mercoledì, Luglio 28

Siria: l’ipotesi del federalismo e il ruolo degli USA

0

La crisi che sta affaticando la Siria ormai da diverso tempo sembrerebbe prossima ad una auspicata conclusione. I dialoghi crescono e il contrasto tra il regime e l’opposizione potrebbe non essere più un problema. Si discute circa la migliore soluzione politica per un Paese a lungo diviso e controllato da diverse forze. Di queste misure si continuerà probabilmente a parlare anche nei prossimi colloqui, ora che la presa di posizione degli USA circa Assad non appare più come un problema e tutti sembrano favorevoli alla ricostruzione della Siria.

Una ricostruzione che, secondo alcuni, dovrebbe incentrarsi sul federalismo.

Come sottolinea Hosam al-Jablawi dell’Atlantic Council, la cosa più probabile è venga adottato il sistema federale, nonostante le obiezioni che provengono sia dal regime che dalle opposizioni. Di fatti, l’opzione non sarebbe nemmeno tanto lontana dalla situazione odierna della Siria; il Paese, infatti, è già porzionato in tante regioni. Ad esempio, i curdi al nord hanno già dichiarato la loro indipendenza e anche gli abitanti del territorio di Suwaida, appartenenti al Dursi, hanno rivendicato una sorta di Governo ‘federale’ nel sud della Nazione. L’intera area di Idlib è, invece, sotto il controllo dell’opposizione ed al regime non rimane che il controllo della parte centrale e occidentale della Siria.

Nei più recenti colloqui di pace a Ginevra, mediati dalle Nazioni Unite, una fonte dell’opposizione ha rivelato che sarebbe stata la Russia a proporre la soluzione federale. Questa sarebbe l’unica via affinché il regime di Assad rimanga sotto un controllo necessario, almeno nelle aree a maggioranza alauita, tra cui quella del porto militare di Tartus, noto per la posizione così interessante per Mosca.

Le indiscrezioni, però, coinvolgono anche gli altri attori occidentali, tra cui gli Stati Uniti che sarebbero parimenti favorevoli al federalismo. Secondo quanto scrive al-Jablawi, i Paesi occidentali «vedono il federalismo come l’unico scenario realistico per prevenire la partizione della Siria in molteplici entità controllate da gruppi armati con ideologie confliggenti».

Anche i curdi si dicono ottimisti riguardo questa soluzione, poiché, altrimenti sarebbe difficile per il Governo siriano controllare una Nazione caratterizzata da così tante fazioni che a loro volta controllano aree intere. Secondo al-Jablawi, i curdi  credono che non ci sia metodo più efficace di quello federale per evitare il regime dittatoriale. Chi appoggia la proposta sottolinea altresì il guadagno in termini di sicurezza e la conseguente soluzione ai problemi etnici che per anni hanno trascinato la Siria nel baratro.

La suddivisione di poteri tra diverse fazioni in Siria sarà, con molta probabilità, il fattore principale da considerare per risolvere definitivamente la crisi. Secondo l’attivista curdo Serdar Khalil, «l’odio così radicato tra le parti presenti sul territorio dopo anni di guerra, rende impossibile ripristinare ogni sembianza di ‘tessuto’ nazionale». Sarebbe, quindi, proprio il federalismo ad essere la soluzione migliore, perché può incorporare differenti etnie e parti che potrebbero altrimenti avere timore di essere controllate da gruppi che vogliono ottenere il potere. Inoltre, continua, «l’opzione della decentralizzazione è la via migliore per mantenere la Siria unita, come uno Stato».

La strada del federalismo è, da un lato, ampiamente supportata dalle minoranze etniche e religiose ma, dall’altro lato, è vista negativamente dagli Stati confinanti, soprattutto dalla Turchia che teme il ripetersi di quanto è accaduto in Iraq e in Siria con i curdi che hanno acquisito un loro Governo a discapito della sicurezza del Paese.

Le contrarietà, però, non terminano qui.

Il federalismo non è visto come una buona misura anche da chi crede che, in un territorio come quello della Siria, non potrebbe mai avere l’effetto che ha avuto e che ha in Paesi come gli Stati Uniti o il Canada, così diversi e così lontani da ogni punto di vista. La ragione è piuttosto semplice. Se un Governo federale prendesse piede in Siria, come scrive al-Jablawi, esso sarebbe comunque attuato con le linee etniche e religiose proprie di quella cultura e non con i valori propri di altri esempi di successo, come la libertà di movimento o la garanzia della cittadinanza. Chi non crede nel federalismo come un’opzione, vede «la Libia come un chiaro esempio di come un simile sistema possa fallire e far sorgere multipli Governi», ognuno supportato da poteri diversi che, a loro volta, prendono decisioni confliggenti tra loro.

Anche l’esperto legale Arwa al-Sousi, è della stessa opinione. La Siria potrebbe risentire di un simile sistema, perché, «per prima cosa, frammenterebbe la Nazione e prolungherebbe il conflitto, specialmente qualora i poteri stranieri continuassero a supportare le autorità in ogni regione invece che le autorità federali, come gli USA, ad esempio, supportano i curdi, la Turchia i gruppi ribelli e la Russia il regime di Assad». Ma il problema principale riguarderebbe la popolazione che incontrerà non poche difficoltà nell’attuazione e nella comprensione di una novità così grande. Per chi da decenni è solito convivere solo con un Governo dittatoriale e centralizzato, l’accettazione di un simile cambiamento può non essere cosa semplice. Secondo al-Sousi, sarebbe da prediligere un sistema di Amministrazioni provinciali che godano di poteri ampi e che rispettino il potere delle autorità centrali.

Visto il regime, affezionato da così lungo tempo ad un potente apparato di sicurezza che gli garantisce il mantenimento del potere, alcuni continuano a pensare che sia impossibile un frazionamento di successo per una nazione come la Siria. Gli Stati sarebbero in una continua lotta per la presa del controllo ed in contrasto con il potere centrale.

Un’altra questione, come sottolinea l’autore del report, sarebbe il come distribuire le ricchezze del Paese in tutti gli Stati senza creare altri problemi. Le risorse agricole e petrolifere sono concentrate nell’area settentrionale ed orientale, mentre i lealisti di Assad controllano i porti principali. «Questo significa che sarebbe necessario raggiungere un solido accordo su come condividere le ricchezze della Nazione prima che un progetto simile venga adottato».

Un ruolo rilevante lo hanno certamente gli USA, ormai coinvolti ufficialmente nei dialoghi sulla ricostruzione siriana ma riguardo il loro ruolo attivo, permane qualche dubbio.

Come sottolinea Emelie Chace-Donahue del ‘Rafik Hariri Center for the Middle East’, «posporre il come, il quando e il come, indebolirà soltanto la posizione che l’America ha nei confronti degli altri attori nel Paese». Gli USA parlano di ricostruzione e di necessaria connessione con la comunità locale senza considerarne, però, i dettagli. Al momento, gli Stati Uniti finanziano diversi progetti umanitari e di stabilizzazione dell’area, ma il Governo non ha ancora ufficialmente modificato il suo mandato per focalizzarsi sulla ricostruzione di cui si parla.

Una delle priorità dei programmi americani è il supporto della società siriana e dei corpi di Governi locali di opposizione al regime, ma riguardo le altre regna l’incertezza con il rischio che l’occhio americano punti sulla ricostruzione fisica, lasciando fuori la società civile e la governance.

Molti degli attori che controllano la Siria, in realtà, non si preoccupano della crescita della società per il timore di esserne minacciati; Assad, da parte sua, continua a reprimere gli oppositori al suo regime e crea una sua personalissima strategia per la ‘ricostruzione’. Secondo Emelie Chace-Donahue, il coinvolgimento della stessa società e dei corpi governativi locali dovrebbe costituire un punto centrale nel progetto di ricostruzione siriana. Ciò avrebbe l’effetto di rendere il Governo più aperto e più rispondente nei confronti delle necessità delle persone e, conseguentemente, garantirebbe una certa stabilità.

Il regime, però, reprime qualsiasi tipo di opposizione, tra queste, anche quelle delle ONG che operano in quelle aree. Le Organizzazioni rischino quotidianamente di vedere le loro attività bloccate qualora non si conformino alle linee dettate dal regime e non si astengano, cioè, da qualsiasi azione che possa portare ad una riforma politica o sociale della società.

Se la ricostruzione prenderà piede sotto questo clima di oppressione, si andrà incontro a due rischi, secondo Chace-Donahue: innanzitutto, l’aiuto verrebbe dirottato dal regime o da altri attori, come è già successo con i progetti delle Nazioni Unite dove le compagnie associate ad Assad hanno ricevuto alla fine ben 18 milioni di dollari. Secondo, se ci si limiterà ad una ricostruzione di tipo ‘fisico’, la società civile ne resterà esclusa e rimarrà cristallizzata lì dov’è senza poter giocare quel ruolo essenziale nel dialogo con il Governo che, invece, rimarrà impassibile ai bisogni del popolo. La guerra civile non sparirà, i ribelli ne riceveranno un vantaggio e il circolo non avrà fine.

Se si da per appurato che l’azione di ricostruzione deve puntare al supporto della società, gli Stati Uniti allora dovrebbero basare il proprio ruolo proprio su questo. «Gli USA devono considerare come meglio indirizzare i propri programmi» per non permettere che vengano dirottati dall’obiettivo di avvantaggiare gli oppressi. Secondo Chace-Donahue, non sarebbe la prima volta in Siria per gli Stati Uniti che hanno già operato per far crescere la società. Ma questi programmi dovrebbero essere rivisitati; la sfida maggiore sarà quella nei territori controllati dal regime. Quale sarà il rischio che gli Stati Uniti saranno pronti ad accettare per operare in quelle zone, ancora non si sa.

Sembra comunque che ogni soluzione al momento sia complessa da attuare senza un ruolo attivo degli stessi siriani; sarebbero loro i primi a dover concordare sulla strategia da adottare per uscire dalla crisi, sia essa il federalismo o altro, così che il nuovo sistema possa garantire giustizia e sicurezza in ogni angolo del Paese. D’altronde, è chiaramente intuibile che, ogni sistema imposto dall’esterno, non farà altro che prolungare la guerra civile.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->