giovedì, Giugno 24

Slalom gigante al processo Stato-mafia Il Presidente risponde alle domande dei pm. Renzi sicuro: il Paese ripartirà nella primavera 2015

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Come previsto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha oggi testimoniato al processo sulla trattativa nella seduta straordinaria che si è tenuta in mattinata al Quirinale. La Presidenza ha ha rigidamente disciplinato lo svolgimento dell’evento in un clima blindato: la stampa non ha potuto assistere alla deposizione, né potrà vederne la registrazione. In un comunicato, il Colle ha fatto sapere che Napolitano «ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa». Luca Cianferoni, legale di Totò Riina, ha precisato che la Corte d’Assise «non ha ammesso la domanda più importante, quella sul colloquio tra il Presidente Napolitano e l’ex Presidente Oscar Luigi Scalfaro quando pronunciò il famoso “non ci sto!”», mentre Napolitano ha laconicamente commentato che in quella vicenda il suo ruolo era di mero spettatore. Avvalendosi delle prerogative proprie della sua carica, il Presidente si è avvalso della facoltà di non rispondere ad alcune domande. Particolare importante da segnalare,il legale di parte civile Ettore Barcellona ha detto che «nessuno ha fatto una domanda specifica sull’esistenza di una trattativa tra lo Stato e la mafia». Napolitano, da parte sua, ha preferito ricorrere alla più neutra circonlocuzione “accordi tra apparati dello Stato e Cosa nostra” in riferimento al tentativo di fermare le stragi che insanguinarono l’Italia nei primi anni ’90. Giuseppe Di Peri, avvocato di Marcello Dell’Utri, ha riferito che «il clima è stato più che sereno e il Presidente della Repubblica disponibilissimo. Come prevedevo, tanto che avevo chiesto la revoca della testimonianza non credo che questa testimonianza sia stata tanto utile come ritenevano i pm». A differenza di tutti i suoi colleghi, l’avvocato dell’ex generale Mario Mori, “per rispetto istituzionale“, ha ritenuto di non porre domande al Capo dello Stato.

Vedremo se le trascrizioni della testimonianza resa da Napolitano conterranno materiale che potrà rivelarsi di una qualche utilità ai fini processuali. Al momento si sarebbe tentati di definire la faccenda una pagina abbastanza imbarazzante della nostra vita democratica: l’improvvida decisione della Corte di Assise di Palermo di ammettere la testimonianza del Presidente Napolitano ha determinato – com’era del resto ampiamente prevedibile – una serie di potenziali conflitti tra poteri dello Stato e tra principi della Costituzione (prerogative del Quirinale e diritto di difesa del cittadino). L’uscita dall’impasse è stata la farsa tutta italica andata in scena oggi, con un testimone fin troppo ingombrante, con domande non domande e parole tabù.

Al termine di un lungo pressing sul Presidente della Camera Laura Boldrini, slitta la votazione del Parlamento riunito in seduta congiunta per eleggere due giudici della Corte Costituzionale e un membro laico del CSM. Le operazioni di voto si sarebbero dovute tenere giovedì 30 ottobre a partire dalle 13, invece sono state rimandate a data da destinarsi; parole queste ultime, che ben sintetizzano l’irrisolvente trascinarsi di tale situazione.

In una comunicazione ufficiale, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha illustrato i contenuti della lettera di risposta inviata al vice presidente della Commissione UE Jyrki Katainen. L’Italia ha illustrato un pacchetto di misure per ridurre nel 2015 il deficit di 0,3 punti, ovvero di 4,5 mld:3,3 saranno presi dal fondo per la riduzione delle tasse,0,5 dai fondi per i cofinanziamenti UE e 0,7 miliardi da un’estensione del regime del reverse charge IVA. Padoan ha sottolineato che «la composizione del bilancio sosterrà il processo di riforme strutturali, che continuerà con ulteriori aggiustamenti nel mercato del lavoro e nella giustizia civile attesi all’inizio del prossimo anno». Ha anche assicurato il Governo italiano sta mettendo mano a una riduzione del debito «grazie all’ambizioso piano di privatizzazioni pari a una media annua dello 0,7% del PIL». «Alcuni ritardi, dovuti a condizioni avverse del mercato – ha proseguito –  saranno riassorbiti nei prossimi mesi». Il ministro ha anche poi aggiunto che «il PIL dell’Italia è calato di oltre il 9% rispetto al livello del 2008: l’economia è ora al terzo anno di recessione ed ha un serio rischio di stagnazione e deflazione. Un quarto anno di recessione deve essere evitato in ogni modo», anche perché «renderebbe la sostenibilità del debito più difficile ad essere mantenuto».

La nuova nota di variazione di bilancio che ha recepito le modifiche concordate con la Commissione europea è stata approvata nel pomeriggio dal Consiglio dei Ministri. Il DEF arriverà in Aula al Senato giovedì 30 ottobre al Senato; il Presidente Pietro Grasso dovrà decidere domani se per il voto sarà richiesta la maggioranza semplice o assoluta.

In un’intervista rilasciata a “Oggi”, il premier Matteo Renzi ha parlato della situazione economica dell’Italia con uno slancio indubbiamente ottimistico: «Non bastano sei mesi, ma certo già la prossima primavera vedremo il Paese ripartire, dopo troppo tempo di palude e di stagno». «La nostra corsa – ha aggiunto – la dobbiamo fare sulla Germania, sul gruppo di testa, e non sul fanalino di coda. Vedo un futuro all’altezza della nostra ambizione». Renzi ha poi ricordato come il Governo si è dato «un orizzonte di mille giorni, per dire che le riforme di cui abbiamo bisogno sono profonde e coraggiose e non per guadagnare tempo. Ma i cambiamenti che abbiamo messo in campo e che stiamo realizzando, dal lavoro alla giustizia, dall’economia, con la più straordinaria riduzione di tasse della storia, al ridisegno delle nostre istituzioni, cominceranno presto a dispiegare i loro effetti». Alla domanda su come si vede tra qualche anno, il premier ha risposto: «Non penso alla politica come a una condanna a vita, come una professione buona per tutte le stagioni. Penso sia una passione, un servizio e un impegno. Che è a tempo come responsabilità, per cui tra qualche anno mi vedo magari a fare qualcos’altro. Ma prima c’è da cambiare l’Italia. Cosa vorrei si dicesse di me nei libri di storia? Preferirei che si dicesse nei libri di geografia che l’Italia è tornata sulla mappa».

Buone nuove da Palermo per Renato Schifani: il gip Vittorio Anania, accogliendo la richiesta dei pm Paolo Guido e Nino Di Matteo, ha archiviato l’inchiesta per concorso esterno all’associazione mafiosa che vedeva coinvolto l’ex Presidente del Senato. Schifani ha espresso la propria soddisfazione per l’archiviazione: «Sono ed ero sereno, le accuse contro di me non reggevano, avevo e ho sempre avuto fiducia nella giustizia». Il leader del NCD Angelino Alfano si è unito alle parole dell’ex Presidente del Senato: «La realtà ha avuto il sopravvento sulle accuse, evidenziando la correttezza del suo comportamento e la serenità e con cui ha atteso la chiusura dell’inchiesta». Nelle motivazioni scritte dal gip si legge: «sono emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente, nel periodo in cui lo Schifani era attivamente impegnato nella sua attività di legale, civilista, e di esperto in diritto amministrativo»; trattandosi, prosegue Anania, di relazioni attinenti l’esercizio della professione forense, non possono essere prese in considerazione «per sostenere un’accusa in giudizio. Tanto più che, a prescindere dalla consapevolezza dell’indagato sull’effettiva caratura mafiosa dei suoi interlocutori, tali condotte si collocano perlopiù in un periodo ormai lontano nel tempo (primi degli anni ’90). Fatti per i quali opererebbe in ogni caso la prescrizione, in assenza di successive e più aggiornate emergenze». Vengono, pertanto considerate prive di qualsiasi valore le accuse del pentitoFrancesco Campanella riguardo circa la manipolazione del piano regolatore del paese di Villabate «a favore di esponenti mafiosi come Antonino Mandalà e il figlio Nicola» e le intercettazioni in cui Riina parla di Schifani dicendo «è una mente… il paese di lui era mandamento nostro».

 

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