mercoledì, Agosto 4

Siria, virata Merkel: lavoro diplomatico frenetico L’annuncio della Merkel sdogana al-Assad e potrebbe essere la svolta per il processo di pace

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Mosca – Di fronte al continuo flusso di rifugiati di queste settimane -e il futuro potrebbe essere ben peggio, Ankara ha messo in guardia i Paesi Ue ancora ieri: «Se non riusciamo a creare zone di sicurezza nel nord della Siria» diventerà «inevitabile» che «oltre sette milioni» di profughi prendano «la strada dell’Europa»-, Germania e altre Nazioni europee stanno modificando la loro posizione sul conflitto siriano, la principale causa dell’ondata di profughi, muovendosi verso una soluzione diplomatica.
Ieri, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato il cambiamento nella posizione della Germania sul conflitto siriano, dicendo che si deve includere il Presidente siriano Bashar al-Assad nei futuri negoziati di pace. La Cancelliera tedesca lo ha detto dopo il vertice Ue sui migranti. «Dobbiamo parlare con diversi attori, incluso Assad», ha sostenuto Merkel. «Non solo con Usa e Russia, ma anche con importanti partner regionali come l’Iran e l’Arabia Saudita», ha aggiunto.
L’intervento della Merkel fa seguito a quello del Segretario di Stato Usa, John Kerry, il quale, nei giorni scorsi, aveva rivisto pubblicamente la posizione di Washington, rinunciando alla condizione dell’uscita di scena immediata di al-Assad come condizione fondamentale per il rilancio di processo di pace in Siria, restando convinto che Bashar debba andarsene, aveva affermato che il ‘calendario’ della sua uscita di scena è «negoziabile».
In precedenza, la Gran Bretagna aveva aperto su al-Assad, sostenendo una soluzione che lasciasse il Presidente alla guida del Paese per qualche tempo, durante il periodo di transizione.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della prossima settimana è probabile che vedrà manovre diplomatiche intense attorno alla questione Siria; la Russia, l’Iran e altri Paesi potrebbero presentare le proprie iniziative di pace per risolvere il conflitto che ha ucciso 330.000 persone e trasformato milioni di persone in profughi in più di quattro anni e mezzo di conflitto.
Quando sono esplose le manifestazioni contro al-Assad, nei primi mesi del 2011, l’Occidente le ha catalogate come rivolte appartenenti allaprimavera araba’ che hanno colpito numerosi governanti impopolari al potere.
Gli Stati Uniti e i suoi alleati si aspettavamo che al-Assad cadesse a breve, tanto più che i suoi nemici erano fortemente sostenuti da Arabia Saudita, Qatar e altri Stati del Golfo intenzionati a scalzare il rais siriano, stretto alleato del loro acerrimo nemico, l’Iran.
Anche la Turchia ha fortemente sostenuto le forze anti-Assad, e lui sembrava condannato come la sua sanguinosa repressione delle prime proteste.
In un Paese dove i sunniti sono la stragrande maggioranza, gli alawiti, la minoranza rappresentata dalla famiglia degli al-Assad, sembrava destinata a una rapida morte.
Ma gli eventi hanno preso un corso diverso. Assad ha ricevuto un forte sostegno dall’Iran, che ha inviato uomini, denaro e armi, e dalla Russia, che ha fermamente bloccato qualsiasi tentativo occidentale di introdurre sanzioni delle Nazioni Unite contro il regime di Damasco.
Il rais siriano ha sorpreso i suoi nemici, rifiutando di dimettersi, e le sue unità militari d’elite, composte da alawiti, che hanno lottato per la sopravvivenza -degli alawiti, del rais, e loro-, sono riuscite a resistere, anche se le battaglie li hanno usurati.

L’emergere del gruppo terroristico dell’ISIS, poi affermatosi come Stato Islamico, che ha subito conquistato vaste aree sia in Iraq che in Siria, e sconvolto il mondo con la sua brutalità selvaggia, è diventata una nuova sfida sia per al-Assad che per i suoi avversari.

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