giovedì, Luglio 29

Siviero, lo 007 italiano image

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In questi giorni  George Clooney celebra, con il suo film Monuments Men, ed un eccezionale cast di attoril’avventura degli eroi americani che salvarono parte cospicua del patrimonio artistico europeo trafugato dai nazisti. Eppure, il nostro Paese vanta un eccezionale Monument man,  cui si deve il recupero  di migliaia di opere d’arte: Rodolfo Siviero. Il  film, prodotto e diretto da Clooney è  tratto dal libro di Robert M.Edsel e Bret Witter e  racconta la storia di un reparto speciale che operò in Europa dal ’43 al ’51 ( il MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives). Ma  né il libro né il film parlano dell’Italia. Ed invece,  proprio il nostro 007, è un personaggio che meriterebbe un film, tanto la sua storia è avventurosa e affascinante come lo era del resto lui.

In  chi, allora giovane cronista lo incrociò negli anni ’70, Siviero incuteva soggezione e rispetto. E con il suo volto misterioso e gentile che vagamente ricordava Erich von Stroheim,  il portamento solenne e sicuro,  i modi sbrigativi e poche parole, impermeabile tipo tenente  Sheridan (o alla  Marlowe se preferite), sembrava  circondarsi  di un’aurea di mistero. Insomma, ai nostri occhi era già una figura mitica, leggendaria, con un passato in buona parte da scoprire e del quale ci ha lasciato non molte testimonianze (I diari e alcuni libri sul recupero delle opere d’arte finite in mano tedesca) e sul quale, ora sono uscite altre pubblicazioni, l’ultima di Luca Scarlini, ‘Siviero contro Hitler’. 

Chi scrive  lo conobbe dopo il rocambolesco recupero di due tavolette del Pollaiolo ( Ercole e Anteo ed Ercole e l’Idra), avvenuto a Los Angeles,  per il quale il nostro agente segreto si avvalse della collaborazione di Luisa Becherucci, allora direttrice degli Uffizi, ove dal ’75 i due capolavori sono esposti. Pare che quel recupero abbia lasciato per terra una vittima. Dunque, Siviero  non diresse soltanto le operazioni di  recupero delle opere d’arte trafugate dai nazisti, ma anche le azioni volte al reperimento di opere sottratte al nostro patrimonio archeologico da tombaroli e  scavi abusivi: famoso quello del ’62, dell’Efebo di Selinunte, un bronzo magno -greco del V sec. A C. sottratto dalla mafia argentina al Museo di Castelvetrano presso Trapani.

Ma la vita e il ricordo di Rodolfo Siviero, sono legati agli anni Trenta, Quaranta e al dopoguerra.  Il nostro eroe,  nato nel 1911 a Guardistallo di Pisa, da Giovanni Siviero veneziano, sottufficiale dei Carabinieri, e Caterina Bulgarini, senese, sin dai tempi del Liceo a Firenze, manifesta grande interesse per l’arte e la cultura classica. All’Università segue l’indirizzo artistico letterario,  onde coronare il  suo sogno di critico d’arte.  Già allora scrive che «In Italia, per educazione secolare vi è un popolo che conserva nel sangue degli uomini semplici il ricordo della civiltà antica». Pubblica alcuni libri di  poesie e collabora alla rivista letteraria Il Bargello. Poi, negli Anni Trenta, diventa agente segreto per il Servizio Informazioni Militare italiano. E in tale veste,  sotto copertura di una borsa di studio in storia dell’arte, nel ’37 parte  per Berlino. Già in quegli anni, il regime nazista aveva iniziato l’opera di acquisto ( o  accaparramento) di opere d’arte italiane, tra cui Il discobolo di Mirone, considerata non esportabile, ma che il Conte Galeazzo Ciano concede ad Hitler, «bramoso – scrive Siviero – di fare di quella possente raffigurazione d’atleta, l’archetipo ideale di un’utopica razza ariana». Ad essa infatti dedica in occasione dell’Esposizione d’arte Tedesca del ’38, la parte finale ed aulica del suo discorso.

Già in quel periodo il regime nazista mostrava interesse per le civiltà antiche e nei primi anni ’40 spie tedesche, «dall’aspetto  deciso e dai maltagliati abiti civili», scrive Siviero, sono in Italia alla caccia del nostro patrimonio artistico. Nel tentativo assurdo di individuare un legame tra le civiltà antiche ed il nuovo Reich nel segno della bellezza fisica. E mentre le autorità politiche del fascismo accondiscendono alle richieste di acquisto della Cancelleria del Reich, svendendo i nostri capolavori, gli esperti e i vincoli esistenti vi si oppongono. E qui Siviero matura la sua adesione alla Resistenza, che agisce nella clandestinità, particolarmente dopo l’8 settembre del ’43. E’ attivo nella protezione di alcuni conoscenti di religione ebraica e intanto si preoccupa di monitorare il corpo nazista ( Kunstschutz) che ha il compito di trafugare e saccheggiare  il maggior numero di opere d’arte che si trovano sul nostro territorio.  

Tra gli episodi che più lo colpiscono, vi è la distruzione nella notte del 31 maggio del ’44, delle navi romane del Museo di Nemi, grandiose imbarcazioni fatte costruire da Caligola. Siviero costruisce una rete di controspionaggio, annidata anche all’interno del servizio segreto filonazista e un’apposita sezione per la difesa del patrimonio artistico, «attiva nell’avvertire preventivamente le formazioni dei partigiani dei rastrellamenti  e di difendere i perseguitati, gli ebrei e le opere d’arte». La sede è nella casa fiorentina del professor Giorgio Castelfranco, di religione ebraica, sui Lungarni, che diverrà il futuro Museo Casa Siviero:   da qui partono i contatti con il capitano Reginald Stenophe Wright, dell’Intelligence Service in Italia, ufficiale di collegamento del comando alleato. Attraverso la rete da lui creata, il percorso delle opere d’arte dall’Italia alla Germania è sotto controllo: treni carichi di opere d’arte e  camion stracarichi d’ogni bene. Di essi si annota la destinazione e anche su territorio tedesco la rete ne controlla i passaggi. Ma è anche in questo periodo, è il ’44, che Rodolfo Siviero viene imprigionato e torturato dai fascisti della famigerata  Banda Carità, a Villa Triste, a Firenze. Resiste  agli interrogatori e, con la complicità di alcuni repubblichini ( che collaborano in realtà  con gli Alleati), viene rilasciato. Siviero torna così alla propria attività clandestina e di salvataggio di varie opere tra cui la celebre Annunciazione del Beato Angelico che Goring aveva richiesto e la collezione di quadri di De Chirico custodita dall’artista nella sua villa di Fiesole.  

Una storia ben più complessa riguarda il patrimonio bibliografico, archeologico e d’arte di Pompei che da Napoli era stato trasferito a Montecassino e che la Divisione Goering voleva trasferire a Berlino. Una parte, grazie all’aiuto di Mons.Montini, futuro Pontefice,  riesce a raggiungere il Vaticano, l’altra arriva in Germania e, da informazioni assunte, è accertato che in casa di Hitler,  Eva Braun recita «pallide storie medievali davanti all’Apollo di Pompei», mentre Goering, nelle serate di baldoria  mesce il vino dalla brocca del Museo degli Argenti di Firenze, con le mani ingioiellate degli ori degli antichi patrizi romani. Quel patrimonio, destinato ad Hitler, viene ritrovato frantumato e sparso e nel ’47 torna nelle mani del Governo italiano. Il materiale  che era stato trafugato dall’Abbazia di Montecassino viene ricomposto e  tra le molte opere archeologiche si segnalano per il pregio,l’Apollo di Pompei e l’Hermes di Lisippo e troviamo alcuni dipinti tra cui la Danae del Tiziano. Grazie all’azione del Comitato presieduto da Siviero rientrano  in Italia anche le 200 opere trafugate dagli Uffizi, quelle di S.Maria del Fiore, il famoso Discobolo  detto Lancellotti ( copia dell’originale greco diMirone), la Leda del Tintoretto, il Ritratto di Giovanni Carlo Doria del Rubens e  la Madonna con bambino del Masaccio (recuperata per ben due volte).    

Intanto, nel ’46, Rodolfo Siviero, grazie ai meriti acquisiti nella Resistenza, aveva ricevuto l’incarico  dal Presidente De Gasperi, di dirigere una missione diplomatica  in Germania, guadagnandosi il titolo di Ministro Plenipotenziario.  La fine della guerra, vede scattare dunque  l’opera di recupero di buona parte  del patrimonio artistico e archeologico italiano trafugato dai nazisti, non senza vincere resistenze e ostacoli da parte del governo tedesco. La lista stilata da Siviero comprende 2500 opere e più. Durante la sua attività  di recupero Siviero  ha potuto contare sulla collaborazione di valenti studiosi, tra cui Ranuccio Bianchi Bandinelli, Salvatore Aurigemma, Doro Levi, Giuseppe Lugli, Amedeo Maiuri, Antonio Minto, Massimo Pallottino e Luisa Banti, archeologa ed etruscologa, docente alle Università di Firenze e Pavia. La Casa Siviero, sui Lungarni, a Firenze, è stata lasciata, con tutti i beni in essa contenuti, dal detective studioso,  alla Regione Toscana che, dal 1988 ne ha fatto un Museo, com’era nella volontà dello stesso Siviero e della sorella Imelde. Una casa museo gestita dalla Regione stessa e dall’Associazione Amici dei Musei Fiorentini. Rodolfo Siviero, se n’è andato il 26 ottobre del 1983, all’età di 72 anni.  Negli ultimi anni era stato nominato Presidente dell’Accademia delle Arti e del Disegno, prestigiosa istituzione fiorentina fondata da Cosimo I, con l’aiuto del Vasari. Incarico che ha portato avanti con passione e dedizione, tanto da voler essere sepolto nella cappella di proprietà dell’Accademia, nel convento della SS. Annunziata.  

Nella Casa  Museo la sua memoria e la sua immensa opera rivivono attraverso l’esposizione della sua collezione privata, che si caratterizza, come osserva Fabrizio Paolucci, per il suo eclettismo, per il gusto personale, per la presenza di tutte le principali classi di oggettistica antica (sculture, bronzi, ceramiche,vetri) senza preferenza alcuna.  Inoltre, la sua figura è tracciata da un ricco depliant illustrativo ( testi di Maurizio Martinelli) e, soprattutto, rivive  nella rappresentazione che di volta in volta ne fa la Compagnia delle Seggiole diretta da  Fabio Baronti, che offre  gratuitamente al pubblico dei visitatori, un profilo di grande suggestione del giovane Siviero, tratto dai suoi Diari. E, tra i suoi pensieri, non può non colpire la sua affermazione secondo la quale «quello che rimane nel tempo sono i valori dell’arte e le qualità morali, gli uni e le altre contrastate dagli uomini meschini, ma come lo spirito prevale così l’arte vera non muore e viene riscoperta».

 

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