lunedì, Agosto 2

Sofferenza animale: ‘I miserabili’, storia dannata di umani e non-umani Non si può non prendere atto di come una parte della denuncia sfugga completamente all’attenzione, venga bypassata e ignorata: si tratta della denuncia della prigionia degli animali nei circhi

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I Miserabili’, film del regista di origini maliane Ladj Li, apprezzato tanto da ricevere il premio della Giuria e quattro premi Cesar al festival di Cannes 2019, è un grande film di denuncia, che, grazie a al realismo e al pathos che sono la sua musica di fondo, sta mietendo elogi ed ha il grande merito di portare ancora una volta alla ribalta dibattiti sul tema dell’enorme disagio di certe periferie francesi, crogiolo di nazionalità diverse, vecchie e nuove immigrazioni poco e male integrate. La violenza scorre a fiumi in forme diverse di prevaricazione del più forte sul più debole, poco importa se in nome di una delinquenza fuori controllo o nascosta, ma neppure tanto, dietro la fascetta che identifica e protegge quella sfrontata della polizia.

La critica ne ha sviscerato in questi mesi le componenti, quelle sociologiche e quelle psicologiche, senza escludere il posto dei bambini, quei bambini che se già ci guardavano con meritata severità nella denuncia dello splendido ‘I bambini ci guardano’ di Vittorio De Sica, ora, tecnologici più che mai, le efferatezze adulte non si limitano ad osservarle, ma le filmano con un drone.

E’ proprio all’interno del riconosciuto valore di denuncia del film, recepito dal pubblico a cominciare da quello degli esperti, intellettuali e non, che non si può non prendere atto di come una parte di tale denuncia sfugga completamente all’attenzione, venga bypassata e ignorata, quasi fosse un amminnicolo superfluo, un cammeo accessorio: si tratta della denuncia della prigionia degli animali nei circhi.
Quando il piccolo Issa ruba dal circo lì attendato un cucciolo di leone, la pax sociale, quanto mai fragile, esige che sia restituito al suo (il)legittimo proprietario. Tutti si mobilitano e si rivolgono all’imam, moderno Salomone, persona riconosciuta super partes come la più autorevole e rispettabile, nonostante un passato che viene fatto intuire come non proprio cristallino. Al poliziotto che gli chiede un intervento risolutivo, replica con parole che sono pietre:
«Tu credi che il posto di un leone sia il circo? Nell’Islam il leone è un animale forte e maestoso che incarna forza e grandezza. Non si dovrebbe mettere in gabbia un animale così saggio» . All’invito a ridarlo ai suoi ‘padroni’ che si occuperanno di lui e lo nutriranno si indigna: «Da quando gli uomini nutrono i leoni? I leoni non sanno cacciare? Nutrirsi da soli? Gli uomini gli danno costrizioni che non dovrebbero esistere. Si chiama schiavitù. Sai che dice un leone quando ruggisce? Oh Allah, fa che io non attacchi mai chi agisce con bontà e carità».

Le parole, dotate dell’autorità loro conferita dal personaggio, rimbombano alle orecchie: ma a quanto pare solo di coloro che si ribellano allo stato di segregazione e di schiavitù a cui ogni circo condanna gli animali, cercando di domare con la frusta e il terrore la loro grandezza e la loro maestosità; quel circo dove il leoncino recuperato viene infilato dal suo aguzzino in una gabbietta oscura, dove imparerà a ruggire inutilmente la sua rabbia. E’ in onda l’apoteosi della brutalità, dell’ignoranza, della rozzezza umana che cerca di domare e mortificare la magnificenza animale: incapace persino di coglierla.

Il problema che si pone è proprio questo: la realtà rappresentata nel film è una denuncia della violenza, figlia di una situazione sociale che la alimenta e la spinge a prendere forma in tanti rivoli diversi. Ci sono gruppi tenuti insieme dall’odio verso chi è diverso da loro, illegalità violenta che non risparmia nessuno eretta a sistema, ci sono genitori incapaci di esprimere amore verso i figli, rappresentanti della legge che abusano del loro potere, poliziotte dagli atteggiamenti ambigui. Su questi ed altri temi tanto si è detto e si è scritto. Non una parola sul link che non risparmia la violenza sugli animali, che invece è anch’essa un tassello del mosaico: prevaricazione anche verso di loro, gabbie, fruste, urla, furto della potenza di un animale grande e dell’innocenza di quello piccolo. Perché non sottolineare che la crudeltà intra e interspecifica convivono e si alimentano l’una con l’altra? Che l’una e l’altra sono aspetti della stessa realtà, da decodificare? Invece no: nelle recensioni, all’episodio del circo non si fa quasi accenno, e nei pochi casi in cui questo avviene, gli si attribuisce il senso di allegoria di altre violenze. Insomma: pare non ce la si faccia proprio a riconoscere alle ingiustizie sui nonumani un diritto di cittadinanza in proprio.

Non è cosa di poco conto: è significativa della difficoltà a prendere atto anche di ciò che ci viene mostrato, buttato sotto gli occhi in tutta la sua pregnanza, perché evidentemente non corrisponde al senso che la gente è disposta a dare al film: denuncia si, ma delle violenze che si hanno in testa, di cui ci si voleva occupare andando a vedere il film. Per le altre non c’è posto.

«Non fidatevi mai di uno psicanalista che non va al cinema», dice Vittorio Lingiardi, che è per l’appunto uno dei più grandi psicanalisti dei giorni nostri. Lo dice perché esistono forme di arte, quella letteraria, quella poetica, quella cinematografica appunto, capaci di intrufolarsi dentro le cose e dentro le persone, nel labirinto delle emozioni e dei sentimenti, delle passioni e dei tormenti in modo ben più sinuoso e profondo di quanto ogni approfondimento razionale, per quanto elaborato, sia in grado di fare.

Dal canto suo Stephen Pinker, studioso di psicologia, sostiene che la strada verso l’empatia, imboccata da questo nostro mondo, venne aperta da Gutenberg, quando le pagine scritte cominciarono a spargersi per un mondo in espansione, creando un pubblico di lettori capaci di conoscere e poi di empatizzare con le vite degli altri attraverso le loro storie. La rivoluzione successiva, quella digitale a noi tanto più vicina, sta moltiplicando all’ennesima potenza questa possibilità.

In altri termini, le forme artistiche, fatte di parole e di immagini, in grado oggi di una diffusione illimitata, possiedono l’enorme potere di dare vita anche ad un diverso approccio alle cose, attraverso il passaggio di informazioni e di conoscenze, che prendono vita nella corporeità dei personaggi e nelle situazioni di vita vissuta.

E’ stato anche attraverso questi canali che grandi temi, prima negletti, hanno cominciato a toccare le coscienze: non attraverso la trattazione di una tematica, ma grazie alla storia delle persone che la incarnano sulla propria pelle: è successo così con la malattia mentale (Qualcuno volò sul nido del cuculo, Rain man), con l’omosessualità prima maschile (Philadelphia è del 1993) e, con molta più ritrosia, quella femminile (quanto mai esplicita inLa vita di Adele), e con tutte le altre situazioni da sempre accompagnate da uno stigma sociale apparentemente insuperabile, che sconsigliava di parlarne apertamente. Ultimo in ordine di tempo l’ingresso con Braccialetti rossi nei reparti oncologici dei bambini e degli adolescenti, zone tabù perchè negate o rimosse per troppo dolore, con il risultato di espellerle dal dovere di occuparsene.

La presentazione di casi concreti crea un approccio di diverso tenore, fatto di identificazione e di comprensione profonda, che sdogana reazioni diverse .
Una strada simile è stata percorsa anche dalle questioni legate alla sofferenza animale, che sono uscite dagli spazi scientifici per inondare anche quelli della condivisione e del sentimento: accanto alle acquisizioni etologiche su emozioni e sentimenti dei nonumani, è merito anche delle descrizioni letterarie e cinematografiche averle fatte proprie con il conseguente progressivo rifiuto del trattamento ‘bestiale’ loro riservato: a cominciare da Rin Tin Tin e Lassie dai primi schermi casalinghi, per continuare con King Kong, dal cuore tenero, e poi il mare di lacrime in cui affondava la storia di Bambi, la vitalità di Furia; venne poi il maialino Babe, e vennero le galline in rivolta. Poi tutti gli altri.

Esiste però un grande ostacolo, posto a difesa dello status quo, dell’immobilismo mentale: è un potente fenomeno legato ai meccanismi dell’attenzione e dell’apprendimento, che porta ad oscurare interi pezzi di realtà: situazioni cariche di implicite condanne, pur essendo lì davanti all’obiettivo, o magari sulla pagina scritta, vengono estrapolate dal contesto e rese impercettibili. A tutto vantaggio delle narrazioni che si adeguano alla nostra visione del mondo e confermano le nostre precedenti convinzioni: quelle sì che catturano la nostra attenzione.

Potenza dei meccanismi che regolano la conoscenza, quei bias, quei pregiudizi o ideologie, che ostacolano una conoscenza reale; i bias di conferma, nello specifico, ci inducono a prendere atto di ciò di cui siamo già convinti per sostenere e rafforzare le nostre convinzioni. Tesi opposte o fatti in grado di modificare il nostro assetto mentale risultano oscurati. Meccanismo davvero perverso se considerato nel suo potenziale negativo di ostacolo o al cambiamento.

Se l’esplicita condanna del circo contenuta ne I miserabili’ pare essere scivolata addosso agli spettatori, nonostante la tematica per altro sia estremamente attuale, esistono precedenti illustri e altrettanto drammatici, riferiti alla storia della sofferenza animale causata dall’uomo.

Un esempio tratto dal cinema d’autore:, ‘La circostanza’, film del 1974 di Ermanno Olmi, all’interno di una storia di ordinaria infelicità borghese, moglie di successo, marito disamorato e umiliato, figli immersi in solitudini silenziose, mette in onda scene di allevamenti intensivi, trasporti di animali, mattatoi, che invadono lo schermo per interminabili minuti, che sembrano ore, di grida, strazio e sangue. Scene che nulla hanno da invidiare per aspra crudezza a quelle che sono frutto di attuali indagini sotto copertura di associazioni animaliste, tese a smascherare le inaudite crudeltà dietro la produzione della carne. La lettura delle recensioni al film in generale non ne fa il benchè minimo cenno; in alcuni casi il genere del film stesso è addirittura indicato come commedia. Commedia? Vale a dire quel genere leggero, carico di comicità, capace di smuovere al riso?

Non è dato sapere quale fosse l’intenzione di Ermanno Olmi nel mandare in onda quel pezzo di atrocità; quel che è certo è che quel pezzo di atrocità non pare avere generato scandalo o proteste contro l’orrore dei mattato. Mai, in tanti anni, se ne è sentito un riferimento.

Poco da stare allegri: la nostra capacità di non vedere ciò che non ci va di vedere è davvero eccezionale, capace di regolare i nostri organi percettivi oltre che le nostre capacità di pensiero. Da tenere presente ogni volta che pensiamo di capire e invece nemmeno vediamo.

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