della Presidenza, e relativo rinvio delle elezioni di due anni, nelle mani del Parlamento. Il giorno prima, il Primo Ministro, Mohamed Hussein Roble, aveva chiesto a Farmajo di non proseguire nel mandato e di indire le elezioni il prima possibile. Farmajo, nella sua dichiarazione in tv, non ha esplicitamente rinunciato alla proroga, l’ha rimessa nelle mani del Parlamento, o meglio, come sottolineano alcuni osservatori, ne ha trasferito la responsabilità la Parlamento. Il 12 aprile, la Camera bassa del Parlamento aveva votato per prolungare il mandato quadriennale di altri due anni, dopo che il Paese non è riuscito a tenere le elezioni come previsto a febbraio. Il Senato aveva respinto la mossa. E in pochi giorni era scoppiato il caos.

Ora l’attenzione è concentrata su cosa accadrà sabato e sui combattimenti tra le forze di sicurezza, iniziati con l’afflusso a Mogadiscio, il 25 aprile, delle unità dell’Esercito Nazionale Somalo (SNA) fedeli ai politici dell’opposizione.
Le
truppe ribelli, originariamente basate a Hirshabelle, nella Somalia centro-meridionale, spiega Omar Mahmood, analista senior di Crisis Group, «erano guidate da un comandante che condivideva un collegio elettorale con gli ex presidenti e gli attuali leader dell’opposizioneHassan Sheikh Mohamud e Sheikh Sharif Ahmed. Queste forze hanno preso posizione nelle aree del nord-est di Mogadiscio. Le truppe del governo federale hanno cercato di riprendere queste posizioni, provocando pesanti scambi di armi da fuoco.
Altrove a Mogadiscio, le forze allineate al governo sono avanzate in un quartiere dominato dal sottoclan Haber Gedir dell’Hawiye, provocando ulteriori scontri con le forze di opposizione, comprese quelle fedeli al dimesso capo della polizia di Banadir, Sadiq ‘John’ Omar, che è emerso come un oppositore dei tentativi di Farmajo di rimanere al potere. Le forze governative si sono ritirate domenica, a fine giornata, in posizioni più vicine al complesso governativo, noto come Villa Somalia, lasciando alle unità di opposizione il controllo di parti della capitale».

Il rischio più grande, sottolinea Crisis Group, «è che i continui scontri fratturino ulteriormente il settore della sicurezza somalo lungo le linee dei clan. I soldati stanno tornando alla leadership del clan. Le forze armate della Somalia includono membri delle milizie dei clan che si sono spesso combattuti tra loro per il potere e le risorse.
I combattimenti del 25 aprile hanno dimostrato come la coesione» delle Forze Armate sia andata in frantumi causa il surriscaldamento del clima politico. «Le aree in cui si sono svolti gli ultimi combattimenti sono quartieri in cui dominano i sottoclan filo-opposizione Abgaal, Haber Gedir e Murosade degli Hawiye. Un importante incontro dei rappresentanti di Hawiye, la scorsa settimana, aveva respinto formalmente» la decisione del Parlamento del 12 aprile, quella del prolungamento del mandato a Farmajo, dimostrando unità all’interno del clan che domina la capitale contro il Presidente Farmajo. La maggior parte dei leader dell’opposizione e dell’Esercito somalo nella capitale sono Hawiye.
Intanto, «l’Amministrazione Farmajo ha difficoltà a pagare le forze di sicurezza. Il 25 aprile il Ministro delle Finanze, Abdirahman Duale Beileh, ha rivelato che l’assistenza internazionale al governo si è prosciugata, il che significa che farà fatica a continuare a finanziare il personale della sicurezza. Un ufficiale militare somalo ha lamentato con Crisis Group che le unità di guardia presidenziale sono state pagate la scorsa settimana, ma i soldati in prima linea nella battaglia contro Al-Shabaab no, creando ulteriore scompiglio nelle file dei servizi di sicurezza».
«I combattimenti aperti tra le forze di sicurezza sono la prova di un apparato di sicurezza frammentato», afferma Claire Elder, docente alla London School of Economics and Political Science. E questa frammentazione è la prova che le Forze Armate e Farmajo non hanno la forza e l’autorità necessarie per un’acquisizione autoritaria del potere, visto che questo comporterebbe il controllo pieno delle forze di sicurezza. Piuttosto queste lotte intestine sono la dimostrazione di «lotte di potere già in corso sulla carcassa del governo e la rinegoziazione di ciò che verrà dopo».

Frammentazione delle Forze Armate e controllo effettivo della politica da parte dei clan è il cocktail terribile servito a Farmajo e ai somali.

Quella della Somalia, afferma Abdi Ismail Samatar, ricercatore presso l’Università di Pretoria e professore di geografia presso l’Università del Minnesota, è una delle «élite politiche africane più settarie del continente», sostenuta e alimentata da una «formula politica divisiva simile all’apartheid basata su linee etniche».
«Nel
2006, dopo un decennio e mezzo di crudele guerra civile, l’Unione delle corti islamiche, un’alleanza interna di leader religiosi, aveva posto fine a 15 anni di terrore e tirannia dei signori della guerra. Pacificarono Mogadiscio e le aree circostanti e stavano per istituire l’amministrazione locale per la città e gli insediamenti circostanti. Ma l’iniziativa ebbe vita breve. La comunità internazionale, guidata dagli Stati Uniti, ha annullato questa iniziativa locale e ha conferito potere a un governo dominato dai signori della guerra.
L’influenza statunitense (e di altri Paesi) si è ulteriormente consolidata dopo il 2008, l’anno in cui Washington ha inserito Al-Shabaab come organizzazione terroristica. Da allora, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno speso miliardi di dollari per una sicurezza illusoria e uno sviluppo superficiale che non è riuscito a migliorare la capacità dei somali di farsi carico del proprio futuro.

Inoltre, hanno approvato un sistema federale basato su tribù avanzato dalle fazioni settarie dell’élite politica somala. Questo cocktail politico ha prodotto un contesto in cui la violenza è diventata parte della vita quotidiana della popolazione sotto l’ombra di un governo completamente corrotto e irrimediabilmente inetto».
Gli attori stranieri, prosegue Samatar, «inclusa l’Unione africana, sostengono uno schema politico che segrega i somali in unità genealogiche esclusive in tutte le sfere della vita politica e pubblica. Il Paese è diviso in regioni tribali», e lo sa bene Farmajo. «La rappresentanza parlamentare, le nomine ministeriali e l’occupazione nei servizi civili e di sicurezza (nonché nella magistratura) sono tutti basati sull’identità tribale. Ogni regione è appannaggio di un particolare gruppo tribale. E ogni dipartimento del governo è il feudo di una certa tribù. L’effetto politico fondamentale di queste divisioni è stato che i somali convivono nello stesso territorio nazionale, ma condividono una piccola agenda civica comune che può guidare la ricostruzione del loro Paese.
Tale reinvenzione dell’ordine politico coloniale e simile all’apartheid ha creato una stabilità superficiale e a breve termine nelle tasche del Paese. Questo è avvenuto a costo dell’insicurezza a livello nazionale e del progresso economico e sociale. Questo schema politico basato sulla tribù è accettato con la scusa che riflette la tradizione somala. Ma è funzionale solo ai progetti di una fazione settaria dell’élite politica somala e del loro ex alleato in Etiopia, il defunto primo ministro Meles Zenawi», afferma. «L’ordine attuale è un amalgama di due sistemi totalmente contraddittori. Un settore pubblico che dovrebbe essere inclusivo e democratico e una politica esclusiva basata sulla tribù. Questa miscela ha prodotto un ordine disfunzionale inetto in tutte le sue operazioni tranne che nel saccheggio delle risorse pubbliche e nell’alienazione reciproca dei somali».
Questa dualismo inclusività e tribalità è alla base dello scontro tra la visione nazionalistica di Farmajo e l’ambizione autonomista degli Stati federati.

E qui si inserisce l’opposizione e le sue responsabilità, opposizione che è vittima e carnefice della tribalità che rappresenta.
Nel cercare il rinvio delle elezioni, Farmaajo ha approfittato di alcune opportunità che gli sono venute sostanzialmente dall’opposizione, afferma Claire Elder. «Non ha costretto i parlamentari: 149 su 275 hanno sostenuto la risoluzione per i propri interessi. Molti parlamentari temevano di perdere i loro seggi alle prossime elezioni e avrebbero beneficiato dell’estensione. Ha approfittato di altre lacune nel sistema. In primo luogo, l’assenza di una corte costituzionale. In secondo luogo, le lacune nella legge elettorale. Un’altra opportunità per Farmaajo di chiedere una proroga è stata fornita dal silenzio internazionale sulle altre azioni esecutive del governo. Incoerenza, segnali contrastanti e priorità in competizione in materia di democratizzazione e sicurezza hanno apparentemente dato a Farmaajo il via libera per garantire un’estensione. Farmaajo ha imparato dai suoi vicini autoritari come utilizzare la sicurezza nazionale e gli obiettivi di sviluppo economico per screditare gli sforzi di democratizzazione.
L’opposizione non è stata un leader forte o un fidato alleato democratico già prima della crisi. Il gruppo di politici ‘riciclati’ che costituisce il National Salvation Council ha cambiato i parametri di riferimento e i termini dei negoziati e soffre di una crisi di legittimità. L’opposizione si è impegnata in comportamenti rischiosi per difendere i propri interessi».

Il clima nel Paese, afferma Omar Mahmood, «ricorda il periodo precedente ai conflitti tra clan somali, 30 anni fa. Il crollo delle forze di sicurezza secondo le linee dei clan, ricorda davvero la guerra civile iniziata alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90». L’appuntamento di sabato potrebbe essere decisivo, o per una via di uscita dalla crisi, o per catapultare la Somalia 30 anni indietro.
«I grandi progetti dei principali attori politici e militari mancano di un ingrediente importante: le opinioni e le speranze dei somali comuni», afferma Abdi Ismail Samatar. «
La maggior parte dei somali ha costantemente rifiutato il tribalismo politico poiché chiaramente consapevole che tali politiche sono le cause profonde delle loro privazioni. Oltre il 70% della popolazione somala ha meno di 30 anni. Tuttavia questo gruppo non ha avuto voce in capitolo nel ridisegnare la strategia di ricostruzione del Paese. L’imminente transizione politica dovuta alla scadenza del mandato dell’attuale leadership riprodurrà i disastri del passato. Il conflitto politico più recente tra il Presidente e l’opposizione riguarda lo stato di diritto e la validità della Costituzione provvisoria. Il Presidente ha alimentato sentimenti etnici per aumentare il suo sforzo illegale e illegittimo di rimanere al potere. Fortunatamente, la gente della capitale capisce chiaramente che trasformare il conflitto politico in uno etnico sarebbe catastrofico e si sono rifiutati di abboccare all’esca del presidente. L’Unione africana, le cui truppe sorvegliano la presidenza e gran parte della capitale, ha l’obbligo morale e politico di contrastare ilgerrymandering incostituzionale del Presidente. Senza un intervento decisivo dell’UA, il Paese sembra destinato a tornare a una sconsiderata guerra civile». Secondo Samatar, l’Unione Africana dovrebbe opporsi sia al tentativo del Presidente di aggrapparsi al potere sia agli altri attori somali settari, facendo passare chiaramente il messaggio che «la fusione dell’identità etnica e politica è disastrosa non solo per la Somalia, ma ovunque nel continente. Una tale posizione ispirerà i giovani somali che hanno mostrato la volontà di abbandonare il tribalismo politico».

Oltre all’Unione Africana nei prossimi giorni potrebbero essere decisivi gli interventi -pubblici o meno- di Stati Uniti, Regno Unito, Nazioni Unite, Unione europea, che, preoccupati che l’estensione del mandato al Presidente innescasse una pesante ondata di autoritarismo militarizzato, nelle settimane scorse avevano immediatamente minacciato sanzioni.
La mediazione esterna, sottolinea Claire Elder, è ancora necessaria «poiché la politica tossica dell’élite prende piede. Vi è una crescente pressione da parte dell’opposizione affinché si muova verso un governo provvisorio che serva anche i suoi interessi. L’opposizione, che non è sicura di vincere in nessuna delle prossime elezioni, vuole che Farmaajo venga rimosso. I giorni di Farmaajo sono contati. L’opposizione chiede alle imprese di Mogadiscio di smettere di pagare le tasse, e questo sarebbe un ultimo chiodo sulla bara». «Gli elementi di una guerra esistenziale sono già stati innescati».  

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