mercoledì, Maggio 12

Siria, una tregua da consolidare field_506ffbaa4a8d4

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A forza di evocarla, arriverà? Ancora una volta lo spettro della guerra incombe all’orizzonte e anche più vicino. Non si parla naturalmente di un conflitto qualsiasi, sempre abominevole come gli altri cavalieri dell’Apocalisse, ma non troppo spaventevole perché limitato o controllabile o più o meno prevedibile nei suoi sviluppi. Di uno dei tanti conflitti, insomma, che affliggono cronicamente il Medio Oriente in particolare e il mondo in generale. E dai quali, certo, può sempre scaturire qualcosa di peggio se la volontà o la capacità di tenerli sotto controllo vengono meno.

Si parla della guerra, volendo, con la G maiuscola, cioè a largo raggio, con il coinvolgimento di più di una grande potenza e col possibile ricorso alle più temibili armi di distruzione di massa, e quindi con un carattere ancora più catastrofico dei due conflitti mondiali. Seguiti, finora, solo da una sua versione fortunatamente virtuale, quella ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest generatrice di un generale timore cui oggi si attribuisce il merito di avere contribuito a mantenere una prevalente pace per mezzo secolo.

Un contributo non meno importante a questo risultato è però provenuto, appunto, dalla fortuna, perché è andata bene ma poteva facilmente finire male, per cui anche la prospettiva di una riedizione dellaguerra fredda‘ viene giustamente considerata, di regola, per nulla rassicurante. Ed è proprio la deprecabile, duplice eventualità che viene evocata in questi giorni non solo da osservatori più o meno trepidi della scena internazionale, ma anche da alti responsabili politici, che si deve sperare lo facciano solo per esorcizzarla.

Dopo essere stato ripetutamente emesso dalla crisi ucraina, il segnale di pericolo proviene adesso dal Medio Oriente, che non a torto qualcuno paragona ai Balcani già ‘polveriera d’Europa’ negli ultimi due secoli. Dal Medio Oriente e in particolare dalla Siria in guerra non solo civile da addirittura quattro anni, ma più esattamente flagellata da un conflitto che poteva considerarsi circoscritto prima che ad aggravarlo, estenderlo e drammatizzarlo arrivassero la minaccia non solo locale dell’ISIS o Daesh, l’emigrazione in massa verso l’Europa e l’imperioso intervento armato della Russia nello scorso autunno.

Quest’ultimo, in particolare, ha subito sollevato il rischio di un’escalation conflittuale innanzitutto perché comportava un collegamento quanto meno di sfondo con la crisi ucraina, in qualche modo congelata, ma sempre potenzialmente allarmante. Chiaramente sgradito sin dall’inizio alla Turchia, fortemente ostile al regime siriano di Bashar Assad, al punto da abbattere sbrigativamente un cacciabombardiere russo accusato di controversa violazione dello spazio aereo turco, l’intervento di Mosca era parso inizialmente compatibile e coordinabile con il sostegno che gli Stati Uniti e alcuni loro alleati arabi ed europei già fornivano ai ribelli siriani più o meno moderati, in grave difficoltà contro le milizie del Califfato, a loro volta tendenti a prevalere sulle forze governative.

Col passare delle settimane, tuttavia, si sono moltiplicate le denunce di attacchi russi mirati soprattutto a salvare l’alleato di Damasco dalla sconfitta colpendo duramente anche i ribelli interni anziché concentrare gli sforzi contro il nemico principale e teoricamente comune, l’ISIS. In compenso, Mosca mostrava una certa disponibilità a non difendere ad oltranza la carica presidenziale di Assad nei colloqui multilaterali per una soluzione di compromesso del conflitto, ma ciò non bastava a fruttare un accordo anche a causa dell’apparente intransigenza delle controparti arabe e turca sull’emarginazione pregiudiziale del personaggio.

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