lunedì, ottobre 22

Siria, quello che (non) ci raccontano Nel sud della Siria si gioca una delle partite più importanti per l’unità del futuro Stato siriano

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Poche ore fa un quotidiano saudita, “Asharq Al Awsat”, con sede a Londra, ha annunciato che l’assistente del segretario di Stato americano David Satterfield starebbe negoziando con le controparti russe, giordane e turche, la chiusura della base militare statunitense di Al Tanf nel sud est della Siria. L’accordo dovrebbe prevedere il dispiegamento di una forza di polizia russa a sud di Damasco, nelle zone di confine con Israele e Giordania, in cambio della chiusura della base statunitense, situata in uno dei passaggi chiave tra Siria e Iraq. Tra le clausole, ci sarebbe la promessa di Mosca che l’esercito siriano e le milizie iraniane non metteranno piede in questa zona.

L’area nel sud della Siria è ormai una delle poche rimaste fuori dal controllo delle milizie alleate del presidente siriano Bashar Al Assad. Qui si gioca una delle partite più importanti per l’unità del futuro stato siriano: gli accordi che verranno presi al confine con Israele e Giordania saranno la base per futuri patti sulla zona dell’Eufrate, controllata dai curdi, e sul nord del paese, sotto lo scacco dell’intervento militare turco contro i curdi. Un accordo siglato in novembre tra Russia, Giordania e Stati Uniti fino a oggi ha protetto le milizie ribelli delle principali città al confine con Giordania e le Alture del Golan: Daraa e Quneitra. Ma quando il 25 maggio l’esercito siriano ha lanciato volantini su Daraa invitando i ribelli alla resa, le carte in tavola sono cambiate.

Per i russi questa zona è quasi di casa: tornarci a pieno titolo non sarebbe certo una novità. Quando agli inizi della guerra civile siriana i ribelli occuparono le zone al confine con Israele, trovarono una sorpresa nel bel mezzo del Golan: una base militare di ascolto russa ancora perfettamente equipaggiata. Sono passati solo quindi giorni da quando il presidente Putin ha promesso ad Assad che tutte le forze armate straniere avrebbero presto lasciato il paese. Resta da capire quali forze armate siano ormai straniere in Siria, un campo di battaglia dove gli eserciti utilizzano contractor e milizie di comodo. Dove gli Hezbollah vestono le divise dell’esercito siriano, i ceceni combattono come contractor per i russi, i curdi per gli americani e gli sciiti afghani sono al soldo di Teheran.

Adesso tutti gli occhi sono puntati sul presidente israeliano Benjamin Netanyahu in visita in Europa con un solo tema in agenda: l’Iran. Di accordi annunciati e smentiti in questi giorni ce ne sono parecchi e tutti hanno al centro Israele. Anche perché l’altra parte in causa per il sud della Siria, la Giordania, è alle prese con una rivolta popolare senza precedenti scatenata da nuove disposizioni in materia di tasse.

Non è chiaro se il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman nel suo incontro a Mosca con la controparte russa, Sergei Shoigu, abbia raggiunto un’intesa. Fonti diplomatiche israeliane hanno smentito di aver preso accordi con i russi per l’allontanamento delle milizie iraniane a 70 chilometri dal confine del Golan. Nelle sue prese di posizione ufficiali Netanyahu ha continuato a difendere la linea stabilita dal capo della Cia, Mike Pompeo: l’Iran deve abbandonare l’intera Siria. Ma la notizia sulla possibile chiusura della base americana di Al Tanf non può essere venuta dal nulla.

I canali di dialogo tra Israele e Russia ci sono e funzionano bene. Nelle decine di raid compiuti dall’aviazione israeliana in Siria, i sistemi di difesa missilistici russi dispiegati su tutto il territorio non sono mai entrati in azione. Non possono dire lo stesso gli Stati Uniti: lo scorso febbraio in uno scontro tra le milizie di Assad e l’esercito americano sul fiume Eufrate sono morti diversi contractor russi.  E che Israele, quando si parla di Mosca, non sia disposto ad ascoltare nessuno, lo dimostra il caso recentissimo del magnate russo, Roman Abramovič, uomo della cerchia Putin: nel giro di pochi giorni il Regno Unito gli ha negato il visto e Israele gli ha offerto la cittadinanza.

Ma la staffetta degli accordi non detti deve essere molto più complessa e scivolosa. È ancora una volta un sito saudita con sede a Londra a rivelare i retroscena di un canale di dialogo indiretto tra Israele e Iran. Protagonista sarebbe proprio la Giordania. Secondo il quotidiano online “Elaph” i colloqui indiretti si sarebbero svolti dieci giorni fa attraverso un mediatore giordano che avrebbe fatto la spola tra l’ambasciata iraniana ad Amman e la camera di un hotel adiacente che ospitava alcuni diplomatici israeliani. Gli iraniani avrebbero ceduto subito: parlando anche a nome di Hezbollah, avrebbero assicurato di essere disposti a non prendere parte all’avanzata dell’esercito di Assad nel sud della Siria in cambio della luce verde di Israele all’operazione.

Domenica un ufficiale iraniano ha fatto sapere che Teheran non ha nessuna intenzione di abbandonare il sud della Siria Siria. Masoud Jazayeri, vicecomandante delle forze armate iraniane, ha dichiarato che i legami tra Iran e Siria non si «faranno influenzare dalla propaganda di nessuno». Ma intanto le voci si rincorrono.

I quotidiani che stanno svelando i controversi retroscena siriani hanno almeno due cose in comune: sono sauditi e hanno sede a Londra. La questione della cittadinanza concessa da Israele a uno degli uomini più vicini a Putin, Roman Abramovič, deve bruciare parecchio a Downing Street. E i sauditi evidentemente non sono d’accordo con i patti che si stanno elaborando in Siria. Meno che mai con un dialogo, seppur indiretto, tra Israele e Iran, che li taglierebbe del tutto fuori dalla politica mediorientale che conta. Nei prossimi giorni sarà bene leggere i quotidiani sauditi per saperne di più sulla Siria.

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