sabato, Maggio 15

Soffia il vento, infuria la bufera PD Al Senato, la minoranza PD in rivolta per il 'caso Mineo'

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Infuriano le polemiche all’interno del PD sulla sostituzione di Corradino Mineo con Luigi Zanda in Commissione Affari Costituzionali del Senato. La decisione, dettata da Pechino dal premier Matteo Renzi, arriva a pochi giorni dallo spostamento ad altro incarico (promoveatur ut amoveatur) di Vannino Chiti dalla stessa commissione. Entrambi i senatori appartengono alla fronda di senatori PD che ha presentato DL di riforma del Senato alternativo a quello del Governo. La defenestrazione di Mineo dalla commissione ha spinto 13 senatori dem (Paolo Corsini, Felice Casson, Vannino Chiti, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Renato Turano) all’autosospensione dal PD: un gesto forte che lascia intravedere la minaccia di una scissione.

Commentando la presa di posizione dei dissidenti, il Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi ha detto ai cronisti: «Il processo delle riforme va avanti, non si può fermare per dieci senatori. (…) Nessuno ha chiesto loro di autosospendersi. Dovranno essere loro a decidere se far parte del processo di riforme o fare una scelta diversa».

Meno diplomatiche le dichiarazioni di Luca Lotti13 senatori non possono permettersi di mettere in discussione il volere di 12 milioni di elettori e non possono bloccare le riforme che hanno chiesto gli italiani. (…) Ci aspettavamo 20 persone, sono solo 13. Mineo ha tradito l’accordo con il gruppo. Siamo un partito democratico, non anarchico».

In qualità di portavoce dei dissidenti, Corsini ha definito l’allontanamento di Mineo «un’epurazione delle idee non ortodosse», nonché una «palese violazione della nostra Carta fondamentale». «Noi riteniamo che sia stato effettuato un vulnus all’articolo 67 della Costituzione, che dice che il parlamentare non ha vincolo di mandato e risponde alla sua coscienza Chiediamo dunque alla presidenza gruppo Parlamentare un chiarimento». A Corsini ha ribattuto Francesco Scalia, facendo pesare che: «5 riunioni del gruppo a Palazzo Madama, due direzioni PD, il voto di 11 milioni di elettori alle elezioni europee. Evidentemente tutto questo non basta ai 13 colleghi del PD che si sono autosospesi per far valere un assurdo potere di veto contro le riforme del governo Renzi»; e aggiunge: «Chi parla di violazione dell’articolo 67 della Costituzione dovrebbe ricordare che la composizione delle commissioni è decisa dai gruppi. La posizione di Mineo avrebbe leso il principio di maggioranza. I senatori democratici sono 107 e si sono più volte espressi a favore del disegno di legge costituzionale».

Sul caso è intervenuto dal suo blog con durezza anche Pippo Civati: «Il Premier dalla Cina, rinverdendo la tradizione bulgara (…) dice che non accetta veti: benissimo. Il problema è distinguere i veti (che si confondono, come in questo caso, con i propri ricatti: o così o niente) dalla libera espressione di un’opinione in campo costituzionale. Dove tutti i parlamentari sono sovrani, di più: sovranissimi. Il Premier non è stato eletto in Parlamento, ma dovrebbe ricordare che la Costituzione è cosa più importante. Anche di quello che legittimamente pensa lui. Con tutto il dovuto rispetto». E ancora: «Se Renzi pensa di portare a Berlusconi lo scalpo di Mineo e di Chiti, fa un errore di valutazione: il testo Boschi passerebbe in commissione, ma non in Aula, dove le perplessità riemergerebbero, a maggior ragione dopo l’umiliazione costituzionale di ieri».

Dalla Cina, il Premier non si è astenuto dall’intervenire nella querelle in atto nel PD: «non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo. È stupefacente che Mineo parli di epurazione. Un partito non è un taxi che uno prende per farsi eleggere». E ancora: «Noi non molliamo di mezzo centimetro, siamo convinti a cambiare il Paese. Le riforme non si annunciano, si fanno, e non lasciamo a nessuno il diritto di veto: contano più i voti degli italiani che il diritto di veto di qualche politico. (…) Non ne possiamo più di un’Italia rannicchiata, impaurita, c’è fame di Italia nel mondo e noi dobbiamo fare di più. Dobbiamo smettere di dividerci e fare finalmente gioco di squadra. Noi andremo avanti a testa alta».

 

Domani si svolgerà il Consiglio dei Ministri: all’ordine del giorno ci sono diversi punti importanti; tra questi vi è anche la riforma della PA, attorno alla quale è sorta una fitta rete di polemiche in merito agli ipotetici provvedimenti che rientrerebbero nella riforma. Durante un incontro che ha tenuto con i sindacati, il Ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia ha dichiarato: «Leggo tante cose sui giornali. Voglio dirvi qui che non sono i provvedimenti del CdM di domani. (…) L’impianto della riforma sarà fondato su tre pilastri: organizzazione, innovazione, persone». Smentendo le voci sulla mobilità che il Governo vorrebbe introdurre nel pubblico impiego, il ministro ha chiarito che «Non abbiamo mai immaginato 100 km, non li abbiamo mai presi in considerazione, non vogliamo stravolgere la vita delle famiglie». Piuttosto l’Esecutivo ha pensato a «una mobilità che funzioni per evitare gli esuberi e rispettare i lavoratori è necessaria».

Intanto, però, i sindacati confederali del pubblico impiego, in caso il Governo non fornisca risposte adeguate, non escludono il ricorso allo sciopero. Il segretario CISL Scuola, Francesco Scrima, ha dichiarato: «Senza risposte il sindacato trarrà le sue conseguenze, usando con responsabilità gli strumenti a sua disposizione: non escluso nulla». Sulla stessa lunghezza d’onda il segretario UIL Antonio Foccillo e il segretario Fp CGIL Rossana Dettori.

Nell’ambito della maxi indagini sul Mose, il gip Alberto Scaramuzza ha concesso la revoca degli arresti domiciliari a Giorgio Orsoni, che rimane comunque tra gli indagati dell’inchiesta per finanziamento illecito. Il rilascio gli ha consentito di tornare a ricoprire la carica di sindaco di Venezia. Sembra che, tramite i suoi legali, Orsoni abbia patteggiato con i pm veneziani una pena di 4 mesi, ma sul patteggiamento e sulla pena dovrà esprimersi il gup.

È stato oggi desecretato l’interrogatorio condotto il 16 maggio dai magistrati Giuseppe Lombardo e Francesco Curcio con Claudio Scajola. L’ex ministro si difende respingendo ognuna delle accuse a suo carico: nega di aver fatto affari con Amedeo Matacena e di aver agevolato la ‘Ndrangheta; afferma di aver consigliato Chiara Rizzo di convincere il marito a porre fine alla latitanza. Le registrazioni delle intercettazioni telefoniche e i documenti, tuttavia, restituiscono un quadro abbastanza compromettente per Scajola, che si rammarica di aver parlato a telefono in un modo che da adito a fraintendimenti: «Se avessi parlato più chiaro non ci sarebbe tutta questa roba qua. Usavo un linguaggio che ha creato solo casino».

In questi giorni, presso il Tribunale della libertà di Reggio Calabria, è in corso di svolgimento l’udienza per il riesame dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa a suo tempo nei confronti dell’ex ministro nell’ambito dell’inchiesta sul presunto aiuto fornito Matacena a sfuggire alla cattura dopo la condanna definitiva a 5 anni di reclusione.

Secondo fonti libanesi, domani dovrebbe rientrare in Italia l’ex senatore Marcello Dell’Utri, che arriverebbe a Fiumicino intorno alle 7:00 con un volo Alitalia proveniente da Beirut. Invero un po’ anodino il commento del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, sulla faccenda: «Sul caso Dell’Utri aspettiamo le azioni delle autorità competenti. Il Ministero ha fatto quello che doveva fare». Gustosa la dichiarazione con cui Pino Di Peri, l’avvocato del cofondatore di FI, ha commentato la notizia: «Se la notizia è fondata, sarà accolta con favore dal dottore Dell’Utri che da oltre due mesi formula continue richieste sia all’autorità giudiziaria libanese sia a quella italiana di un tempestivo suo rientro in Italia. (…) Peraltro proprio per consentire un immediato rientro nel proprio Paese, Dell’Utri ha altresì rinunciato a ogni forma di assistenza medica durante il trasferimento aereo».

Commenti tutto sommato positivi per l’Italia sono contenuti nel bollettino diramato oggi dalla BCE. Secondo il documento, il nostro Paese ha attuato «una correzione sostenibile» del deficit eccessivo, anche se deve «accrescere gli sforzi di risanamento per assicurare sufficienti progressi» per gli obiettivi di medio termine, «con la priorità di imprimere uno stabile andamento discendente al cospicuo debito in rapporto al Pil». Il bollettino illustra più nel dettaglio la serie di misure annunciate la settimana scorsa da Mario Draghi per il rilancio dell’economia europea, concentrando gli sforzi per «riportare i tassi d’inflazione in prossimità del 2%». a tale specifico riguardo, la BCE è «unanime nel suo impegno a ricorrere anche a strumenti non convenzionali, nel quadro del proprio mandato, qualora si rendesse ancora necessario affrontare rischi connessi con un periodo di bassa inflazione eccessivamente prolungato». Al momento, si afferma nel documento, il rischio deflazione è alquanto remoto, ma è utile predisporre fin da ora una serie di misure, tra le quali quelle che fanno leva sulla politica monetaria (come per esempio l’aumento del danaro circolante)

L’economia dell’Eurozona è in atto una «graduale ripresa, pur essendo in certa misura più debole delle attese»; segnali di miglioramento, sia pure timidi, arrivano dal mercato del lavoro, ma i livelli della disoccupazione rimangono ancora alti.

Come nota decisamente meno positiva, rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona in Italia e in Spagna i vincoli legati alla disponibilità del credito per le imprese dei servizi rimangano eccessivi e rischino di essere un fattore di forte freno per la ripresa.

Sul sistema bancario italiano si è soffermato il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan durante un convegno a Milano: negli anni più neri della crisi, «il nostro sistema bancario durante una recessione durissima, lunga e profonda ha dimostrato un’enorme capacità di resistenza. Adesso bisogna guardare avanti a delle condizioni che sono migliori e che miglioreranno ulteriormente per dare una nuova spinta e un nuovo contributo, questo è vero per l’Italia e altri Paesi». Proprio in tale prospettiva, ha ricordato Padoan, la BCE, oltre ad abbassare i tassi «ha messo a disposizione un ingente ammontare di liquidità affinché il sistema bancario in Europa utilizzi questo denaro per fare finanziamento all’economia. Oggi penso che si possa fare di più e dicendo questo ho in mente il sistema bancario che è la struttura portante del finanziamento dell’economia del nostro Paese». «L’economia italiana ed europea» ha proseguito il ministro «sono di fronte a due opzioni per i prossimi 5-10 anni: o vivacchiare oppure saltare su un sentiero di crescita diverso e accelerare l’espansione e la creazione di nuovi posti di lavoro».

 

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