mercoledì, Ottobre 27

Somalia: a Galkayo, violenti proteste per i giovani soldati uccisi in Etiopia Il TPLF starebbe tentando di rafforzare i legami storici con vari stati membri della federazione somala in previsione di impedire al governo di Mogadiscio un diretto coinvolgimento militare su larga scala nel Tigray

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Galkayo, la capitale della regione di Mudug, in Somalia, nelle ore pomeridiane di ieri, è stata sconvolta da violente proteste innescate da centinaia di genitori somali, i cui figli e figlie sono scomparsi da quando sono andati in Eritrea per l’addestramento militare. I genitori hanno chiesto al governo di Mogadiscio di trovare i loro figli.

I genitori hanno affermato di non essere stati in grado di contattare i loro figli e la loro ubicazione rimane sconosciuta da quando gli scontri tra le forze ribelli e l’esercito etiope sono iniziati nella regione settentrionale del Tigray verso la fine del 2020. I manifestanti hanno eretto barricate lungo il centro di Galkayo e le vie principali. La polizia per disperderli ha usato gas lacrimogeni e munizioni vere. Sebbene non siano stati segnalati feriti, la polizia ha arrestato diversi manifestanti. A riportare la notizia è il sito ‘Crisis24‘ seguito dalla conferma della agenzia stampa turca Anadolu.

La triste vicenda dei giovani soldati somali si riferisce alla decisione presa dai principali autori del conflitto in Tigray, (il dittatore eritreo Isaias Afewerki e il Primo Ministro etiope Abiy Ali Ahmed) di utilizzare 2.500 soldati regolare della Somalia come carne da cannone contro le linee di difesa del TPLF. Questi ragazzi, presenti in Eritrea per training militari, sono stati trasportati al confine con l’Etiopia una settimana prima dell’attacco al Tigray (avvenuto il 3 novembre 2020). Il contingente somalo sarebbe entrato in Tigray il 4 novembre assieme alle divisioni della Eritrean Defense Forces che avrebbe assunto il comando operazionale sugli ufficiali somali.

Mentre i governi di Addis Abeba e Asmara rimangono chiusi in un imbarazzante silenzio il governo somalo, dopo le prime smentite, è ora in difficoltà a causa delle rivelazioni pubbliche fatte da Abdisalan Yusuf Guled, ex vice capo della National Intelligence and Security Agency-NISA. Guled ha affermato che oltre 370 soldati somali sono morti nel conflitto in Tigray. L’immediata smentita delle autorità di Mogadiscio ha fatto maggiormente infuriare la popolazione di Galkayo. «Un ex capo dei servizi segreti non può sbagliarsi. Vogliamo risposte. Vogliamo sapere dove sono i nostri figli», ha riferito ai media nazionali il rappresentante dei genitori.

Da parte sua Guled ha riferito al quotidiano somalo ‘Hiiran News’ di aver ricevuto la notizia del coinvolgimento in Tigray dei soldati somali in addestramento in Eritrea, direttamente da comandanti etiopi dell’esercito federale. La precisazione di Guled è in risposta alla affermazione del Ministro dell’Informazione Osman Abukar Dubbe fatta alla TV di Stato che nessun soldato somalo è stato coinvolto nel conflitto in Etiopia. La negazione delle evidenze è un obbligo del governo di Mogadiscio in quanto non può ammettere che 2.500 suoi soldati siano stati utilizzati da due Paesi stranieri per una guerra di cui la Somalia non è minimamente coinvolto come entità statale. Secondo le testimonianze di alcuni disertori somali rifugiatesi in Sudan, le vittime sarebbero molto di più di quelle indicate da Guled. Sui 2.500 giovani soldati somali ne sarebbero sopravvissuti solo 500.

Il coinvolgimento della Somalia nel conflitto in Tigray non si ferma a questo triste episodio. Peter Kirechu, giornalista esperto del Corno d’Africa, ci spiega che la Somalia avrebbe già subito danni collaterali con il ritiro della maggioranza del contingente etiope che combatteva i terroristi di Al-Shabaab. Ritiro ordinato dal Primo Ministro etiope per aumentare gli effetti della forza di invasione in Tigray. Il contingente etiope in Somalia ha inoltre subito una epurazione di circa 300 soldati di etnia tigrina per paura di diserzioni o rivolte.

La partenza delle truppe etiopi inietta ulteriore incertezza nella già precaria situazione di sicurezza della Somalia, che lotta per tenere le elezioni federali che erano previste per questo mese, mentre la lunga insurrezione da parte del violento gruppo estremista al-Shabab continua. La situazione è ulteriormente complicata dall’escalation delle tensioni tra il governo federale, con sede a Mogadiscio, e gli Stati regionali semiautonomi della Somalia, una situazione di stallo che ha somiglianze con il conflitto dell’Etiopia tra il governo federale e il Tigray. Sia Abiy che la sua controparte somala, Mohamed Abdullahi Mohamed – più comunemente noto con il suo soprannome, Farmajo – hanno cercato di centralizzare l’autorità esecutiva all’interno dei rispettivi governi federali nonostante l’opposizione sostenuta e sempre più violenta da parte di potenti rivali.

Le truppe etiopi in Somalia sono sempre state un fattore decisivo per la difesa del governo somalo. Furono loro nel 2006 a porre fine al governo delle Corti Islamiche che era riuscito a inglobare o a sconfiggere i vari Signori della Guerra che dopo la caduta del dittatore Siad Barre (1991) avevano imperversato nel Paese riuscendo a sconfiggere anche il contingente militare internazionale inviato per stabilizzare la Somalia, marines americani compresi. L’intervento etiope, deciso dal TPLF su esplicita richiesta americana, non riuscì a stabilizzare la Somalia e provocò la nascita di Al-Shabaab (l’ala giovanile delle Corti Islamiche) che riconquitò gran parte del territorio.

Le truppe etiope sono state determinanti nella guerra contro Al-Shabaab portata avanti dal contigente militare africano AMISOM finanziato da USA e Unione Europea. Prima del ritiro lo scorso novembre, l’Etiopia aveva quasi 4.000 truppe assegnate alla Missione delle Nazioni Unite in Somalia, o AMISOM, che prendeva di mira al-Shabab, e altre 4.000 truppe a sostegno di un accordo di sicurezza bilaterale separato tra i governi somalo ed etiope.

Farmajo è in corsa per un secondo mandato in un’elezione presidenziale prevista per il mese prossimo, ma è probabile che sia rinviata. Se la sua candidatura per la rielezione avesse successo – non una prospettiva certa – la sua sopravvivenza politica sarebbe stata influenzata dall’esito del conflitto etiope nel Tigray ancora in corso. È notizia di ieri la rivendicazione da parte del TPLF di aver riportato una importante vittoria nei pressi di Dima uccidendo circa 1.500 soldati federali ed eritrei. Addis Abeba e Asmara evitano ogni commento.

Secondo nostre fonti diplomatiche, il TPLF starebbe tentando di rafforzare i legami storici con vari stati membri della federazione somala in previsione di impedire al governo di Mogadiscio un diretto coinvolgimento militare su larga scala nel Tigray. Informano inoltre che l’andamento della guerra contro il TPLF sia molto negativo per l’esercito federale. Di conseguenza, il Primo Ministro starebbe tentando di raggruppare una forza regionale per riuscire a sconfiggere la resistenza Tigrina.

Una guerra nel Tigray di lunga durata (tutti gli indizi portano a pensarlo) metterà a dura prova le risorse militari dell’Etiopia e aumenterà la prospettiva di ulteriori prelievi dalla missione in Somalia. Una sconfitta definitiva del TPLF, d’altra parte, incoraggerebbe la campagna di centralizzazione di Abiy, un risultato che risuonerebbe in Somalia e rafforzerebbe l’agenda di Farmajo. Gli sforzi di Farmajo per emarginare i suoi oppositori politici sono stati rafforzati proprio dalla presenza militare dell’Etiopia. Un supporto estremamente importante in quanto Farmajo è impegnato a contrastare le mire territoriali del Kenya collegate ai giacimenti petroliferi off-shore nelle acque territoriali somale. L’influenza di Nairobi si manifesta tramite la regione ‘ribelle’ della Jabaland. Una spina al fianco del governo federale somalo di simile gravità del Tigray in Etiopia.

Nel marzo 2020 Farmajo ha tentato senza successo di intervenire per impedire la rielezione di Ahmed Madobe, un oppositore politico chiave che è presidente dello stato regionale più meridionale della Somalia, Jubaland. Anche in questo caso, Farmajo ha sfruttato la presenza militare e il sostegno politico dell’Etiopia nel tentativo di spodestare un titolare ed espandere il mandato del governo federale a scapito del Kenya. Questo sforzo ha scatenato violenti scontri tra le truppe federali e le forze di Jubaland e ciò è accaduto sia in Kenya che in Etiopia, due Paesi che hanno contribuito con le truppe nella missione AMISOM, che si trovano sui lati opposti della controversia in Jubaland.

Il Kenya sostiene da tempo l’amministrazione jubaland di Madobe, un ex alleato di al-Shabab che ora si oppone al gruppo terrorista. Madobe ha guidato la campagna militare del 2012 che ha estromesso al-Shabab da Kismayo, la capitale della regione, e da allora ha goduto del sostegno militare e politico del Kenya. Madobe ha anche legami storici con l’ex governo guidato dal TPLF ad Addis Abeba, che risalgono alla campagna militare dell’Etiopia contro gli estremisti islamici nel sud della Somalia durante gli anni 2000.

Al-Shabaab è stato respinto dalle città di Jubaland, ma mantiene ancora una presenza nelle zone rurali dello stato. Il Kenya, che in passato ha subito attacchi mortali di al-Shabab, considera lo Jubaland – e quindi Madobe – un cuscinetto di sicurezza essenziale al confine nord-orientale con la Somalia. Abiy, d’altra parte, è sospettoso dei legami storici di Madobe con il TPLF, così come altri gruppi etiopi che si oppongono all’agenda del governo federale.

Queste tensioni mettono in pericolo la già tormentata campagna dell’AMISOM contro Al-Shabab, che ha subito un colpo a causa dell’improvviso ritiro delle truppe statunitensi ordinato il mese scorso dal presidente Donald Trump. Gli interessi nazionali hanno a lungo guidato le decisioni dei Paesi sulla partecipazione alla missione AMISOM, ma la spaccatura tra Kenya ed Etiopia – e il sostegno divergente di ogni paese per le fazioni nazionali rivali all’interno della Somalia – indebolisce fondamentalmente la missione AMISOM. Queste tensioni potrebbero non sfociare in uno scontro diretto, ma creano un ulteriore cuneo che il risorgente al-Shabab può sfruttare per portare avanti i suoi obiettivi militari e politici.

Il conflitto nel Tigray non fa che esacerbare queste spaccature esistenti. Una duratura insurrezione di guerriglia nel Tigray probabilmente metterà a dura prova le risorse militari dell’Etiopia e aumenterà la prospettiva di ulteriori prelievi dalla missione in Somalia. Una sconfitta definitiva del TPLF, d’altra parte, incoraggerebbe la campagna di centralizzazione di Abiy, un risultato che risuonerebbe in Somalia e rafforzerebbe l’agenda di Farmajo.

L’instabilità indiretta sulla Somalia creata dal conflitto nel nord dell’Etiopia, potrebbe terminare se vi saranno in futuro prospettive di un accordo tra governo federale e TPLF. Questo scenario, oltre a porre fine alla insensata guerra ed evitare il rischio di balcanizzazione del Paese della Regina di Shaba, potrebbe anche fornire un valido modello per allentare le tensioni tra governo federale e Stati regionali in Somalia.

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