mercoledì, dicembre 19

Solitudine: un fatto privato?

0

Pasquale Romeo, medico chirurgo specialista in Psichiatria, Responsabile di Psichiatria e Psichiatria Forense, del Gruppo di Ricerca in Scienze Medico-Legali Sociali e Forensi, Professore a contratto di Psichiatria dell’Università ‘D. Alighieri’ di Reggio Calabria, è autore del libro ‘Soli, soli, soli che tratta questa tematica con molti riferimenti alla letteratura italiana e straniera, affiancati a quelli psicologici di tale condizione umana. Nel suo articolo ‘La solitudine: malattia o fisiologia?’ lo psicologo definisce la solitudine come la condizione di chi vive solo, deserto: ciò lascia per lui intendere che questa non sia una condizione di chi vive una malattia, come per esempio appare essere definita la depressione dal punto di vista solamente psichiatrico.

Come sappiamo, la solitudine è comunque una condizione che caratterizza l’ultimo scorcio del Novecento ed è data da più fattori, determinati dall’età, dal supporto sociale, dalle disabilità (quando queste sono presenti), dalle malattie croniche, che incidono sull’accettazione di sé e degli altri. La solitudine è però una condizione trasversale a tutte le età ed è maggiormente difficile, pervasiva, addirittura ‘maligna’, senza un adeguato supporto sociale.

La letteratura psichiatrica evidenzia come la solitudine debba essere non soltanto una conseguenza, ma anche il fattore predisponente di alcune patologie, e specie in età adolescenziale, passa tra l’accettazione di sé e di quella dei propri pari.
Il normale senso di solitudine è presente comunque nell’uomo sano, se vissuta con equilibrio ed in maniera sintonica con se stessi. Mentre nell’adulto è associata alla creatività, nell’adolescente è correlata al suo contrario e può rappresentare la risposta alla paura di allontanarsi dalle figure di riferimento avute in precedenza. 
Saper accettare il proprio senso di solitudine è il primo passo per diminuire il senso di separatezza, mentre l’incapacità di accettarla fa attribuire all’altro caratteristiche negative ed aggressive, proprio per paura della separatezza, del distacco, che vediamo riflesse nel nostro vicino.
La solitudine nell’anziano sembra dipendere dalla condizione parafisiologica che l’uomo attraversa dopo i 65 anni, a volte determinata dai lutti, ad una certa età assai numerosi, dalle vedovanze, dalle malattie invalidanti, o ancora dalle perdite, dai traslochi e dalle modifiche di alcune abitudini. Non per niente la depressione nell’anziano ha una prevalenza maggiore ed il senso di solitudine è pervasivo, superando la soglia della normalità e divenendo a volte patologico.
Assume grande importanza il pensionamento e la perdita del ruolo sociale, della capacità di essere utile agli altri, la mancanza di hobbies.
La perdita delle performances cognitive incide sul vissuto, diminuendo le elevate prestazioni che hanno caratterizzato l’età precedente e diventa una malattia, se non si è sufficientemente preparati in gioventù, con una vita arricchita da ulteriori interessi, da più di un sostegno affettivo e sociale (in alcuni casi la timidezza, associata alla solitudine, non predispone alla depressione in nessun caso, se esiste un supporto adeguato) basilare per superare la condizione dell’essere soli, ma predispone talora ad altre patologie. L’anziano deve perciò coltivare le sue funzioni cognitive, esercitandole di volta in volta e ogni giorno. Se le funzioni cognitive vengono aggravate dalla solitudine, si perde la capacità d’efficienza e produttività, diventando senza scopi e a volte anche stereotipati nei comportamenti.

La solitudine, se marcata, incrementa il rischio di patologie croniche ed in certi casi, come quello dei malati di cuore, ne può aumentare la mortalità.

Nell’adolescente la solitudine può essere un mezzo di protezione per consentire una migliore crescita e garantire una sorta di ‘cuscinetto protettivo’ tra la propria autostima e quella degli altri: se si verifica una discrepanza tra il proprio modo di accettarsi e quello degli altri, la solitudine può servire ad integrare queste due facce della realtà. In questi giovani l’autostima messa a dura prova è riconsiderata soltanto se si ha una condizione psicologica sufficientemente stabile.

La solitudine può essere disabilitante, perché impedisce la normale linea evolutiva, lo scorrere del tempo disgregando il normale flusso, il chronos, creando un elemento di rottura nel normale processo delle attività umane.

In uno studio del 1998, in 80 soggetti presi in considerazione, le placche dentali sono risultate strettamente associate con questa affezione, colpendo all’incirca 6 denti per ciascuno, con conseguenti cure costose e che inficiano la qualità di vita del soggetto.

Si può star soli anche in compagnia, come nella moderne discoteche, nei pub con delle musiche ad alto volume, con le televisioni e con tutto ciò che la tecnologia ci ha donato per non sentirci in solitudine (compresa l’apparecchiatura elettronica, come un videogioco che sembra allontanarla) e viceversa sentirsi in compagnia essendo soli.
Forse in quest’ultima definizione sta il segreto della sana solitudine.

La capacità di avvertire la solitudine muta con la situazione contingente, come se il nostro apparato psichico mutasse la soglia di percezione in base alle circostanze.
Per esempio si sa che nella depressione muta la soglia del dolore tra chi ha una normale vita di relazione e chi è divorziato.
 In questi pazienti le relazioni interrotte o giudicate negative si scorgono più facilmente in personalità disturbate con tratti di dipendenza, con difficoltà d’autonomia decisionale e un desiderio di avere sempre con sé un compagno ideale, che le traghetti tra le difficoltà quotidiane. L’esperienza della solitudine può essere inclusa meglio in 5 importanti fattori:
stress emozionali, inadeguamento sociale, alienazione, crescita e scoperta, isolamento interpersonale.
Per converso, il senso d’appartenenza si dimostra strettamente correlato ad un buon funzionamento psicologico e sociale, teso all’esplorazione del mondo. Nel dolore ripararsi in solitudine, chiudersi in se stessi, è un modo fisiologico per rigenersi e poi riaprirsi al mondo esterno, anche se a volte serve tempo per attuare questo cambiamento di stato. La coppia e la famiglia sono i luoghi in cui si sperimentano i più forti sentimenti di solitudine, come la sensazione di sentirsi incompresi dal partner, o per i più giovani dai genitori. L’antidoto viene dal condividere stati d’animo, esperienze e progetti che diventano perciò comuni.

La solitudine rimane comunque una condizione propria dell’uomo, che a volte viene ricercata o si subisce. In quest’ultimo caso essa non è dipendente dalla nostra volontà e a prima vista il soggetto preso da tale problematica appare in stretta comunicazione con gli altri. La solitudine può essere percepita o reale ed è un’esperienza necessaria, intesa come bisogno di un’individualità non inferiore e strettamente legato al senso di appartenza, inevitabile se non a costo di forti limiti sul piano dell’identità personale. Secondo alcuni fa parte della natura dell’uomo stesso, che a un certo punto si sente diverso dagli altri accanto a lui. Tale sentimento umano e psicologico nascerebbe proprio da questa condizione e l’amore sarebbe, in un’ottica filogenetica, un sostegno a questa separatezza o senso di solitudine degli esseri umani. D’altronde, quando ci sentiamo soli, a volte un abbraccio o un bacio dato da un’altra persona risollevano un po’ lo spirito, facendoci percepire una felicità almeno momentanea, anche nel nostro sentirci soli.

Anche l’arte sembra aver riconsiderato questo problema, se è uscito un libro intitolato ‘Solitudini distratte, un lavoro a quattro mani, frutto di una ricerca sinergica che mira alla simbiosi tra testo e immagine. Le fotografie di Sofia Bucci prendono vita dal ritmo pulsante delle parole di Matteo Mammucari. Ecco come lo descrive sul sito la stessa Sofia Bucci:

Il tic tac dell’orologio, il gorgoglìo dentro all’acquario, il macinare dei polmoni, il brontolare della moca. Tutto ci ha addomesticato. Tutto si è associato al silenzio.

Ed ora anche il tuo respiro non sa più di niente.

Ci siamo alzati prima di svegliarci. Abbiamo chiuso la porta alle nostre spalle e ci siamo incamminati verso le rispettive tangenziali, senza chiederci perdono. Perdono per lo spazio che ci rubiamo, per i baci insipidi che ci scambiamo, perdono per questo viverci addosso. Per il nostro letto disfatto.

Siamo stati distratti dalle crisi, dalla metropolitana, dagli ingorghi, dalle targhe alterne, dai tramezzini confusi con un pranzo, dai nodi alla cravatta, dai punti persi contro le squadre materasso, dalle rodate novità delle riviste, dai centesimi che riusciremo a salvare, dai matrimoni delle persone più importanti di noi.E ormai anche il mio sudore non sa più di niente.Ma noi non siamo quelli che stanno svicolando tra gli alveari metropolitani; no, quelli sono i nostri avanzi. Noi siamo rimasti a casa, sparpagliati in mezzo alla flanella spiegazzata e umidiccia delle lenzuola. Siamo i capelli perduti, imprigionati tra la federa e il cuscino, siamo la forfora che fomenta la polvere, siamo le cellule morte che ingrassano i sogni degli acari.

Noi siamo quello che non siamo più. Avremmo dovuto accorgercene prima.

Avremmo dovuto continuare a dormire stringendoci, con le dita e le mani e le braccia e le gambe intrecciate. Ma tutto ci ha addomesticato. E ci siamo accontentati. Cosa ci resta da legare insieme? Le lenzuola, forse. Ma non sappiamo se affidargli un cappio o una via di fuga.

Comunque nulla che possa consolare le nostre solitudini dirimpettaie, il loro dormirsi in faccia senza allacciarsi mai.E tutto questo tempo speso a fingere di essere felici potevamo usarlo per imparare ad esserlo davvero.”

Sembra che qualcosa considerato ‘intimo’ dalle persone fino a pochi secoli fa stia diventando finalmente un tema condivisibile per tutti e quasi da esporre in salotto, come dice lo stesso Pasquale Romeo che qui di seguito intervistiamo sull’argomento.

 

Pasquale Romeo, come è cambiata il concetto di solitudine negli ultimi secoli?

Sicuramente ha subito profonde trasformazioni legate ai mutamenti storico sociali ed alle conseguenze sui sistemi di socializzazione (si pensi al cambiamento dei ruoli familiari, alle modalità relazionali dei giovani, alla velocità di “sostituzione” dei partner, alle innumerevoli attività extrascolastiche ecc); è la società ed il tempo degli “usa e getta”, un tempo che va riempito a tutti i costi, vissuto e non rimpianto, che allena al piacere e poco alla “beata solitudo, sola beatitudo”.

Cosa porta alla solitudine gli anziani e ora anche i giovani?

La dimensione della solitudine fa parte dello sviluppo umano e del raggiungimento dei diversi compiti evolutivi tipici di ogni tappa di età; mentre la solitudine del giovane è legata a fattori di “ricerca” della propria identità, quella dell’anziano fa riferimento alla “perdita” ed al bisogno di affermazione della stessa: nell’adolescenza per esempio, l’identità in formazione oscilla tra il bisogno di indipendenza e quello di sicurezza-attaccamento verso le figure affettive più prossime. Elaborare e saper accettare il proprio senso di solitudine è una condizione nuova per il ragazzo imprescindibile per diminuire il proprio senso di separatezza: stare con sé stessi, per sperimentarsi, diventa condizione preliminare al saper  stare con gli altri. Nell’anziano invece, i fattori sociali quali il pensionamento e la perdita del ruolo sociale, la capacità d’essere utile agli altri, la mancanza di hobbies e la progressiva perdita delle performance cognitive e percettive, incidono sul vissuto del soggetto e sul suo senso di solitudine. In realtà le due solitudini sembrano essere due facce della stessa medaglia: tanto più è stata arricchita l’esperienza della solitudine in gioventù tanto meno diverrà problematica e poco sana in vecchiaia.

Un ragazzo che si esclude con i compagni, come è accettato da questi e ciò provoca la solitudine o ci deve essere dell’altro per far scoppiare questa problematica?

Le varie forme di disagio giovanile oggi sempre più frequenti rappresentano un campanello d’allarme per i clinici e per chi si occupa di salute mentale, sono sempre più frequenti i riferiti di ragazzi estroversi, socievoli e brillanti nel rendimento scolastico che lamentano però di sentirsi soli e annoiati; è paradossale che nonostante siano bombardati da stimoli di ogni tipo, dentro nutrano un forte senso di solitudine. E’ oltremodo sorprendente, e preoccupante, scoprire da recenti studi nell’ambito della neuropsicologia, quali quelli condotti da U. Sabatello nel 2010 sulla devianza giovanile e sui disturbi della condotta, rivelino come molti dei pre-adolescenti autori di reati, ai test psicologici ottengano un alto punteggio nelle scale della depressione e dell’ansia. L’adolescente può vivere come un marchio d’infamia la condizione dell’essere solo ed isolato dagli altri proprio perché come su detto, in questa fase è alla ricerca di conferme e le ritrova proprio nel gruppo dei pari, di contro da questi riceverà degli importanti feedback riguardo la propria autostima ed il proprio esserci nel mondo. Esistono poi condizioni più esasperate, dove il ritiro sociale diviene una spia d’allarme per l’insorgenza di un disturbo di personalità (quello schizoide o evitante), o dell’umore (quale depressione maggiore).

Perché in realtà esiste la solitudine; è da sempre o è un tema nato negli ultimi anni?

La solitudine riguarda più campi ed è stata fonte di studio e di confronto fra varie branche della filosofia, della letteratura dell’antropologia e della psichiatria da secoli. Argomento intriso di molteplici significati, è sempre stato considerato come una finestra sul mondo nel campo delle scienze umane e sociali. Secondo alcune recenti statistiche la solitudine riguarda quasi 4 milioni di italiani e il 20% della popolazione mondiale. Nel suo libro Loneliness: human nature and the need for social connection, il Prof. John T. Cacioppo, docente di psicologia della University of Chicago, descrive una società nella quale i momenti di socializzazione sono rarissimi, concentrata più sul mondo virtuale che sulla realtà, e denunciano anche gli effetti che questa situazione provoca sulla salute.

Come è vista la solitudine in psicologia è un fatto positivo o negativo, oppure una via di mezzo tra i due?

La solitudine è una spia indicatrice di una normale condizione di benessere specie se vissuta con equilibrio e in maniera sintonica con se stessi. La capacita di stare soli è un elemento fondante,in psicoanalisi costituisce uno dei punti cardine per il sano sviluppo dell’individuo: la capacità di distaccarsi dall’oggetto d’amore e percepirlo presente nonostante la sua non vicinanza fisica getta le basi per la “costanza d’oggetto”. Si può star soli anche in compagnia e sentirsi in compagnia essendo soli. Se è possibile fare quello che dice Tibullo “Sii una folla per te stesso”, allora è possibile anche stare con gli altri essendo soli.

Nel libro di John T. Cacioppo cita una farse dello scrittore del ‘Paradiso Perduto’ che ai vv. 254 – 255 sintetizza bene la condizione umana: “La mente in se stessa alberga, e in sé può trasformare. Nel cielo l’inferno e nell’inferno il cielo” e nel capitolo ‘Il potere della connessione sociale’ a pag. 275 inoltre spiega come nella mente la fede (delle persone isolate) si idealizza spontaneamente con le proprie idee (giuste e/o sbagliate) per il bisogno di antropomorfizzare; il successo delle mega-chiese americane nei sobborghi urbanizzati è dovuto quindi al bisogno umano di incontro, riunione e appartenenza collettiva. È d’accordo con queste affermazioni?

Si, l’uomo è un animale sociale, da quando viene al mondo ha il bisogno naturale di unirsi agli altri, e come diceva Umberto Galimberti in un suo articolo citando Hoderlin ‘noi siamo un colloquio’ come per sottolineare da una parte l’essere singolo dall’altra il nostro bisogno di comunicare per essere; tuttavia credo che questa spinta per quanto alimentata e condizionata dagli altri, risieda in gran parte dentro noi stessi: gli autori del pensiero positivo sostengono con fermezza che ognuno attrae verso di sé ciò di cui ha bisogno, prendere consapevolezza di questa cosa condiziona inevitabilmente la nostra esistenza perché significa considerare che sia le parti felici che quelle più disastrose della nostra vita in un modo o nell’ altro sono state ‘attirate’. Sviscerando questi aspetti anche la solitudine può essere vista in una chiave positiva e costruttiva. “Nel profondo dell’uomo albergano sopiti poteri, poteri che lo stupirebbero e che egli non ha mai sognato di possedere; forze che rivoluzionerebbero la sua vita, se destate e messe in azioni”. Orison Swett Marden

Quante forme di solitudine esistono nel nostro tempo; il computer e lavorare sempre più fuori da un luogo specifico quanto incrementano tale condizione?

Esistono diverse forme di solitudini. Ci sono le solitudini legate a psicopatologie importanti quali disturbi di personalità, disturbi dell’umore o come nelle psicosi a volte il soggetto può dialogare ed avere dei monologhi solo con se stesso orchestrato dai suoi deliri; ci sono le solitudini dettate da condizioni di vita inaspettate quali lutti, carcerazioni, separazioni; ci sono poi le solitudini volute come quelle scelte dall’asceta, dal religioso, dal barbone, ecc.; ci sono infine solitudini sociali legate alla dipendenza comportamentale da internet per esempio:  in Italia si registrano circa 50 casi di giovani adolescenti, definiti Hikikomori, termine giapponese che indica l’isolamento dal resto del mondo esterno/reale, trascorrendo il tempo con Internet, fumetti e videogiochi. È un fenomeno che in Giappone costituisce un problema sociale smisurato.

È doloroso a volte essere soli e ciò può essere definito solitudine in campo medico o rappresenta qualche altra cosa?

Parallelamente alla solitudine sperimentata dall’anziano, quella del malato mentale è altresì invalidante: Borgna la definisce sia morale che sociale, sia endocentrica che esocentrica, poiché coinvolge il singolo nello stare con sé stessi ma anche con gli altri. In ambito psichiatrico assistiamo a diverse forme di solitudine: una solitudine che si esercita su sé stessi depauperandosi dei propri oggetti interni, in una vuotezza del presente ed una mancanza di progettualità futura; una solitudine condizionata dal proprio deserto interiore, o dal popolamento di oggetti persecutori. Il malato intrattiene un monologo con sé stesso sempre più povero nel contenuto e nella forma, un monologo che si riduce al pronome personale Io.

Ogni età della vita conosce la sua solitudine, o si parla di una solitudine uguale per tutti?

Non esiste una solitudine uguale per tutti, per ogni persona assume un significato differente in base al proprio percorso di vita. C’e’ chi rifugge la solitudine come meccanismo di difesa, chi si lascia sopraffare caricandola di significati negativi, chi si sente ammaliato e chi di contro ne e’ indifferente. La solitudine, può, quindi, essere considerata uno spettro di condizioni che vanno dalla noia, alla paura, al fascino, all’appartenenza ed a tante altre cose, e diventa così come una cartina al tornasole squisitamente “soggettiva e personale” per indicare ciò che noi siamo.

La solitudine è difficoltà ad incontrarsi con l’altro individuo e se sì, perché esiste tale difficoltà umana e in quali soggetti è più esteso questo avvenimento?

La solitudine appartiene all’uomo come tale, indipendentemente dal fatto che sia normale, psicotico e depresso (Giannetti). La difficoltà dell’incontro con l’altro è condizione basilare di ogni inizio di terapia per es. La psicoterapia è un rapporto duale, l’incontro di due anime, ma è anche l’estrema solitudine del singolo. In un rapporto psicoanalitico, lo psicoanalista non esiste e se esiste, è sotto le mentite spoglie di ciò che pensa il paziente. Come dice Bion non ha memoria e desiderio. Di contro, Il paziente perciò è solo con la propria memoria, la propria storia ed il proprio desiderio, la propria progettualità, seppur aiutato nel proprio viaggio dallo speleologo che è lo psicoanalista. In questa solitudine, che sembra non esistere, ma che invece emerge in tutta la sua forza, il paziente impara ad essere solo ed a convivere con sé stesso.

La solitudine si avverte soltanto nella coppia e nella famiglia o ci sono altre occasioni per manifestarla, penso per esempio alla scuola?

La coppia e la famiglia di oggi hanno subito profonde trasformazioni ma è soprattutto fra i giovani che si fa forte il concetto di disagio. Il disagio giovanile è espressione di una crisi più ampia che riguarda: la flessibilità assoluta e la perdita di punti di riferimento,i valori senza valori, l’incertezza e la paura di un futuro visto più come una minaccia più che come una certezza. Tutto questo contribuisce a iniettare nel ragazzo l’idea negativistica che l’impegno, il sacrificio, la forza delle idee, a poco servono per cambiare le cose con conseguente sentimento auto percepito di scarsa motivazione, smarrimento, incapacità a tollerare le frustrazioni ed una solitudine sempre più accentuata; Si registrano oggi infatti numerosi casi di “fobia scolastica e ritiro scolastico” così come anche la nota learned helplessness ovvero l’impotenza appresa; molti di loro fanno fatica a sviluppare un loro progetto di vita,restano focalizzati sul presente nel mondo rassicurante del virtuale, passando spesso da un’esperienza frammentaria all’altra non riuscendo a dare un senso profondo alla loro esistenza. La scuola si pone quindi come uno strumento privilegiato sia per l’individuazione delle condizioni a rischio sia per l’attuazione di programmi specifici di prevenzione di ritiro e disagio.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore