mercoledì, Settembre 29

Siria, tra una settimana il cessate il fuoco provvisorio field_506ffbaa4a8d4

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La polizia greca ha fatto ricorso ai gas lacrimogeni per disperdere un gruppo di agricoltori cretesi radunatosi stamattina ad Atene per partecipare ad una manifestazione di massa contro il governo del premier Alexis Tsipras. Gli agricoltori, circa 2mila, si sono incontrati di fronte al Ministero dell’agricoltura e hanno iniziato a lanciare oggetti contro l’edificio e gli agenti di guardia, dando fuoco ad alcuni cassonetti. La polizia ha reagito sparando i lacrimogeni ed effettuando quattro arresti. La proteste sono dovute all’intenzione del governo si aumentare i contributi degli agricoltori, nel quadro della riforma del sistema pensionistico, e raddoppiare l’aliquota impositiva della categoria a partire dal 2017, eliminando anche alcuni benefit, come il prezzo speciale del combustibile. Insieme ai problemi di politica interna, però Tsipras deve risolvere anche  i suoi nodi con l’Unione Europea.

Nel pomeriggio, infatti, il Consiglio Ue ha formalmente adottato le raccomandazioni relative alle valutazioni Schengen della Commissione europea con cui si chiede alla Grecia di sanare le gravi carenze riscontrate nella gestione delle frontiere esterne, di fronte al massiccio flusso di migranti. Atene ha da oggi tre mesi di tempo per mettersi in regola.  La decisione, presa dai ministri nonostante le obiezioni di Atene, corona settimane di pressione sulla Grecia, principale punto di transito del milione di migranti che lo scorso anno sono entrati in Europa. «É questione della massima importanza che la Grecia affronti in problemi identificati nel rapporto della Commissione in via prioritaria e urgente» si legge nella raccomandazione adottata oggi dai ministri. Il documento dà ad Atene, che fatica a uscire da una grave crisi debitoria, un mese per stabilire un piano d’azione per porre rimedio alle carenze. Dopo altri due mesi la Grecia deve riferire sull’attuazione del piano. Il documento non è stato pubblicato subito sui siti della Ue, che ha comunque confermato l’ultimatum di tre mesi, scaduto il quale la Grecia rischia l’effettiva sospensione da Schengen. Se Atene non risolverà il problema entro metà maggio, Bruxelles potrà autorizzare gli altri Paesi Ue a ripristinare in via straordinaria i controlli di confine all’interno dell’area di Schengen, compresi quelli al confine greco, per un periodo fino a due anni, invece dei sei mesi di norma. La Germania, che con altri stati membri ha reintrodotto i controlli a fine 2015, li ha prolungati di recente fino a maggio, limite massimo consentito dalle attuali norme di Schengen. Una fonte Ue ha detto che la Grecia ha votato contro la decisione, mentre Cipro e Bulgaria si sono astenute. Mercoledì, nell’incontro degli ambasciatori presso la Ue, la Grecia ha segnalato le sue obiezione alla raccomandazione adottata poi oggi. In un documento pubblicato sul sito del Consiglio europeo, Atene respinge le accuse contenute nel rapporto di essere responsabile di “gravi carenze” nel controllo dei confini e nega di “trascurare in misura grave i suoi obblighi”. Atene aggiunge di aver preso una serie di misure con un notevole costo nazionale, sia finanziario sia sociale, e ricorda a Bruxelles che un flusso di migranti delle dimensioni attuali metterebbe sotto forte pressione qualunque Stato membro. Tuttavia, aggiunge, continuerà a cooperare con la Ue e le altre istituzioni per gestire la crisi.

Intanto,  le autorità austriache hanno deciso di costruire una barriera e una corsia dedicata alla registrazione dei migranti al passo del Brennero. Il progetto è stato presentato dalla polizia del Tirolo e i responsabili del management di confine di Spielfeld (tra Austria e Slovenia), dove è già presente un sistema di recinzioni. Le barriere con recinzioni saranno costruite per evitare la fuga incontrollata sia sull’autostrada che sui treni. Il capo della polizia del Tirolo, Helmut Tomac ha chiesto anche all’Italia di collaborare. L’idea sarebbe di creare una sorta di  zona cuscinetto intermedia tra i due Paesi.

Sono oltre 300mila i giovani con meno di 16 anni, a volte anche di appena otto, ad aver partecipato attivamente a un conflitto armato. Sono le stime dell’Unicef, diffuse nella Giornata mondiale per dire stop al fenomeno dei bambini-soldato. I ruoli ricoperti dai ragazzini sono diversi, in non pochi casi le forze armate regolari hanno fatto imbracciare un’arma a un bambino destinandolo in prima linea. Le zone più calde sono l’Africa ma anche l’Asia e l’America del Sud. In Nepal circa 4mila bambini hanno combattuto a fianco dei ribelli maoisti negli ultimi vent’anni. «Quando è stato il momento di studiare, di fare qualcosa, siamo stati costretti ad unirci ai maoisti» dice Khadka Bahadur Ramtel, ex bambino-soldato « ma ora siamo tutti senza un aiuto». Dal 2002 l’Onu dedica il 12 febbraio alla lotta del fenomeno dei bambini-soldato. I dati diffusi sono allarmanti: due milioni di bambini morti, 4-5 milioni di invalidi, 12 milioni di sfollati, oltre un milione di orfani o di minori separati dalle famiglie, oltre 10 milioni di bimbi traumatizzati psicologicamente.

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