martedì, ottobre 23

Siria, mappa alternativa degli attacchi israeliani Dove è finito l’uranio dell’impianto di Deir Ezzor?

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È sabato sera. Da quando è iniziata la guerra, all’aeroporto di Damasco sono pochi gli aerei civili che atterrano nella capitale siriana: nessuno dall’Europa o dagli Stati Uniti, vengono tutti da qualche capitale del Medio Oriente e dalla Russia. L’aeroporto non è per niente sicuro: è qui che atterrano anche gli aerei cargo carichi di armi, molti vengono dall’Iran.

Sabato sera, però, accade qualcosa di diverso. Il cielo dell’aeroporto improvvisamente si illumina: è un attacco missilistico. La difesa siriana si attiva. Poco dopo l’agenzia di stato ‘Sana’ parla di aggressione israeliana e di diversi missili nemici abbattuti. Fonti locali rivelano gli obiettivi del blitz: un aereo cargo proveniente dall’Iran e diversi depositi di armi adiacenti all’aeroporto.

In Israele, intanto, come da prassi, la paternità dell’attacco non viene riconosciuta. Ma qualcosa comincia a trapelare. In agosto l’esercito israeliano aveva annunciato di aver compiuto, solo nell’ultimo anno e mezzo, oltre 200 attacchi aerei in Siria per un totale di 800 missili e colpi di mortaio. Un investimento di uomini e risorse immane, diretto a colpire sistemi di arma avanzati e infrastrutture iraniane in Siria.

Passano poche ore: domenica è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a fare quella che ha tutta l’aria di essere un’allusione indiretta all’attacco all’aeroporto di Damasco. “Israele sta costantemente lavorando per impedire ai nostri nemici di ottenere armi avanzate”.

Ancora qualche ora e lunedì, in giornata, arriva un altro messaggio da Gerusalemme: il governo israeliano rende pubbliche alcune fotografie scattate dal suo nuovo satellite spia, Ofek. Nelle immagini si vede una base militare siriana, il palazzo presidenziale di Assad e, naturalmente, l’aeroporto di Damasco.

Siamo alla serata di lunedì: missili provenienti dal Mediterraneo colpiscono la sede dell’Organizzazione per le Industrie Tecniche, una sussidiaria del ministero della Difesa siriano a Latakia, sulla costa. Ma qualcosa va storto: nel corso dell’attacco un aereo russo con 15 militari a bordo viene abbattuto mentre si dirige alla base di Khmeimim. All’agenzia ‘Tass’ il ministero della Difesa russo parla di attacco compiuto da quattro jet israeliani e di missili lanciati da una fregata francese. I russi riconoscono quasi subito che il loro aereo è stato abbattuto dalla difesa missilistica siriana, ma accusano Israele di “condotta irresponsabile” per aver avvisato l’esercito russo solo un minuto prima dell’azione. Il governo di Mosca minaccia provvedimenti. Nel pomeriggio di martedì l’esercito israeliano capitola: riconosce la paternità dell’attacco ed esprime rincrescimento per la sorte dei 15 militari russi.

Difficile dire quali siano le armi iraniane così avanzate da convincere Israele a investire ingenti risorse in Siria e a rischiare così tanto a livello internazionale. Si parla di armi chimiche, missili di precisione e missili balistici, quelli che, per intenderci, possono portare testate nucleari.

La Siria ha ufficialmente aderito fin dagli anni 60 al Trattato di non proliferazione nucleare. Ma alla metà degli ‘80 Hafetz Al Assad, padre dell’attuale presidente, si stava già dando da fare per sviluppare un programma nucleare che sulla carta avrebbe dovuto essere a uso civile.

Un obiettivo l’aveva raggiunto nel 1991, quando la Cina aveva collaborato alla costruzione di un mini-reattore per la ricerca a Der Al-Hadjar, nei pressi di Damasco. Il tutto sotto il vigile controllo dell’Iaea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Quel mini-reattore poteva produrre solo ridotte quantità di plutonio, insufficienti per una bomba nucleare. Il mondo poteva stare tranquillo, almeno ancora per qualche anno.

Nel settembre del 2007 la situazione si ribalta: l’aviazione israeliana bombarda e distrugge il reattore nucleare di Al-Kibar, nei pressi di Deir Ezzor, nel nord est della Siria. Il reattore, finanziato da Teheran e costruito con la consulenza di scienziati nordcoreani, era ancora in costruzione e di lì a poco sarebbe servito per produrre plutonio a uso bellico. L’Iaea non ne sapeva niente, ma adesso deve fare qualcosa.

L’impianto di Al Kibar viene raso completamente al suolo tre giorni dopo l’attacco israeliano: il governo di Damasco nega ancora oggi che si trattasse di un impianto nucleare. Le indagini successive dell’agenzia internazionale arrivarono alla conclusione opposta: la Siria aveva violato i patti di non proliferazione. Nel 2008 i dubbi si moltiplicano: qualcosa di irregolare affiora anche nell’impianto di Der Al-Hadjar, nei pressi di Damasco. Le indagini, però, finiscono nel nulla: si arrestano improvvisamente con lo scoppio della guerra civile nel 2012. Da allora i controlli non ci sono più stati.

Nessuno sa dove sia finito l’uranio che avrebbe dovuto alimentare il reattore di Al Kibar. Il governo di Damasco non ha mai permesso all’Iaea di visitare i siti sospetti nei pressi delle città di Masyaf, Iskandariyah e Marjas-Sultan.

Una cosa, però, dà da pensare: molti degli attacchi aerei e missilistici israeliani di questo ultimo anno e mezzo hanno colpito i siti sospetti del programma nucleare siriano.

Al Masyaf è il più noto. Qui il primo attacco israeliano è avvenuto, guarda caso, nel settembre del 2017, esattamente dieci anni dopo il bombardamento dell’impianto nucleare di Al-Kibar. Il 22 luglio di quest’anno i cieli di Al Masyaf si sono infiammati di nuovo: l’attacco questa volta si è diretto contro un centro di ricerca scientifico della città. E ancora, agli inizi di agosto, Israele viene accusata di aver ucciso lo scienziato siriano Aziz Asbar facendo esplodere l’auto su cui viaggiava. Asbar lavorava in quel centro di ricerca di Masyaf che gli israeliani avevano distrutto nel settembre del 2017 e che il governo di Damasco aveva prontamente fatto ricostruire.

Di certo c’è solo che l’unità speciale di Asbar, chiamata “Settore Quattro”, era top-secret: lo scienziato, secondo il quotidiano libanese “Al Manar”, lavorava in stretto contatto con colleghi iraniani e nordcoreani. Ed era collegato anche al “Centro siriano per gli studi scientifici e la ricerca” di Damasco, un centro che, secondo gli analisti, sarebbe una copertura per la ricerca militare, forse un istituto di ricerca per le armi nucleari. In mancanza di ispezioni indipendenti sarà difficile arrivare a conclusioni certe.

La città di Al Qusayr, al confine con il Libano, è un altro luogo controverso, teatro di attacchi israeliani. Nel gennaio del 2015 la versione online del quotidiano tedesco “Der Spiegel” aveva rivelato che il governo siriano era ancora impegnato nello sviluppo del suo programma nucleare: a pochi passi dalla città di confine sorgerebbe un impianto nucleare sotterraneo segretissimo. Nessuno ne ha più saputo niente. Eppure, è proprio qui che il 10 maggio di quest’anno è stato bombardato un sito nei pressi della base aerea della città. Lo schema di questi attacchi sembra ripetersi: prima le rivelazioni sulla stampa, poi, quando i messaggi non bastano, si passa all’azione.

Nelle guerre la prima vittima è sempre la verità. Cosa stia accadendo veramente in Siria, quali armi si stiano sviluppando e perché Israele investa tante risorse per fermarle, peraltro senza che nessuno a livello internazionale alzi nemmeno un dito, non ce lo verranno a raccontare tanto facilmente. Possiamo solo constatare qualche coincidenza senza lo straccio di una prova. Ma attacco dopo attacco i dubbi che non si tratti di semplici missili di precisione, sono sempre più forti.

 

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