sabato, Maggio 15

Siria, Obama va alla guerra field_506ffb1d3dbe2

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 Obama G7

Via alla guerra americana in Siria. Con gli alleati arabi, la notte del 23 settembre gli Usa hanno sferrato l‘attacco ai jihadisti dello Stato islamico (IS) nei territori del regime di Bashar al Assad.
«Caccia, bombardieri e missili cruise Tomahawk lanciati da navi militari stanno colpendo i terroristi dell’IS in Siria», ha comunicato il Pentagono via Twitter. I massicci raid, proseguiti per ore, hanno interessato la roccaforte islamista di Raqqa, nel nord-est del Paese, e l’area al confine con l’Iraq dove i miliziani hanno impiantato depositi e basi logistiche.
I dettagli su luoghi dell’intervento e sui Paesi che hanno partecipato all’azione sono arrivati dai media che hanno citato fonti dell’Amministrazione Usa, lasciando però dei punti interrogativi. Il Pentagono si è limitato ad affermare che le «nazioni partner» che partecipano «in pieno» sono «Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Baherein», tralasciando il Qatar, incluso sulla stampa. L’azione è scattata «sulla base dell’autorizzazione ricevuta dal Comandante in capo», il Presidente Barack Obama, che prima ha informato il Congresso di Washington.
Gli obiettivi dell’ondata di bombardamenti in Siria sarebbero almeno 20: tra questi, centri di comando, campi di addestramento e depositi di armi e munizioni.

Il regime di Damasco ha reagito ambiguamente all’intervento Usa. Sulla tivù di Stato, il Ministero degli Esteri siriano ha sostenuto di essere stato informato dell’attacco, attraverso il Rappresentante della Siria alle Nazioni Unite. Circostanza fermamente smentita dal Dipartimento di Stato Usa: «In nessun modo abbiamo chiesto il permesso alla Siria».
L’Iran, alleato di Damasco, ha definito i «raid anti-IS nel territorio siriano un attacco alla Siria». «Senza l’autorizzazione del consiglio di Sicurezza ONU o il consenso di Damasco non hanno nessun valore legale», ha attaccato il Presidente iraniano Hassan Rohani, a Palazzo di Vetro di New York per l’annuale Assemblea generale delle Nazioni Unite.
«L’avvio dei bombardamenti contro lo Stato Islamico in Siria richiede l’accordo esplicito del governo siriano» si sono limitati ad affermare i russi che pure armano il Presidente siriano Assad, «o una decisione del Consiglio di sicurezza».
Oltre alle basi del Califfato islamico (IS), il Pentagono ha annunciato che i raid hanno colpito i veterani qaedisti di Khorasan, a ovest di Aleppo e, secondo testimonianze locali, sono state target anche alcune postazioni dell’IS nella provincia a maggioranza curda di Hasake, nel nord-est siriano.
Tra qaedisti e terroristi del Califfato, i morti sarebbero oltre 120, dai numeri diffusi dall’Osservatorio per i diritti umani dei ribelli siriani: prima dell’alba, una ventina di bombardamenti sarebbero state compiuti a Raqqa, altri 22 la regione di Bukamal, al confine con l’Iraq.

«Questa guerra non riguarda solo l’America», ha dichiarato Obama al popolo americano, «abbiamo sventato un complotto di al Qaida in Siria contro gli Stati Uniti e i nostri alleati. Un successo, ma siamo solo all’inizio. Continueremo a lottare contro l’IS in una coalizione per uno sforzo globale. Non esiteremo a continuare a colpire in futuro».
«Sosteniamo ogni sforzo internazionale per combattere il terrorismo», gli ha fatto eco Assad. A Kobane, la città curdo-siriana al confine con la Turchia assediata dal’IS, continuano i violenti combattimenti tra i guerriglieri curdi e i jihadisti: un altro fronte di guerra.
In azione in Siria ci sono anche i caccia siriani di Assad, che per la tivù libanese ‘Al Manar’ degli alleati di Hezbollah (il braccio dell’Iran in Libano) sono sconfinati nel Paese, durante i bombardamenti sull’altopiano del Qalamun, al confine.
Sopra le alture siriane del Golan occupate da Israele, un missile del sistema di difesa patriot ha inoltre intercettato un caccia Damasco: abbattimento confermato tanto da Israele che dalla Siria.
In una lettera a Obama, anche il Governo serbo si è dichiarato pronto a partecipare alla lotta all’IS. E il Premier britannico David Cameron sostiene e discuterà a breve quale possa essere il contributo della Gran Bretagna in Siria, ha riferito Downing Street.
La Francia, che partecipa ai raid anti-IS solo in Iraq, è invece in angoscia per il rapimento dell’IS di un turista francese in Algeria, che i carcerieri minacciano di giustiziare entro 24 ore, se i francesi non se ne andranno dall’Iraq.
L’esecuzione a orologeria dell’ostaggio presuppone una buona rete di affiliati IS anche fuori dal Califfato. Ma Parigi «non cede alle minacce dei terroristi». «I raid in Iraq continueranno, ce ne assumiamo tutte le sue responsabilità», ha rilanciato il Premier Manuel Valls, mentre, in Africa, l’Ambasciata francese a Tunisi ha invitato tutti i connazionali alla massima prudenza negli spostamenti.
Esercito e Polizia algerini cercano il rapito, il 55enne Pierre Hervé Gourdel, e Oltralpe, tre presunti jihadisti sono stati arrestati: tra loro, il marito di Souad Merah, la sorella del killer di Tolosa Mohammed Merah, autore della strage del 2012.

In Africa occidentale dilaga l’allarme per il virus ebola. L’ente nazionale americano per la salute pubblica (Centers for Disease Control and Prevention) prevede «1,4 milioni di casi» entro il gennaio 2015.
Mentre a nord, in Libia, il Parlamento internazionalmente riconosciuto di Tobruk è riuscito a formare un nuovo Governo guidato dal Premier ad interim Abdullah al Thani, con appena 110 voti favorevoli su 112. In attesa che le «milizie armate lascino Tripoli», il giuramento avverrà domani 24 settembre nella sede provvisoria di Badia, a est di Bengasi.
Dopo 13 anni di permanenza al potere, in Afghanistan il Presidente Hamid Karzai ha pronunciato a Kabul il suo ultimo discorso, sgombrando il campo ai preparativi per la cerimonia d’insediamento del successore Ashraf Ghani Ahmadzai, il 29 settembre.
Già domani comunque, i Ministri del Governo uscente presenteranno le relazioni conclusive a Ghani e al Premier in pectore, quasi certamente il candidato presidenziale sconfitto, Abdullah Abdullah.
Sempre in Asia, lo Yemen è un altro grande luogo di rivolgimenti. Dopo la mattanza della scorsa settimana (oltre 200 morti), la capitale Sanaa è finita quasi completamente sotto il controllo dei ribelli sciiti di Ansar Allah, che ne controllano con posti di blocco le principali vie.
L’accordo del week end tra sciiti e sunniti non regge. Il Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi ha denunciato un complotto «in grado di scatenare la guerra civile». Per l’Emissario ONU Jamal Benomar l’Esercito è «allo sbando», «ciò che sta accadendo in questi giorni potrebbe causare il crollo dello Stato yenmenita e la fine del processo di transizione politica». «Un complotto preparato da molto tempo, le cui ramificazioni travalicano i confini della nazione», ha dichiarato il diplomatico alla tivù saudita ‘al Arabiya‘, alludendo a presunte manovre iraniane.

Salutato San Francisco, a Palazzo di Vetro è arrivato anche il Premier italiano Matteo Renzi, che ha partecipato ai lavori di apertura dell’Assemblea generale ed è stato impegnato in una serie di bilaterali, uno dei quali con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, intervenendo infine alla sessione sui cambiamenti climatici.
All’ONU il leader palestinese Abu Mazen ha annunciato un nuovo calendario per la ripresa del processo di pace: «Metti fine all’occupazione, fai la pace», si è appellato al Premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Ma in Palestina, le tensioni con Israele sono fortissime, per i blitz, a Hebron, delle forze israeliane, che hanno ucciso due miliziani, per Tel Aviv responsabili del rapimento e dell’uccisione, per conto di Hamas, dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania.
Nelle aree calde del mondo, il clima sembra distendersi solo in Ucraina, dove i filorussi, rispettando il protocollo di Minsk per la tregua nell’Est, hanno ritirato la loro artiglieria dal fronte. «Le forze ucraine hanno fatto lo stesso. Ma dove sono rimasti, rimaniamo anche noi» ha fatto sapere l’autoproclamato della Repubblica di Donetsk Aleksandr Zakharcenko. La Russia, intanto, ha spostato le sue maxi esercitazioni in Estremo Oriente.

 

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