domenica, Maggio 16

Siria: l'azzardo di Obama field_506ffb1d3dbe2

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Sembrerebbe una vera e propria roulette russa la strategia del Presidente degli Stati Uniti in Siria. Con l’avvallo dei raid contro lo Stato Islamico, Barack Obama ha scelto di giocare un difficile azzardo: cercare di distruggere la capacità militare del gruppo jihadista senza favorire la macchina di potere di Bashar al-Asad. In un teatro di guerra fortemente spezzettato, gli attacchi che gli americani, con il sostegno degli alleati arabi, stanno conducendo potrebbero, infatti, dare respiro e nuovo vigore alle forze del regime siriano dopo mesi di continue pressioni da parte dell’Is e di altri gruppi anti-regime.

Sono molti gli esperti che avvallano questa ipotesi e che avvertono dei limiti di tale strategia, che rischierebbe di aver un esito diametralmente opposto all’obiettivo dichiarato di Obama, ossia la caduta di Bashar al-Assad. Secondo Emile Hokayem, analista di sicurezza mediorientale per l’International Institute of Strategic Studies di Londra «il regime sembra essere nella migliore posizione per avere vantaggi, politici e militari a breve termine. Ma questi potrebbero rivelarsi essere svantaggi nel lungo termine, è troppo presto per dirlo».

Ma, la Casa Bianca, dopo gli iniziali tentennamenti, sembra essere decisa a procedere su questa strada. «E’ in corso un secondo giorno, e poi ci sarà un terzo ed altri». Così John Kerry, intervistato dalla ‘Cnn‘, ha dichiarato come i raid aerei contro lo Stato Islamico «andranno avanti» per un certo tempo. Il Segretario di Stato americano ha poi ricordato che la lotta all’Is non comprende solo i raid in corso, ma è un impegno molteplice che comprende il contrasto ai jihadisti stranieri, il taglio dei finanziamenti al terrorismo, e un più ampio sforzo affinché «l’Islam torni ai musulmani». Damasco intanto, da parte sua, continua ad applaudire i raid aerei Usa contro le postazioni degli jihadisti sunniti dello Stato islamico in Siria, sottolineando come questi vadano nella «giusta direzione». Il Governo siriano continua a seguire gli sviluppi della situazione con cautela, e secondo il Ministro per la Riconciliazione Nazionale, Ali Haidar, «per quanto successo finora, (i raid) stanno procedendo nella giusta direzione» perché il Governo siriano è stato «informato» e i bombardamenti non hanno «colpito i civili».

Sempre in Siria, emergono inquietanti dettagli sulla possibile presenza di italiani nelle carceri governative di Bashar al-Asad. Ad evidenziare la questione, il giornalista libanese Talal Khrais, corrispondente del quotidiano ‘As-Safir‘ e da tre anni in Siria per seguire il conflitto. «Ci sono 4mila europei nelle prigioni siriane che provengono dal Belgio, dalla Francia, dalla Germania. Dall’Italia sono circa 80 persone» ha detto Khrais durante la trasmissione di cui era ospite su Radio 24. Secondo il giornalista libanese, queste persone sono italiani convertiti all’Islam oppure cittadini stranieri «in particolare dei Paesi del Maghreb‘». Khrais ha poi spiegato che «i siriani non vogliono rivelare a nessun servizio di sicurezza» la presenza di questi prigionieri europei «perché loro giocano questa carta per ripristinare i rapporti diplomatici». Ospite della trasmissione anche il Sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova che, alle parole del giornalista Krhais, ha replicato: «Su numeri così precisi io non potrei e non posso dire nulla ma che questo fenomeno coinvolga anche l’Italia è più che possibile»

Nel frattempo, il Presidente statunitense Barack Obama, ha rilanciato oggi all’ONU la lotta contro lo Stato Islamico: «non ci può essere ragionamento, né negoziato, con questo marchio del male. Nessun Dio perdona il terrore che i jihadisti hanno seminato in Iraq e Siria. «L’unico linguaggio compreso da killer come questi è il linguaggio della forza», ha continuato Obama, tornando a ripetere che gli Stati Uniti «lavoreranno con un’ampia coalizione per smantellare questa rete di morte». Barack Obama, dal podio dell’Assemblea Onu ha poi lanciato un appello anche all’Iran: «Non lasciate che passi questa opportunità storica, possiamo raggiungere una soluzione che soddisfi il vostro bisogno di energia e rassicuri il mondo che il vostro programma nucleare è di pace» ha dichiarato rivolgendosi (indirettamente) ai rappresentanti iraniani.

Pochi applausi a fine discorso, davanti a una platea sostanzialmente fredda. Non ha suscitato infatti particolare entusiasmo il discorso del Presidente Usa all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un intervento di quasi 40 minuti durante il quale Obama ha chiesto l’aiuto del mondo nella battaglia contro l’Isis, ha parlato di Ucraina e Russia, di Siria e di Iraq, di Israele e Palestina. Piccolo evento storico a margine dei lavori ONU: il Premier britannico David Cameron ha avuto un colloquio con il Presidente iraniano, Hassan Rohani. I due Paesi non si incontravano ufficialmente dalla rivoluzione islamica del 1979. Nella foto dell’evento si vede Rohani sorridente mentre stringe la mano a Cameron.

Si distende intanto la situazione in Ucraina, con la Nato che ha registrato una riduzione del numero di soldati dell’Esercito russo nelle regioni orientali dell’Ucraina, anche se la presenza rimane «elevata». Carmen Romero, portavoce dell’Alleanza atlantica, ha dichiarato come «si sia registrata una riduzione degli incidenti e delle truppe regolari russe nei territori dell’Est dell’Ucraina». Ha poi aggiunto come nel Paese ci siano ancora «truppe speciali russe e una presenza militare notevole ai confini con l’Ucraina». Tuttavia, il vincitore del braccio di ferro in Ucraina sembra essere proprio il Presidente russo Vladimir Putin che, secondo un recente sondaggio dell’istituto Opinione Pubblica, rappresenta un’autorità morale per il 36% dei russi.

Brucia invece la Libia, con il Parlamento libico assediato a Tobruk che evoca il rischio catastrofe umanitaria nell’area di Warshefana, a sudovest di Tripoli, teatro da settimane di sanguinosi combattimenti tra milizie rivali. Il Parlamento chiede infatti il cessate il fuoco, e all’Onu di recarsi nella zona per evacuare donne, bambini, e disabili ed assicurare un ponte aereo. Intanto, i miliziani filo-islamici di operazione Alba, hanno incendiato le abitazioni del nuovo Ministro dell’Interno libico, Omar al Sekni, a Tripoli e Misurata. Il Ministro è entrato ieri a far parte della squadra di Governo, fedele al Parlamento che si riunisce a Tobruk. A Bengasi la situazione resta tesissima: la scorsa settimana sono state uccise 14 persone, compresi due giovanissimi attivisti. Oggi sono finiti sotto i colpi dei killer anche civili e un imprenditore, oltre a due colonnelli. Alcuni giorni fa, un assassino al soldo dei jihadisti, è stato ucciso da una cinquantina di civili armati che hanno anche respinto un convoglio di pickup con le bandiere nere di Ansar al-Sharia che tentava di soccorrere il killer.

In Algeria, è stato ucciso dai miliziani di Jund al-Khilifa, legati ai jihadisti sunniti dello Stato Islamico (IS) il 55enne francese Herve Pierre Gourdel, di Nizza, rapito sabato scorso mentre stava facendo trekking sui monti della Cabilia. Gourdel aveva chiesto nei giorni scorsi al Presidente francese Francois Hollande di fermare i raid in Iraq, avvertendolo che in caso contrario sarebbe stato ucciso. Ma il Presidente ha rifiutato di trattare e così il triste epilogo. “Messaggio di sangue per il governo francese”: questo il titolo dell’atroce video in cui i jihadisti mostrano la decapitazione dell’ostaggio francese.

 

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