lunedì, Settembre 27

Sollicciano, Rebibbia: dove si ferma la Costituzione Uno scandalo; ed è scandaloso che siano in pochi a scandalizzarsi; ma domanda ancora più inquietante e assillante: quante sono le carceri come quello di Sollicciano?

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Della serie ‘notizie’ che raramente fanno ‘notizia’, quando va bene sono relegate in scarni trafiletti. Non capita tutti i giorni che Sandra Rogialli, direttrice salute dei penitenziari fiorentini dica: “Per come è costruito questo carcere ricorda un manicomioOgni giorno si verificano due gesti di autolesionismo, a volte i topi mordono i detenuti”. Si riferisce al carcere di Sollicciano, che definisce ‘inadeguato strutturalmente’. Se le parole hanno un senso, significa irriformabile. Semplicemente non può e non deve più essere usato come struttura carceraria.

  Sandra Rogialli parla chiaro: nel penitenziario fiorentinosi vive male. Sollicciano è per me completamente associabile al manicomio in quanto “istituzione totale”, dove la vita di chi è dentro è controllata h 24 da altri e cè poco che possa dipendere da te: per uscire in giardino devi chiedere il permesso, per telefonare a casa devi chiedere il permesso, per lavorare devi avere il permesso. È vero che siamo in carcere, ma nel nord Europa i penitenziari sono pensati in modo diverso: i detenuti vivono in luoghi sorvegliati ma allo stesso tempo dignitosi, con spazi aperti e possibilità di lavorare, cosa limitatissima a Sollicciano ma che invece sarebbe fondamentale per la riabilitazione. Questa diversità architettonica del carcere permette di abbassare la percentuale di recidiva e quindi va a beneficio dell’intera società.

  Covid a parte, ed escluse le “normali” malattie che possono colpire gli esseri umani, a Sollicciano, racconta Rogialli, “alcuni detenuti si presentano ai nostri medici con punture di cimici, l’altro giorno è arrivato uno che era stato morso da un topo. La disinfestazione viene fatta, ma poi questi animali tornano. E ancora: tanti detenuti chiedono psicofarmaci: “Spesso l’utilizzo è l’unico modo che ritengono di avere per non impazzire. Per alcuni reclusi talvolta diventa quasi impossibile vivere tra le sbarre: Ci sono persone incompatibili con la detenzione perché malate, tra queste anche quelle che presentano forme gravi di disperazione. Sono persone che puntualmente segnaliamo al magistrato di sorveglianza, ma non sempre è possibile individuare la pena alternativa e può succedere che il detenuto resti in carcere.

  Uno scandalo; ed è scandaloso che siano in pochi a scandalizzarsi; ma domanda ancora più inquietante e assillante: quante sono le carceri come quello di Sollicciano?

  Giorni fa, la “notizia” di un parto avvenuto all’interno di una cella della sezione femminile del carcere romano di Rebibbia. Vicenda che ha dell’incredibile: come è possibile una violenza del genere? Amra è il nome della mamma che ha partorito con l’aiuto della compagna di cella. Come è possibile che non fosse presente un medico?

  Racconta l’esponente radicale Rita Bernardini: “Dieci giorni fa, dopo aver visitato nel corso del mese di agosto 5 istituti penitenziari, avevo scritto alla ministra Marta Cartabia denunciando lo stato di abbandono delle nostre carceri. Stato di abbandono sanitario e trattamentale che si traduce in concrete e sistematiche violazioni dei diritti umani inconcepibili in uno Stato di diritto che si definisce democratico. Quel che è successo ad Amra e al suo bambino è uno dei tanti degradanti esempi di ciò che avviene ogni minuto nei 189 penitenziari del nostro Paese. Penso al Giudice che ha disposto l’arresto di una donna prossima al parto, ai responsabili del carcere che l’hanno messa in una cella, al dirigente sanitario che l’ha presa in carico: tutti sapevano, ma nessuno di loro è intervenuto per evitare l’irreparabile, cioè che un bambino nascesse tra le sbarre senza alcuna assistenza sanitaria per lui e per la madre.

  Bernardini pone alcune “semplici” domande che si spera possano trovare risposta nell’inchiesta avviata dal ministro Cartabia: “Per Amra e il suo piccolo che fine ha fatto la legge dell’Ordinamento Penitenziario che prevede che in ogni carcere femminile devono essere in funzione servizi speciali per l’assistenza sanitaria alle gestanti e alle puerpere? Perché la ASL non ha fatto funzionare questi servizi speciali? E perché i Ministeri della Salute e della Giustizia e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria non hanno vigilato sulla fruizione dei servizi previsti?”.

  Altro episodio che dovrebbe far riflettere. Recentemente una delegazione del Partito Radicale e di Nessuno tocchi Caino ha visitato il Carcere di Catanzaro. In quell’occasione la storia di un ergastolano, M.S., 70 anni e trenta di detenzione sulle spalle. M.S. tre anni fa perde la moglie, ma non può assistere al suo funerale perché secondo il magistrato di sorveglianza di Catanzaro, che si basa su una informativa di P.S., “per accedere alla cappella privata del cimitero Nuovissimo di Poggioreale, ove era tumulata la moglie, occorreva contattare i familiari della stessa, fatto che poteva creare problemi di ordine e sicurezza pubblica all’interno del cimitero stesso. Rigettando l’appello del M.S., sulla falsariga del magistrato, il tribunale di sorveglianza rincara la dose; sostiene che “il cimitero di Napoli è, dal notorio assai noto (sic!), luogo di incontri-scambi-profitti-gestione da parte dei camorristi apicali”. Inoltre, M.S., per vedersi riconosciuta la “inesigibilità della collaborazione” al fine d’accedere a qualche beneficio ha dovuto far ricorso più volte per Cassazione. Il fatto è che M.S. ha espiato da anni la parte ostativa della sua pena, proprio per questo gli è stato revocato il 41-bis. Per cinque anni M.S. assiste a un ping pong tra Suprema Corte e Tribunale di Sorveglianza, che non si rassegna a recepire e riconoscere quanto era evidente per i supremi giudici; alla fine però la spunta: dopo l’ulteriore intervento della Consulta è rimossa la preclusione assoluta di benefici a condannati per reati targati 41-bis; dunque, almeno sulla carta, non c’è più materia del contendere. Vedremo se e quando a M.S. sarà concessa un’ora di “libertà” dopo una vita di reclusione.

  Ora un caso emblematico, ma tutt’altro che raro, di “giustizia” lenta quando va bene; così lenta da sembrare spesso immobile.

  Sono stati tutti assolti i dieci “falchi” della Questura di Napoli accusati di aver rubato nel 2010 un Tir carico di generi alimentari, prosciutti, salami, mortadella, polenta, gnocchi, sotto gli occhi dei rapinatori che avevano appena arrestato. E’ un processo durato undici anni. Gli agenti erano accusati di peculato e falso. L’episodio risale al 20 febbraio 2010, quando una pattuglia della speciale unità anticrimine intervenne per sventare una rapina ai danni di un mezzo pesante che trasportava generi alimentari bloccato da una banda nel porto di Napoli. Undici anni per accertare che con quei prosciutti non avevano nulla a che fare. Gli agenti erano stati assolti in primo grado, verdetto confermato in Appello.

  Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro della Giustizia Cartabia, nel corso della loro recente visita nel carcere minorile di Nisida a Napoli hanno detto parole condivisibili, ricche di umanità; e opportunamente  hanno ricordato al Parlamento e a tutti noi le ragioni, i valori (e gli obblighi) della Costituzione. Ma è pur vero che la cronaca quotidiana, le “notizie” che raramente fanno “notizia”, ci dicono che tanto lavoro ancora va fatto e resta da fare.

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