sabato, Luglio 31

Siria, rapite due italiane Il Pentagono non pagò il riscatto di Foley e l'Iran chiede uno stop alle sanzioni

0

237429-01-081

Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Sono probabilmente questi i nomi delle due ragazze italiane che si troverebbero nelle mani dello Stato Islamico (Is). Si tratta del britannico ‘Guardian’ a riportare, senza citarne i nomi, che «due donne italiane, una danese e una giapponese sarebbero state catturate alla periferia di Aleppo di recente». Sarebbero nelle mani dei miliziani islamisti del Califfato insieme ad altri 16 ostaggi, successivamente alla cattura potrebbero essere state trasferite nelle città di Raqqa, a nord della Siria.

L’Italia inizia così ad aver paura per la sorte di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Alla mente subito arriva il triste epilogo del rapimento della guardia di sicurezza privata Fabrizio Quattrocchi, giustiziato nel 2004 in Iraq. Ma non è assolutamente detto che il loro destino debba essere triste come quello di Foley. Intanto dagli Usa si viene a sapere che Is aveva chiesto tramite una mail ai genitori di Foley un riscatto da 100 milioni di euro, che l’amministrazione americana si è rifiutata di pagare. Americani che avevano tentato di liberare all’inizio dell’estate James Foley e altri ostaggi che si trovavano con il reporter. Quest’operazione è stata il primo intervento di terra americano in Siria, dove decine di soldati scoprirono il covo in cui gli ostaggi erano tenuti. Questi ultimi, però, non erano presenti in quel luogo.

L’operazione, ha confermato il Pentagono, “fu autorizzata all’inizio di questa estate” e vide anche il ferimento di un soldato a stelle e strisce nel corso di un violentissimo combattimento con elementi dello Stato islamico, che oltre a Foley ha in mano anche Steven Sotloff, un altro reporter che compare nel raccapricciante video della decapitazione del reporter. Obama, ha spiegato Lisa Monaco, assistente del presidente americano per il controterrorismo e la sicurezza nazionale, autorizzò  l’operazione quando venne accertato che gli ostaggi, passati nelle mani dello Stato islamico, erano in pericolo.

Da ultimo l’Iran, la cui intromissione in Iraq è stata invocata da più parti, ha condizionato il suo intervento contro lo Stato Islamico solo se l’Occidente revocherà tutte le sanzioni adottate per il (suo) programma nucleare. Lo ha chiarito il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif: «Se accetteremo di fare qualcosa in Iraq, l’altra parte nei negoziati dovrebbe fare a sua volta qualcosa in cambio. Tutte le sanzioni legate al programma nucleare iraniano dovrebbero essere revocate», ha detto il capo della diplomazia iraniana.

Un Iran che fa passi indietro sul nucleare ma guarda avanti sui diritti delle donne. Il provvedimento della tv di Stato che ha dato il via libera alla presenza femminile nelle pubblicità può essere definito quasi epocale. Per ritrovare donne protagoniste di  promozioni televisive nella Repubblica islamica bisogna infatti tornare all’epoca dello Shah tra gli anni ’60 e ’70.

L’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Catherine Ashton, attraverso una nota ufficiale di un portavoce, ha sottolineato che «l’Ue è più impegnata che mai nel sostegno internazionale alla lotta al terrorismo, nella lotta contro le violazioni dei diritti umani e per la ricostruzione dell’unità, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iraq e della Siria».  La nota si conclude precisando che «l’Ue userà tutti i mezzi a sua disposizione per contribuire al conseguimento di questi fini», ossia la pace.

Gli Stati Uniti, già tristemente nell’occhio del ciclone per la questione Foley vedono ancora proteste ma stavolta pacifiche, a Ferguson. La situazione attuale è quella di un’opinione pubblica che ha perso grande fiducia nelle forze armate statali e che probabilmente inizia a non credere più alla violenza per sedare violenza. Nonostante la marcia per i diritti umani a cui hanno presenziato anche i genitori dell’afroamericano Michael Brown, il 18enne ucciso dalla polizia il 9 agosto scorso, Eric Holder, segretario alla Giustizia, sostiene che «non sarà dimenticato: c’e un’indagine in corso e vogliamo giustizia».

Dagli Usa anche belle notizie: «Oggi è un giorno miracoloso, sono felice di essere vivo e voglio ringraziare tutti coloro i quali hanno pregato per me mentre ero malato in Liberia e i medici che si sono occupati di me qui all’ospedale EMory di Atlanta». Queste le prime parole di Kent Brantly, il medico missionario colpito dall’Ebola in Liberia e guarito dopo le cure già iniziate in Africa con lo Zmapp, siero sperimentale contro l’Ebola. «Sono qui perché ho pregato Dio», riferisce alla conferenza stampa.

Sono 24 le persone uccise oggi dai raid israeliani su Gaza, tra le quali ci sono tre leader di Hamas e quattro bambini. I soccorritori inoltre hanno trovato il corpo di un bambino sotto le macerie di un edificio distrutto dalle bombe. Il conteggio delle vittime è così salito a 2.075, mentre i feriti sono 10.310. Di queste, 58 sono state uccise dopo la rottura della tregua, avvenuta martedì. Decine di razzi anche da Gaza su Israele in cui in tutta l’aerea confinante con la striscia è stato possibile sentire le sirene. Nessuna novità sugli incontri pro cessate-il-fuoco. «Abbiamo rifiutato la proposta egiziana ma non il ruolo dell’Egitto» nei negoziati indiretti. Così il leader di Hamas, Khaled Meshaal, da Doha, dove oggi ha incontrato il presidente Abu Mazen in colloqui trilaterali con l’emiro del Qatar. «Ringraziamo Turchia e Doha per il loro sostegno», ha aggiunto Meshaal.

Il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha fatto sapere che potrebbe sciogliere il Parlamento già domenica, aprendo così la strada a elezioni anticipate alla fine di ottobre. Nonostante la crisi nella regione orientale, già costata la vita a oltre 2mila persone, la speranza di Poroshenko è che per la fine di ottobre il Paese abbia raggiunto la stabilità necessaria per tenere elezioni in condizioni normali. Oggi intanto Pavlo Sheremeta, Ministro dello Sviluppo Economico, che a fine luglio aveva aspramente criticato il proseguire della guerra nell’Est del paese, ha rassegnato le proprie dimissioni denunciando la sua frustrazione per gli ostacoli che il parlamento continua a porre alle riforme necessarie per contrastare la corruzione.

Chi si dimette e chi viene eletto, situazione che da unico candidato risulta molto più facile. Il generale Prayuth Chan-Ocha, capo della giunta thailandese al potere dal golpe del 22 maggio, è stato oggi formalmente nominato Primo Ministro da un Parlamento ad interim dove è dominante la presenza dei militari. Prayuth, unico aspirante, è stato votato all’unanimità da 191 rappresentanti.

 

 

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->