martedì, Maggio 18

Siria, regge il ‘cessate il fuoco’, ma è ancora presto per la pace

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Il ‘cessate il fuoco’ che copre alcune aree della Siria meridionale è stato il più grande risultato annunciato in questo G20 dai due grandi protagonisti del palcoscenico di Amburgo: Vladimir Putin e Donald Trump. Le province di Daraa, Quneitra e Suweida vedranno finalmente la fine dei combattimenti. Sebbene l’area nel sud-est del Paese non sia certo uno dei punti più ‘caldi’ della guerra che ha messo in ginocchio la Siria negli ultimi 7 anni, l’accordo potrebbe rappresentare un primo passo verso l’estensione della fine dei combattimenti ad altre aree del Paese.

La speranza, almeno ai piani alti, esiste. A più di tre giorni dall’annuncio di domenica, la stragrande maggioranza degli osservatori e della stampa esultano parlando di un inaspettato successo. Tuttavia, l’area interessata dall’accordo è in gran parte nelle mani dei ribelli, e alcune fonti citano alcuni sparuti scontri con le truppe governative che avrebbero infiammato alcune aree vicine alla provincia di Suweida. Difficile dire che si tratti già di una violazione dell’accordo: i confini geografici delle zone ‘protette’ non sono stati rivelati con precisione. Per quanto riguarda i cittadini della zona, stando a un corrispondente di ‘al-Jazeera’ la popolazione si sente comunque «in pericolo»: «Abbiamo parlato con i residenti del sud-ovest della Siria e dicono che, nonostante il cessate il fuoco, non si sentono al sicuro e che non vengono raggiunti dagli aiuti umanitari».

È la fumosità dell’accordo a far insospettire i più scettici. Gli Stati Uniti, la Russia e la Giordania (confinante con l’area designata dagli accordi) sono stati i protagonisti dietro a quello che è stato definito da McMaster, consigliere per la Sicurezza Nazionale Americana, «un passo importante verso obiettivi comuni». Il Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha addirittura auspicato che l’accordo possa diventare un modello da applicare anche al settore settentrionale della Siria, attraverso un dialogo con i turchi. Tuttavia, visti i precedenti, è lecito temere che la manovra si risolva in un nulla di fatto. Sebbene al momento Tillerson e Donald Trump possano vantare di essere riusciti dove Obama aveva fallito – cioè in una reale e concreta collaborazione con il Cremlino in Siria – sono in molti a chiedersi quanto e come il ‘cessate il fuoco’ possa essere effettivamente rispettato. Il personale del Pentagono, a quanto sembra, non era al corrente dell’accordo tra le diplomazie dei tre Paesi. I dettagli tecnici verranno discussi nelle prossime settimane.

L’accordo, da parte russa, può essere letto in due modi: da un lato rappresenta la disponibilità del Cremlino alla collaborazione, dall’altra una velata ammissione del fallimento – almeno parziale – dei meeting di Astana. In tale sede (con la pesante assenza degli Stati Uniti, che non erano stati invitati) Mosca e le altre potenze coinvolte nel conflitto avevano parlato della costituzione di quattro ‘de-escalation zones’ sul territorio siriano. E’ la serie di fallimentari tregue, violate o semplicemente ignorate fin dall’inizio, – ormai quasi una tradizione siriana – che rende dubbiosi gli osservatori.

Fino ad ora, per esempio, la Siria ha sempre rifiutato il ruolo degli Stati Uniti come garanti delle ‘no fly zones’ da loro proposte. Cosa cambiera con l’ultimo accordo? Chi sorveglierà le aree in sicurezza? I russi possono essere considerati garanti anche della condotta dell’Iran? La soluzione più plausibile, per alcuni, è quella di affiancare «personale militare americano e russo in un complesso a Amman» per un “controllo remoto” di tutta la regione. Anche questi dettagli, però, devono ancora essere discussi.

Se per Stati Uniti e Russia è dunque presto per gridare alla pace – sebbene lo sforzo di raggiungere un dialogo valga comunque il plauso internazionale – per altri Paesi della regione gli accordi rappresentano una vera e propria vittoria: dietro al Cremlino e a Washington, infatti, ci sono gli interessi ben più pressanti delle due nazioni confinanti con l’area coperta dall’accordo: Giordania (che ha preso parte alle trattative) e Israele (ufficialmente non coinvolto nella guerra in Siria). Che i due Stati temessero la costante e continua avanzata del loro reale nemico – né la Siria, né la Russia, ma l’Iran – non è ovviamente una notizia nuova. Secondo un’analisi, piuttosto critica, pubblicata da ‘Foreign Policy’ «il patto è mirato a rispondere alle richieste di Israele e Giordania, che le forze dell’Iran e di Hezbollah non venga permesso di avvicinarsi alle Alture del Golan occupate da israele e al confine giordano». L’accordo, infatti, esclude l’accesso alle province ai ‘combattenti di origine non siriana’.

Il piano di Mosca e Washington è anche una risposta alla questione dei rifugiati in territorio giordano, che mira a incentivare il flusso di ritorno dei milioni di sfollati. Il Governo giordano intende iniziare a organizzare i rimpatri fornendo ai profughi siriani un’area sicura e coperta dai rifornimenti e dall’azione dei gruppi umanitari. Anche secondo fonti israeliane la Giordania è il reale vincitore: impossibile credere che l’influenza del Monarca del Regno mediorientale, in visita (per la terza volta) a Washington a fine Giugno, non abbia influito sui termini dell’accordo. Forse proprio la presenza del piccolo regno tra i due ‘colossi’ della Guerra Fredda ha incoraggiato il dialogo: la Giordania, al contrario degli Stati Uniti, era stata invitata da Mosca come osservatore ad Astana. Altra possibile conseguenza da non sottovalutare, specialmente per Israele, è l’effetto ‘collaterale’ di un avvicinamento tra il Cremlino e gli Stati Uniti: l’indebolimento dell’asse Mosca-Teheran, vera preoccupazione dello Stato ebraico.

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