giovedì, Maggio 13

Siria: senza accordo l'intervento umanitario è un rischio

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E proprio la Casa Bianca è additata dagli alleati regionali: se il deal con Teheran aveva poco persuaso il regime saudita, l’arretramento tattico a Damasco ha apertamente indispettito tanto Riad quanto Ankara, inquinando rapporti consolidati nel tempo. Da qui il clima di sfiducia via via crescente attorno a John Kerry: dilazionando i tempi del confronto, ritardando la trasmissione degli aiuti, gli Stati Uniti – a giudizio delle potenze regionali alleate – stanno indirettamente favorendo l’ascesa di Mosca e il consolidamento di equilibri pericolosi. Perché l’avversario è armato meglio e conduce spregiudicatamente un’offensiva militare che non ha vincoli particolari, non essendo né Putin né Assad ambasciatori di democrazia nel mondo. In altri termini: per rendere significativi i colloqui e mischiare il mazzo di carte prima che sia troppo tardi, serve un intervento netto a favore dei ribelli: “solo quando russi e siriani riterranno di poter ottenere di più dalla pace che dalla guerra essi terranno dei negoziati in buona fede” ha sintetizzato Andrew Peek, professore al Claremont McKenna College e già consulente americano in Afghanistan.

Da un lato, pertanto, Turchia e Arabia Saudita incalzano gli Stati Uniti, i quali continuano a giocare di rimessa mantenendo un serrato confronto con le cancellerie europee; dall’altro Assad può contare sullo storico alleato iraniano e sull’abilità tattica di Putin. Può, allora, l’ex rais incedere nell’ottimismo? Non esattamente. I rapporti fra Washington e Teheran non sono freddi come all’inizio del conflitto e la tournée europea di Rouhani ha testimoniato un nuovo corso per il regime teocratico, archiviata una volta per tutte l’infruttuosa stagione di Ahmadinejad. Putin, da par suo, è uno statista spavaldo e potrebbe benissimo cedere alle pressioni internazionali offrendo, al più, ospitalità in Russia ad Assad, qualora un mutamento sostanziale delle condizioni corrispondesse agli interessi del Cremlino.La partita strategica resta avvolta nell’impasse ed è difficile capire quando gli assetti precari usciranno dalla soglia dell’instabilità.

C‘è un altro fattore che, in conclusione, dev’essere considerato: le preferenze della popolazione siriana. No, non sarà un esercizio di democrazia a decidere come cambieranno le sorti di Damasco, ma la popolazione – frustrata da una guerra civile che non accenna a finire, disperata per l’emorragia di giovani costretti a lasciare il paese su barconi della disperazione – ha delle esigenze che devono essere soddisfatte. La prima, emblematica, è quella alimentare. «Il cibo è un elemento centrale della strategia di guerra del regime di Assad» hanno scritto per ‘Merip‘ Brent Enge Jose Ciro Martinez. Gli assalti ai panifici e alle città rurali,condotti in realtà da entrambe le fazioni,sono passate sottotraccia sui media occidentali, eppure proprio il ricorso sistematico alla ‘guerriglia del grano’ è un’arma di pressione spaventosa esercitata dalle parti per orchestrare un sistema-ombra di welfare, un sistema che spinga i cittadini a venire dalla propria parte, a sposare una causa. Anche per questo motivo la cappa diplomatica deve saltare rapidamente, fosse solo per organizzare i basilari soccorsi: in caso contrario saranno sempre più i civili a pagare il conto di un conflitto destinato a durare a lungo, con buona pace dei vertici infruttuosi e dei puntuali rinvii.

Studiando la carta della situazione si evince che il corridoio umanitario promesso dalle Nazioni a Monaco non sarà di facile realizzazione. Il problema principale rimane la sicurezza dei beni di prima necessità e soprattutto degli operatori sul campo incaricati di distribuirli. La Siria, come la Libia e la Somalia, è un marasma di tribù convinte di poter guadagnare una fetta del potere che non è mai stato messo in palio e gli aiuti umanitari saranno utile merce di scambio. Il mercato nero alimentato dai carichi delle Nazioni Unite, rischia di aggravare la guerra civile ed invece di alleggerire il carico per la popolazione civile ne peggiorerà la condizione.

Razionalmente parlando l’unica soluzione sarebbe quella adottata in Somalia nel 1993 quando il cordone umanitario delle Nazioni Unite era garantito e protetto dai caschi blu dell’ONU. In Siria però nessuna delle forze in campo permetterò l’ingerenza di un ennesimo contingente sulla scena, troppi rischi. Senza una tregua che si possa davvero definire tale ed una reale concordanza d’intenti tra tutte le nazioni, gli aiuti umanitari più che aiutare aggraveranno la situazione sul terreno. Le minacce che si rincorrono nelle cancellerie di mezzo mondo non aiutano di certo e sarebbe essenziale considerare che il cessate il fuoco non è stato ancora ratificato dai russi e dai sauditi.

In questo clima vago e senza una linea politica, lo strumento militare è lasciato in balia di linee guida inconcludenti. In Siria non sembra esserci un piano, serio, per poter tutelare la popolazione civile e garantire uno spiraglio di collaborazione tra le forze. L’unica speranza prospettata dagli analisti è che ogni Nazione coinvolta faccia un passo indietro umanizzando la Siria per poi creare un vero piano per il futuro.

 

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