domenica, Agosto 7

Siria, parlando con Jameel … field_506ffbaa4a8d4

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Bisognava fare attenzione alle persone con cui parlavi e agli argomenti, non è vero? I pupazzi, i costumi e tutto il resto, li avete fatti voi?

Sì. Per la prima stagione abbiamo fatto i pupazzi a Damasco e poi li abbiamo portati di nascosto in Libano per girare la serie perché non potevamo farlo a Damasco. Nel 2011 la situazione era molto pericolosa. C’era la Polizia segreta che provava a tenere tutto e tutti sotto controllo, sai di cosa parlo. Avevamo bisogno di telecamere, di luci, strumenti… Era complicato girare a Damasco. Perciò, abbiamo portato tutto  -i pupazzi, i costumi, la strumentazione-  a Beirut.

 

Avete girato due stagioni…

Tre stagioni!

 

Davvero?

Sì, abbiamo appena finito la terza!

 

È una bellissima notizia!

Abbiamo finito la terza stagione un mese fa. Cinque episodi sulla situazione attuale. È un po’ tetra. Direi black comedy.

 

Torniamo un attimo alla seconda stagione. Sembra esserci una grandissima differenza tra la prima e la seconda stagione, la seconda è molto più complessa. Come avete sviluppato i contenuti e anche la produzione?

Be’, la prima stagione l’abbiamo prodotta senza alcun supporto. L’abbiamo fatta tra amici. Ho chiesto agli attori, al costumista, all’attrice di farlo come volontari e tutti loro erano felici di contribuire al progetto. Ma la seconda stagione… Beirut è molto cara, molto più cara della Siria, perciò avevamo bisogno di sostegno economico e ovviamente quando hai le risorse giuste puoi sviluppare l’atmosfera, i pupazzi, il lavoro. Si possono curare i dettagli, prendersi il tempo necessario. Lavori in una situazione migliore.

 

Avete potuto dare più spazio ai sentimenti e alle emozioni?

Sì, certo. Era molto importante per noi. A Beirut è più sicuro che a Damasco. Non possiamo lavorare in pubblico, certo, lo facciamo di nascosto, ma è meno pericoloso, c’è meno tensione.

 

Nell’episodio 7 della seconda stagione introducete anche il punto di vista delle donne. Ce ne puoi parlare?

In quel periodo giravano delle voci, il regime parlava della rivoluzione come di una rivoluzione religiosa, molto conservatrice e additava le persone che vi prendevano parte come estremisti affiliati ad al-Qa’ida eccetera. Per questo abbiamo fatto un episodio sul ruolo delle donne, il ruolo delle donne siriane in questa rivoluzione. C’era un’attrice anche nel nostro gruppo. Questa è la ragione. Masasit Mati in ‘Top Goon’ voleva sfatare quelle voci [sulla natura della rivoluzione]messe in giro dai media del regime, ma sai in qualche modo hanno vinto loro. Adesso la rivoluzione va in un’altra direzione. Siamo tra due gruppi di ribelli. Siamo nel mezzo di una guerra. Tra il regime siriano, lo Stato Islamico, questi ribelli di matrice islamista… e il regime può vincere per via di questo piano [di fomentare il confessionalismo e l’estremismo]. Ha fatto davvero un bel lavoro.

 

Avete mai ricevuto minacce da parte del regime o delle forze islamiste?

Riceviamo molte lettere e messaggi, ogni giorno, specialmente quando facciamo degli episodi contro l’estremismo religioso o il regime. Nel 2013, abbiamo deciso di andare ad Aleppo per fare uno spettacolo -nei dintorni di Aleppo, in realtà. Abbiamo avuto qualche problema. Eravamo sempre preoccupati di eventuali rapimenti o attacchi, o che so io, ma in realtà non è successo nulla.

 

Hai menzionato Aleppo. Su ‘Syria Speaks’ si legge che avevate in mente di organizzare un tour nei campi rifugiati in Libano e nelle città e nei Paesi in Siria. L’avete fatto?

Sì, l’abbiamo fatto. In realtà ci siamo andati due volte [in Siria], una volta a fine 2012 e poi nel 2013.

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