martedì, Ottobre 26

Siria: minacce di guerra e scintille di indipendenza curda

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Nuove prospettive si aprono per lo scenario siriano: dopo più di sei mesi di missione, il Governo russo ha annunciato il parziale ritiro del contingente di Mosca dalla Siria. Questa notizia, vero e proprio ‘fulmine a ciel sereno’ per i media internazionali, ha scatenato una ondata di commenti e di ipotesi da parte dei filorussi e delle varie controparti.

Non è chiaro, infatti, se Vladimir Putin abbia ordinato il ritiro di parte delle proprie forze a causa dell’insostenibile spesa militare, oppure nella considerazione di aver compiuto la propria missione (ossia di aver restituito una certa stabilità al regime filorusso e filoiraniano di Assad); c’è, infine, chi sostiene che Mosca voglia prendere progressivamente le distanze dal Governo siriano a causa della troppo dura politica di Damasco, affine più all’Iran che alla Russia. Quest’ultima ipotesi risulta in verità molto fantasiosa e pare non attinente alla realtà dei fatti, in quanto la Russia non sta ritirando completamente le proprie truppe, ma ne ha ordinato un ritiro parziale, consentendo alle forze rimaste in campo il controllo del porto di Tartus, e delle basi aeree di Latakia e di Khmeimin.

Anche la tesi secondo la quale la Russia si trovi ad affrontare spese militari troppo gravose risulta poco credibile: i Russi hanno annunciato il ritiro soprattutto delle truppe di terra e delle squadre di consiglieri militari, ‘briciole’ di budget militare se paragonate alle spese per garantire la manutenzione, l’impiego e il rifornimento degli assetti aeronavali, il cui presidio rimarrà comunque vivo in Siria.

L’unica tesi che potrebbe sembrare più verosimile è quella formulata dai filorussi, che si appoggia sulle comunicazioni ufficiali di Mosca. Tralasciando le assicurazioni russe di rito, secondo le quali il Cremlino non aspiri (né abbia mai aspirato) ad esercitare influenze, ma si limiti generosamente ad aiutare il legittimo governo in difficoltà, le dichiarazioni del Governo moscovita vertono sulla compiuta missione di stabilizzazione del potere di Bashar al-Assad, il quale, scongiurata la possibilità di un suo rovesciamento, adesso dovrà occuparsi da solo di sconfiggere le restanti forze jihadiste a Raqqa e Palmira.

Colpire i miliziani dello Stato Islamico e di Jabhat al-Nusra è, infatti, l’unico obiettivo del Governo di al-Assad: a Ginevra è stato siglato un accordo che prevede il cessate il fuoco su tutta la Siria. A tale intesa hanno preso parte tutte le forze ribelli sunnite, escluse quelle jihadiste, contro le quali la guerra continua, e quelle dei Curdi di Siria, non invitate ai colloqui ginevrini.

Le forze siriane hanno inaugurato una grande offensiva contro Daesh, ricacciando i guerriglieri di al-Baghdadi da oltre 3000 chilometri quadrati di territori occupati e costringendoli ad asserragliarsi nelle due città ancora in mano al Califfato islamico di Palmira e Raqqa. Su questi due centri si stanno scatenando i raid aerei siriani, finalizzati a chiudere la partita con i sostenitori della Jihad, approfittando così della tregua in corso e consolidando ulteriormente il potere politico e mediatico di Assad.

I grandi assenti dei colloqui di Ginevra, i Curdi, dal canto loro non sono rimasti inattivi: sofferenti per la totale mancanza di appoggio da parte della Comunità Internazionale, (nonostante i combattenti Curdi furono i primi a sostenere l’urto delle milizie islamiche, combattendo casa per casa tra le macerie di Kobane) i rappresentanti della minoranza curda siriana hanno indetto dei plebisciti per sancire l’indipendenza delle regioni settentrionali della Siria.
La nascita di una Federazione Autonoma Curda nel nord del Paese, appoggiata da altre minoranze arabo sunnite e cristiano assire, nonché confederati coi partiti curdi iracheni, sarebbe una vera e propria spallata all’assai precaria tregua ginevrina, la cui instabilità viene denunciata con fermezza già da Damasco, che ha considerato inutili i colloqui in Svizzera.

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