giovedì, Dicembre 2

Siria: Stati Uniti, quale sarà la decisione di Donald Trump? Tutto quello che c'è da sapere sulla crisi siriana, al centro delle tensioni tra Washington e Mosca.

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A detta di molti esperti che si sono pronunciati nelle ultime ore, nella lista dei possibili obiettivi dei colpi americani in Siria, che dispone di diverse decine di Mig-23 e Mig-25 oltre che di Su-22 e Su-24., vi sarebbero senza dubbio le basi sospettate di ospitare armi chimiche: tra queste, la base militare di Al Dumayr, a est di Duma, da dove si sarebbero alzati in volo gli elicotteri Mil Mi-8 con l’ agente chimico sulla Ghouta o la base aerea Khmeimim, nel nord-ovest del Paese, considerata dal Pentagono la principale base di partenza di tutti i raid siriani se è vero che vi si trovano circa 40-50 di Su-34 e Su-35. Intorno a Khmeimim, così come nei pressi del porto di Tartus, sono schierate, almeno dal 2015, diverse batterie del sistema antimissilistico russo S-400, mentre attorno agli hub militari di Damasco sono collocate quelle di S-300.  La Russia, come se non bastasse, sul terreno, secondo le stime ufficiali del Ministero della Difesa moscovita, avrebbe ancora 3.000 uomini.

Tuttavia, nei giorni scorsi Donald Trump aveva annunciato il ritiro del contingente americano dislocato in Siria che, precisa l’ Ammiraglio, “è piccolo. Si tratta soprattutto di istruttori e forze speciali. La risposta massiccia dell’ anno scorso e anche quelle precedenti dell’ Amministrazione Obama sono state essenzialmente dello stesso tipo. E anche questa volta potrebbe esserci una risposta della stessa entità”.

Potrebbero essere impiegati altri mezzi oltre il Donald Cook? “Non credo che verrà utilizzato solo un cacciatorpediniere: se vuole fare un grande show, potrebbe affiancare anche delle portaerei, mettendo in campo un vero e proprio battlegroup. Dipende dalle intenzioni che ha il Presidente: quanto vuole “punire” Assad” prospetta l’ Ammiraglio San Felice di Monteforte. Lo schema, per sommi capi, dovrebbe essere quello applicato lo scorso anno quando, nella notte tra il 6 e il 7 aprile, due portaerei americane dislocate nel Mediterraneo hanno lanciato 59 missili Tomahawk contro la base di Al Shayrat, seconda base più grande della Siria, dalla quale era partito l’ attacco di tre giorni prima a Khan Sheikhoun, una città nella provincia occidentale di Idlib. Era stato effettuato mediante l’ uso del gas sarin che, come ricorda Frederic C. Hof,  nonresident senior fellow dell’ Atlantic Council’s Rafik Hariri Center per il Medioriente,  «era una delle sostanze che si presumeva consegnate dal regime in conformità con un accordo negoziato dalla Russia sulla scia della caduta della linea rossa del presidente degli Stati Uniti Barack Obama del 2013. Sebbene tale accordo abbia comportato la rimozione dalla Siria di grandi quantità di sostanze illegali, sembra non averla ottenuta». «È un interesse vitale degli Stati Uniti prevenire e fermare la diffusione e l’uso di armi chimiche mortali» erano state le parole del Presidente motivando l’ attacco.

Ma l’ attacco ‘punitivo’ potrebbe coinvolgere altri alleati? “Questo è da vedere perché c’è già una coalizione che coinvolge, ad esempio, anche l’ Italia che fornisce dei rifornitori in volo e degli aerei da ricognizione. Credo che basterà la coalizione attuale. Non credo che ci saranno delle varianti rispetto alle decisioni già prese dai vari Stati” spiega l’ Ammiraglio San Felice.

Nelle ultime ore, intanto, il ministro israeliano della Difesa Avigdor Liberman, prendendo la parola ad un evento sulle alture del Golan, secondo quanto riferisce Times of Israel, avrebbe riaffermato: «Non so cosa sia successo o chi abbia attaccato. Quello che so per certo è che non permetteremo all’Iran di stabilirsi in Siria, qualsiasi sia il costo. Non abbiamo scelta. Accettare un acquartieramento iraniano in Siria significa accettare un cappio attorno al collo. Non lo permetteremo». I piani militari dello Stato Ebraico, come illustrato dal quotidiano Haretz, sarebbero pronti. Della stessa opinione il capo di stato maggiore Gadi Eisenkot: «Non li lasceremo avvicinare al confine».

“Non credo” – ha aggiunto l’ Ammiraglio San Felice – “che Israele spinga verso un possibile conflitto contro la Siria. Israele segue una linea strategica ben determinata: andare più o meno d’ accordo con i sunniti e contenere l’ espansione sciita. Del resto Israele agisce in autodifesa perché non può permettersi di avere una Siria forte e dotata di armi chimiche”. Peraltro, già da oggi, le forze armate israeliane hanno schierato diverse batterie missilistiche ‘Iron Dome’ sulle alture del Golan, di fronte al confine con la Siria.

E gli altri alleati di Assad, oltre la Russia? La Turchia ha sempre i piedi in più staffe quindi gioca aiuta e non aiuta, mantenendosi a metà, e, tutto sommato, ha finito per diventare cinghia di collegamento tra Stati Uniti e Russia. Nemmeno l’ Iran ha interesse ad andare al di là di certe soglie”. Si rammenti che solo ad una settimana fa risale il vertice ad Ankara tra Erdogan, Putin e Rouhani.

Gli Stati Uniti sono alla ricerca di «una scusa per intervenire in Siria» ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, parlando oggi ai giornalisti al suo arrivo in Brasile, terza tappa del tour in Africa e America Latina, che lo ha portato Senegal e Mauritania e che si concluderà in Uruguay. «L’Iran denuncia l’uso di armi chimiche da o contro qualsiasi parte» ha proseguito Zarif, notando che «il recente attacco del regime sionista non è nulla di nuovo dal momento che ogni volta che i terroristi vengono sconfitti, Israele lancia un’operazione». Il ministro avrebbe inoltre detto che, sulla base di “informazioni autentiche”, gli Stati Uniti starebbero «trasferendo miliziani terroristi in altre aree per poter condurre attività destabilizzatrici anche in altri paesi» e che «l’adozione di tali politiche porterà conseguenze pericolose per la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo intero». A supportare il regime di Damasco, potrebbe arrivare Ali Akbar Velayati, il principale consigliere per la politica estera della Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei.

Non bisogna tralasciare, infine, che questa è la prima vera crisi internazionale che l’ amministrazione Trump – che oggi ha tagliato fuori anche on l’annuncio delle dimissioni di Tom Bossert, consigliere per la sicurezza Interna – deve affrontare dopo l’ uscita di scena di Rex Tillerson, che dovrebbe essere sostituito alla Segretaria di Stato dall’ ex direttore della CIA, Mike Pompeo,  e del generale H.R. McMaster, a cui è succeduto, come consigliere per la sicurezza nazionale, il ‘falco’ John Bolton. Quest’ultimo, ex ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, ampiamente noto per le sue forti opinioni, soprattutto su Iran e Corea del Nord, ha scritto in un tweet del 7 febbraio, che «non dovrebbe sorprendere nessuno che il governo siriano continui a sviluppare nuove armi chimiche. Il regime di Assad ha il record di uccidere la sua stessa gente e la comunità internazionale non ha fatto abbastanza per scoraggiare questo continuo comportamento».

«La già aumentata tensione nelle relazioni bilaterali russo-americane aumenta il rischio di escalation la prossima volta. Non sto dicendo che Mosca e Washington andranno alla guerra nucleare contro la Siria, ma posso immaginare una forte escalation nei combattimenti e il ricorso russo a armi più sofisticate. Dubito che capiamo come vengono sviluppate e decise le risposte politiche russe in Siria» aveva dichiarato tempo fa in una recente intervista Robert Ford, ultimo ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, in servizio dal 2010 al 2014, che aveva poi aggiunto che a preoccuparlo, inoltre, «è che, a lungo termine, gli Stati Uniti non hanno una strategia di uscita chiaramente identificata dalla Siria». Nella medesima occasione, Ford aveva precisato che «Russia, Iran e Siria sono d’accordo sul fatto che l’obiettivo finale di sostenere quei governi in piedi – sia a Damasco che a Teheran o persino a Mosca – giustifica qualunque mezzo debba essere utilizzato. Non importa se si tratta di armi chimiche o di bombardamenti o di fame come tattica militare. I russi e gli iraniani potrebbero trovare alcune di queste tattiche “sgradevoli”, ma le accettano prontamente, così da ridurre l’influenza e la presenza americane in Iraq e in Siria».

Interpellato oggi, Robert Ford è tornato a mettere in risalto come l’ uso da parte delle armi chimiche da parte del regime di Assad sia ormai continuativo e che Trump debba esser «pronto per una campagna sostenuta. E deve spiegarlo al pubblico americano, e deve spiegarlo ai nostri alleati e agli altri paesi della regione laggiù». Campagna che – dice Ford – dovrebbe prevedere raid aerei ogni qualvolta viene superata la linea rossa perché il rischio sarebbe quello di commettere lo stesso errore dell’ amministrazione Obama.

In serata, il consiglio di sicurezza dell’ Onu ha respinto una bozza di risoluzione preparata dalla Russia, in cui si richiedeva l’avvio di un’inchiesta sulle armi chimiche in Siria. Ma Mosca ha posto, contestualmente, il veto su quella proposta dall’ Occidente.

La crisi è dunque tutt’ altro che conclusa.  Trump aveva già cancellato nel pomeriggio la sua partecipazione all’ ottavo summit delle Americhe a Lima restando «negli Usa per sovrintendere alla risposta americana». Come riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), le forze armate siriane sono in allerta sin da questa mattina contro la minaccia di un attacco Usa verso obiettivo governativi. Similmente sarebbero in allerta anche le forze russe e iraniane presenti sul territorio della repubblica araba. E’ necessario, a questo punto, – ha auspicato  Mikhail Gorbaciov – che Vladimir Putin e Donald Trump si incontrino al più presto per evitare una nuova “crisi cubana”.  «Non credo che vi sia il rischio di un conflitto armato fra la Russia e gli Usa in Siria. Alla fine il buon senso dovrebbe prevalere sulla follia» avrebbe garantito Mikhail Bogdanov, vice ministro degli Esteri e inviato speciale di Putin in Medio Oriente.

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