domenica, Aprile 18

Siria, Mosca bombarda l’ISIS Parigi processa Assad per crimini di guerra. Atteso discorso di Abu Mazen all'Onu

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Damasco chiama Mosca. Dalla Siria il presidente Bashar al-Assad ha chiesto ufficialmente al suo fedele amico russo l’aiuto militare e la risposta è stata tanto scontata quanto immediata. In poco tempo, il Parlamento russo ha approvato l’uso delle truppe in Siria e sono partiti i primi bombardamenti. Nel pomeriggio i jet russi hanno bersagliato postazioni del califfato colpendo attrezzature militari, centri di comunicazione e mezzi di trasporto. Serghiei Ivanov,  capo dell’amministrazione presidenziale, ha specificato che per il momento verranno impiegate solo forze aeree e ha poi aggiunto che le operazioni avverranno in un arco di tempo definito. «Il Centro di informazioni di Baghdad è operativo e avrà come compito quello di rendere più precisi i raid aerei e gli interventi delle forze a terra, utilizzando immagini raccolte dallo spazio, intercettazioni radio e i dati dei droni da ricognizione per distruggere gli jihadisti dell’Is» ha aggiunto il ministero della Difesa. Vladimir Putin ha invitato tutti gli Stati interessati e soprattutto i Paesi della regione a partecipare all’attività  del centro internazionale di informazione e di coordinamento. «Riteniamo possibile e ragionevole unire gli sforzi di tutti i Paesi interessati nella lotta al terrorismo internazionale e lavorare assieme, purché sia sulla base dello Statuto delle Nazioni Unite» ha detto il capo del Cremlino.  Per Mosca, infatti, è la Russia l’unica autorizzata a intervenire militarmente.

Secondo Putin, la decisione di impiegare le forze armate  è stata dettata dalla necessità di difendere gli interessi nazionali e non per raggiungere obiettivi o soddisfare ambizioni in politica estera. Qui il riferimento è all’America che, ignorando gli inviti a lasciar libero lo spazio aereo siriano,  continua a percorrerlo. Già durante il suo intervento all’Onu dell’altro ieri, il leader moscovita ha chiesto una specifica risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che dovrà decidere in fretta le prossime azioni. «L’unico modo giusto di lottare contro il terrorismo internazionale è agire in anticipo, combattere e distruggere miliziani e terroristi sui territori già occupati da loro e non aspettare che arrivano a casa nostra» ha ribadito. Dalla Francia, però, in serata arrivata la prima stoccata alla Russia e il ministro degli Esteri Laurent Fabius ha rilanciato l’ipotesi secondo cui i raid potrebbero non essere stati diretti contro lo Stato Islamico. A questa provocazione si è aggiunta, poi, la comunicazione di un gruppo di ribelli siriani, sostenuto dagli Usa, che ha accusato la Russia di aver compiuto raid aerei sulle sue posizioni nella città di Latamna, nella provincia di Hama. Il gruppo, noto come Tajamu Alezzah, non ha, però, precisato quali obiettivi siano stati colpiti.

In ogni caso, mentre la Siria è sotto attacco, la coalizione internazionale sta seguendo minuto per minuto l’evolversi degli eventi. In una dichiarazione congiunta, i 60 Paesi, contando anche le new entry Nigeria, Tunisia e Malesia, hanno voluto ribadire che nel primo anno dalla sua costituzione, l’unione ha compiuto numerosi progressi nella campagna per sconfiggere il terrorismo. «Un anno fa la situazione era tragica: Isis stava avanzando in Iraq e minacciando Erbil, Kirkuk e Baghdad», si legge nella nota. «Inoltre, parevano imminenti ulteriori attacchi contro la minoranza yazida. Da allora, nonostante non siano mancate inevitabili battute d’arresto, la Coalizione ha perseguito una strategia onnicomprensiva, dimostrando di saper arginare la capacità di movimento di Daesh in Iraq e Siria. La Coalizione ha effettuato progressi anche nel ridurre il reclutamento tra le fila di Isis, contrastare la sua narrativa e ridurre le sue fonti di finanziamento». La comunicazione è un po’ un monito alla Russia che in fondo si sente l’unica protagonista di questa guerra, perché è l’unica, insieme all’Iran, ha difendere il ruolo di Assad. Se sulla coalizione sono tutti d’accordo, infatti non è lo stesso sul presidente. Nel loro incontro privato, Obama e Putin hanno discusso del futuro governo di Damasco, ma senza arrivare a una conclusione.

E oggi l’ultimo attacco al leader siriano è arrivato dall’Arabia Saudita. «Il presidente Bashar al-Assad deve lasciare il potere o la comunità internazionale ricorrerà all’opzione militare per mettere fine al suo regime» ha detto il ministro saudita degli Esteri, Adel al-Jubeir. La dichiarazione è arrivata in risposta alla proposta russa di formare una coalizione internazionale che combatta il califfato, ma salvi Assad. «Credo che se i russi fossero seri sulla lotta al Daesh (acronimo arabo dell’Is, ndr), dovrebbero aderire alla coalizione internazionale che già esiste» ha detto al-Jubeir, affrontando la questione a New York, a margine dell’Assemblea Generale Onu. Il ministro ha quindi invitato i partner internazionali a sostenere gli oppositori del regime e ha descritto l’Iran, alleato di Assad, come una “forza occupante”, che fomenta il terrorismo e l’estremismo in tutta la regione. Per il ministro saudita, dunque, come per Obama, Cameron e Hollande, non c’è futuro per Assad in Siria e la transizione politica è l’opzione da preferire.«Ma la scelta è tutta nelle mani di Bashar al-Assad», ha commentato ancora Al-Jubeir ricordando che il suo paese sta già sostenendo i ribelli moderati. La risposta della Siria è arrivata in mattinata dal ministro degli esteri Walid al-Muallim, sempre a margine dell’Assemblea Generale Onu a New York. «Né Obama né altri possono determinare le scelte del popolo siriano. L’ho detto anche a John Kerry alla conferenza di Ginevra 2 e lo ripeto ora» ha detto il ministro, che ha poi parlato della cooperazione con Russia, Iran e Iraq contro i terroristi dello Stato islamico (Is), definendola molto utile. «Appoggiamo quello che il presidente russo Vladimir Putin vuole fare a questo riguardo» ha detto, concludendo con una stoccata agli Usa. «La loro strategia non porta a niente». E come in uno spietato ping pong a distanza, eccola subito la replica americana. «Non modificheremo i piani» ha puntualizzato John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato americano facendo riferimento ai raid russi.

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