mercoledì, Giugno 23

Siria, una tregua da consolidare field_506ffbaa4a8d4

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Nel mezzo dell’apparente deriva verso l’abisso Kerry e il suo omologo russo Sergej Lavrov, i due supernegoziatori che ormai da anni si stanno prodigando quanto meno per scongiurare rotture irreparabili tra Washington e Mosca, sono riusciti ad emettere un segnale distensivo annunciando l’intesa raggiunta su una sospensione delle ostilità in Siria per la quale stavano trattando da più giorni dietro proposta, a quanto risulta, russa.

Una proposta, per la verità, che suonava sospetta perché prevedeva il differimento per 15 giorni dell’inizio della tregua, un tempo sufficiente per consentire il completamento dell’offensiva delle truppe di Assad ad Aleppo e dintorni. Il capo della diplomazia americana controproponeva un inizio immediato e in via di compromesso, presumibilmente sotto la spinta delle circostanze, si è optato per una dilazione di una settimana.

L’effettiva portata dell’intesa, strettamente bilaterale e non riguardante le operazioni contro l’ISIS, resta tutta da vedere. Non vi hanno partecipato o aderito né il Governo di Damasco né i gruppi ribelli, ma se questi e quello non la rispettassero essa verrebbe automaticamente vanificata, e lo stesso accadrebbe nell’eventualità di inedite quanto avventate operazioni terrestri ed aeree turco-saudite.

Saranno perciò messe alla prova, oltre alla sincerità e serietà di propositi dei due contraenti, la loro capacità di persuadere e se necessario forzare la mano ai rispettivi protetti e alleati, cosa non facilissima specie riguardo a questi ultimi. Quanto al primo punto è sopravvenuto un messaggio di tipo esortativo di Barack Obama a Vladimir Putin, due leader tra i quali non sono mai mancati i contatti diretti nei momenti cruciali in aggiunta a quelli praticamente ininterrotti tra i loro due principali collaboratori.

Mentre dei secondi sappiamo che almeno in due o tre occasioni precedenti sono stati fruttuosi, per quanto sempre grazie a successivi avalli dei rispettivi superiori, ignoriamo se i contatti al massimo livello abbiamo mai dato di per sé un sostanziale contributo ad apprezzabili ancorchè temporanei rasserenamenti dei rapporti reciproci e della temperie internazionale in generale. Ma questa volta, almeno, esistono motivi a sostegno di qualche relativo ottimismo.

Il conflitto in Siria non è una variabile indipendente, una questione isolata dal suo più ampio contesto, e quello già accennato con la crisi ucraina non è il suo unico collegamento esterno al di fuori dello scacchiere mediorientale. Vi possono influire in misura determinante anche i comportamenti, gli indirizzi e i condizionamenti su altri piani e sotto altri aspetti delle due maggiori potenze specificamente coinvolte.

Predomina tuttora l’impressione di un progressivo disimpegno americano dal Medio Oriente, che non va dato tuttavia per scontato specie in vista del prossimo avvicendamento alla Casa bianca. L’Obama relativamente pacifista e antinterventista aveva inoltre promesso al suo esordio (come ricordato recentemente dall’’Economist’) una rinuncia graduale alle armi di distruzione di massa sia pure nel quadro di accordi con altri detentori. Ora però si annuncia un piano di rinnovo e ammodernamento dell’arsenale nucleare USA per un costo di 1300 miliardi di dollari malgrado l’andamento non del tutto soddisfacente dell’economia nazionale.

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