mercoledì, Maggio 12

Soldatini francesi della jihad 40

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ISIL-Iraq-Siria-jihad-terrorismo

Parigi – Sono giovani, hanno tra i 17 ed i 28 anni, vengono reclutati non nelle moschee ma su Facebook ed i Social Network. Coloro che non muoiono in battaglia, delusi dal jihadismo in terra siriana ed irachena e dalla vita quotidiana nello Stato Islamico, cercano pure di riguadagnare la Francia (alcuni riuscendoci, altri no). Dopo un’inchiesta duranta un anno David Thomson, giornalista di Radio France International e France24 è riuscito a tracciare un profilo tipo degli oltre 930 jihadisti francesi (su circa 3.000 jihadisti europei) che hanno deciso di lasciare la Francia per combattere la Jihad in Siria nei ranghi dello Stato islamico o del Fronte Jabhat Al Nusra. L’autore li soprannomina i “soldatini della Jihad”. E a ragione, visto che tra le fila dei combattenti ci sono anche 14enni o 15enni, diverse donne e persino bambini.

 Shock culturale e isolamento? Ma i jihadisti non sono lupi solitari

 In Francia l’identikit tipico del jihadista francese sembrava coincidere con un percorso di auto-radicalizzazione in un contesto di isolamento e di alienazione rispetto alla società. Il profilo di Mehdi Nemmouche,autore del plurimo omicidio al Museo Ebraico di Bruxelles, così come quello di Mohammed Merah, l’assassino della scuola ebraica di Tolosa abbattuto poi nel corso di un’operazione delle teste di cuoio francesi, il Raid, sembravano indicare questo percorso. Ma in realtà dall’inchiesta di Thomson emerge che i jihadisti francesi sono tutt’altro che lupi solitari. Alcuni, certo, hanno raggiunto la Siria da soli, dopo una presa di coscienza progressiva, un fastidio ed un’ostilità crescente verso la società ed i valori occidentali e soprattutto buoni contatti lungo il viaggio attraverso la Turchia fino al confine siriano. Altri però sono partiti con tutta la famiglia, bambini compresi, sperando di realizzare il proprio sogno di vivere sotto il Califfato e di combattere la jihad per espiare le proprie colpe ed accedere al paradiso. In effetti, grazie ad una serie di “filiere” (di cui alcune smascherate dalla DGSI, i servizi segreti francesi), i jihadisti e le loro famiglie seguono un percorso preciso, trovano un alloggio, appoggi, persino piccole comunità ad accoglierle in Siria.

 E’ il caso di uno degli jihadisti “repertoriati” da Thomson, che, prima della partenza, non era felice in Francia. «Non posso vivere al mio ritmo nei paesi occidentali» – racconta – «perché gli occidentali sono razzisti e perché non credono nella libertà religiosa. Gli Europei vivono nel peccato 24 ore su 24 e setti giorni su sette ma nonostante ciò m’impediscono di fare la mia preghiera per soli cinque minuti. In Francia le donne non hanno il diritto di portare il niqab, che è uno dei precetti islamici. Una donna che porta il niqab per strada può essere arrestata e obbligata a pagare una multa di 150 euro. Però se passeggia nuda per strada nessuno dice nulla perché si pretende che quella sia libertà. E’ diventata una guerra contro l’Islam. Noi vogliamo la nostra libertà religiosa».   Yassine, francese di 27 anni ha invece deciso di sposarsi giusto qualche giorno prima di partire per la Siria con una ragazzina di 17 anni. La conosceva appena ma condivideva le sue convinzioni. «Un fratello me l’ha presentata»– racconta – e m’ha detto: «Questa ragazza è pronta a partire alla volta di Shams (Siria ndr) ma le è necessario un uomo perché le donne non possono partire da sole». Ora la ragazzina ha già due bambini.

Reclutamento su Facebook e social network, non più nelle moschee

 Contrariamente a quanto si credeva prima, non è nelle moschee che si fa il vero reclutamento. La moschea serve a legare insieme le aspirazioni e le preoccupazioni di ordine spirituale dei jihadisti ma il vero reclutamento si fa oramai solo e soltanto via facebook. La maggioranza degli intervistati nell’inchiesta di Thomson si sono costruiti un solida fede semplicemente navigando su internet, visionando decine di video su YouTube o su altri siti di condivisione di video e musica. Diversi i documentari sulla vita nel Califfato, diversi gli esempi e la propaganda fatta da coloro che sono partiti e che invitano altri, amici, familiari, conoscenti, a raggiungerli.  E così nasce il passaparola, così il verbo jihadista si diffonde. E’ quello che spiega Abu Nai’m, jihadista di 23 anni. “La verità – racconta – è che io recluto su Facebook. C’è tanta gente su Facebook, sui social network, L’Occidente non può sorvegliare tutti. Così io continuo il mio lavoro, ovvero recluto e metto in contatto coloro che recluto per raggiungere altri fratelli in Siria”.

Le reclute: non delinquenti ma spesso professionisti convinti

 L’immagine che spesso la società occidentale si fa del combattente della Jihad è quella del giovane disoccupato ed emarginato, dedito a piccole attività criminali in qualche banlieue o in qualche cité. Ma anche qui la realtà è tutt’altra ed è forse ciò a destare maggiore preoccupazione. La maggior parte dei jihadisti aveva infatti un buon lavoro alla spalle prima di partire per la Siria. Non è certo la povertà a farli fuggire ma quasi esclusivamente fattori di ordine spirituale, politico ed a volte sociale. Tra i futuri combattenti ci sono anche giovani che hanno ricevuto un’educazione cattolica o laica e che poi, vedendo video condivisi da amici su facebook hanno deciso di approfondire le proprie conoscenze sull’Islam fino a decidere di fare il grande salto. Yassine, uno dei jihadisti incontrati da Thomson, faceva protesi dentarie prima di arruolarsi nelle fila dell’ISIS. Guadagnava circa 2.000 euro al mese. Il suo lavoro gli permetteva di vivere una vita decorosa in Francia. Per realizzare il sogno della jihad però ha lasciato tutto: lavoro, il suo appartamento nel XVIII arrondissement di Parigi e la sua famiglia. «Mi sono detto» – racconta –«che Allah voleva testare la mia sincerità. Avrei scelto il lusso ed il peccato oppure avrei lasciato tutto per lui?»

Le donne nella Jihad di Siria: un ruolo più importante  

Ci sono anche tante donne che abbandonano la propria famiglia ed i propri studi in Francia per raggiungere la Siria. Questo è dovuto al fatto che il discorso tenuto dai gruppi di jihadisti è cambiato rispetto al passato. Un ruolo infatti più importante è dato alla donna nel contesto dello Stato Islamico. E’ l’opinione di Géraldine Casutt, ricercatrice e sociologa all’EHESS di Parigi, che spiega come l’ideologia jihadista del califfato tenda a presentare le donne come esseri di grande valore, complementari all’uomo. L’immagine della donna musulmana (al-ukhti, ‘sorella’ in arabo), che viene costantemente derisa in Occidente e nei paesi musulmani corrotti, diventa invece centrale nella vita del Califfato. Propaganda dell’ISIS? Le donne in tal modo vengono attratte dal nuovo messaggio jihadista, si sentono importanti e soprattutto sentono di servire una causa giusta. Secondo Thomson le donne che partono per la jihad rappresentano almeno un quarto del totale dei francesi arruolati nelle file di Al Nusra o dello Stato Islamico. Molte sono adolescenti, alcune hanno 14 anni ma ce ne sono anche di più giovani che mentono sulla propria età pur di partire e partecipare al grande sogno del califfato che spesso si risolve in una vita breve e dura e in una morte atroce.   

 

 

 

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