martedì, Aprile 13

Siria: se Bashar se ne fosse andato nel 2012

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West ‘ignored Russian offer in 2012 to have Syria’s Assad step aside’, a sostenerlo, in una esclusiva di ieri di ‘The Guardian’, è Martti Ahtisaari, ex Presidente della Finlandia e Sottosegretario ONU, tra i diplomatici più rispettati dell’Occidente, nel 2008 Nobel per la Pace per le missioni diplomatiche condotte negli anni dalla Namibia all’Indonesia all’Iraq.
Nel febbraio 2012 la Russia era pronta a concordare un piano per la Siria che ipotizzava, fra l’altro, un’uscita di scena garantita per Bashar al-Assad, ma l’Occidente la ignorò.

Se quella via d’uscita fosse stata espedita si sarebbero risparmiati 220.000 morti e 11 milioni di profughi. «I profughi che oggi si riversano in Europa», afferma Martti Ahtisaari, «sono il risultato di un disastro che noi stessi abbiamo causato. E non ci resta che pagarne il conto».

Negoziatore di lungo corso, Ahtisaari, racconta a ‘The Guardian’, che nel febbraio 2012 fu incaricato dal gruppo degli Elders (gruppo di statisti senior fondato fra gli altri da Nelson Mandela, Mikhail Gorbaciov e Jimmy Carter e dallo stesso ex Presidente della Finlandia) di esplorare la possibilità di un accordo sul conflitto siriano, esploso l’anno prima, fra i 5 membri permanenti dell’Onu. «L’incontro più interessante fu sicuramente quello con Vitali Churkin», Ambasciatore russo a Palazzo di Vetro, racconta l’ex leader finlandese. «Lo conosco da tempo e anche se su molte questioni non sempre concordiamo, posso parlargli molto liberamente», afferma. «Lui mi disse: ‘Martti, siediti e ascolta quello che dovremmo fare. Punto uno, non bisogna dare armi all’opposizione. Punto due, si deve imporre un dialogo immediato fra oppositori e Assad. Punto tre, dobbiamo trovare un’elegante via d’uscita perchè Assad si faccia da parte». Secondo Ahtisaari, non c’erano dubbi che la proposta provenisse dal Cremlino, poichè‚ l’Ambasciatore era «appena tornato da Mosca».
Il premio Nobel trasmise subito il messaggio a Usa, Gran Bretagna e Francia, ma l’offerta cadde nel vuoto. La sua convinzione è che «questi tre Paesi, come molti altri, fossero convinti che Assad potesse essere rovesciato in poche settimane senza il bisogno di far nulla», né di trattare con lui o con la Russia.

In effetti, agli inizi di febbraio del 2012, vi era la consapevolezza che la Russia stesse lavorando dietro le quinte per arrivare a una soluzione che prevedesse l’uscita di scena del rais di Damasco in maniera non cruenta. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu si stava lavorando a un testo di risoluzione condivisa con la Russia, e proprio l’Ambasciatore Churkin, aveva assicurato il Consiglio che un accordo sulla Siria era «non solo necessario ma possibile».  La proposta ONU era che Bashar al Assad cedesse il potere al suo vice Presidente. Primo passo per un piano di transizione e un dialogo con l’Opposizione. La sigla più rappresentativa, il Consiglio Nazionale siriano (CNS) aveva, infatti, escluso ogni trattativa con Bashar. Il vice Presidente siriano, Farouk al-Sharaa, il 16 dicembre 2011, era stato invitato a Mosca per ‘un colloquio molto serio’. Il Consiglio non sortisce risultati -c’è il veto russo e cinese- al testo della risoluzione, e sul terreno lo scenario è sempre più confuso. A Homs, sotto assedio, si continua a combattere ma il fronte non è uno solo. Manifestanti armati, civili inermi, soldati del Free Syrian Army, lealisti, ci sono militari stranieri e armi al fosforo in mano ai ribelli. Molti fatti non sono confermati da fonti indipendenti. Informazione e controinformazione si alternano gettando luci e ombre; è già guerra mediatica.

A metà febbraio, il Presidente Bashar al-Assad annuncia che il 26 febbraio si terrà nel Paese un referendum costituzionale per approvare la nuova Costituzione. Tra le clausole della nuova Carta, sono previste la scomparsa del monopolio del partito Baath, al potere in Siria da quasi cinquant’anni, l’avvento del pluripartitismo e un limite ai mandati presidenziali. Solo due mandati da sette anni per il Presidente, da eleggere con suffragio universale. Nel testo si precisa anche che «non potranno partecipare ad elezioni le formazioni a base religiosa o regionale». Il comportamento di Bashar appare incerto, contradittorio, mentre l’opposizione lo accusa di voler guadagnare tempo; Washington definisce il referendum ’ridicolo’, Mosca lo ritiene ‘importante’, un passo avanti per riportare la stabilità nel Paese, e condanna l’isolamento di Damasco da parte dell’Occidente. Bashar è consapevole che la crisi si è internazionalizzata ed è chiaramente su questo che gioca la sua partita, lucido che di mezzo c’è il Medio Oriente, non la Siria, e la partita tra l’Occidente da una parte e Russia, Cina, Iran dall’altra.
Kofi Annan viene nominato emissario dell’Onu per la Siria. Ma in realtà, afferma al quotidiano inglese Ahtisaari, «Kofi fu costretto ad accettare», sottolineando che Annan non era per nulla ‘appassionato’ alla questione, e dopo poche settimane -nel corso delle quali, almeno tra la popolazione, un filo di speranza adombrava all’orizzonte– «vide che nessuno lo sosteneva». L’opposizione siriana era divisa, Bashar prendeva tempo, l’intellighenzia siriana, che forse allora un ruolo lo avrebbe ancora potuto svolgere, preferisce chiamarsi fuori, e l’allora Segretario di Stato americana, Hillary Clinton, escludeva, nei fatti, ogni ipotesi negoziale con Damasco, liquidando già Assad come ‘un criminale’. Il piano di Annan è chiaramente boicottato a livello internazionale da alcuni Paesi della penisola arabica favorevoli ad armare l’opposizionePaesi dalla posizione ambigua come Arabia Saudita e Qatar-, ma è ostacolato anche dall’Occidente.

A maggio, alla viglia dei colloqui di Ginevra, la nostra inviata è entrata nel Paese e registra la confusione tra le opposte fazioni che moltiplicano gli attacchi nel cuore della capitale, le accuse reciproche e i morti tra i civili, le armi che continuano entrare nel Paese, lo sbandamento del regime, il tutti contro tutti, con un pezzo di opposizione parlamentare che continua credere che la soluzione possa essere ancora politica e tutta interna.

Nel giugno 2012, Annan presiede i colloqui internazionali di Ginevra che conducono a un piano di pace per un Governo di transizione costruito in accordo tra il regime e l’opposizione. Piano in breve sfumato.
Annan si sarebbe poi dimesso poche settimane dopo e da allora il destino personale di Assad è stato l’ostacolo principale in tutte le iniziative di pace.

L’Occidente ha iniziato a pagare il conto di quel fatidico errore del febbraio 2012, quanto sarà salato questo conto lo si capirà tra qualche anno.

 

 

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