sabato, Dicembre 4

Siria: l’attacco rimescola le carte sullo scenario interno e internazionale

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L’attacco alla Siria di questa notte in poche ore sembra già aver prodotto un primo rimescolamento delle carte sia sullo scenario interno americano che su quello internazionale.

Sul fronte interno, Donald Trump incassa in bene stare sia degli avversari interni al partito repubblicano, in prima linea l’avversario di Trump per eccellenza, John McCain, sia dei democratici. McCain, che presiede la commissione dei Servizi armati al Senato, ha commentato la decisione di Trump dicendo che «diversamente dall’Amministrazione precedente, il Presidente ha affrontato un momento decisivo in Siria ed è passato all’azione. Per questo, si merita il sostegno del popolo americano». Paul Ryan, lo speaker repubblicano alla Camera, ha dato il benvenuto alla mossa di Trump spiegando che Assad «deve rispondere delle proprie azioni e chi lo facilita», intendendo Russia e Iran, «devono convincersi a cambiare rotta».

Il leader della commissione Relazioni estere al Senato, il democratico Ben Cardin, ha detto che «gli attacchi contro l’arsenale di Assad hanno inviato un segnale chiaro che gli Usa difenderanno norme accettate a livello internazionale e le leggi contro l’uso di armi chimiche».

Poche le voci, al momento, che, al Congresso, esprimono preoccupazione, i rilievi riguardano il fatto che il presidente ha  agito senza una autorizzazione di Capitol Hill, secondo alcuni necessaria, visto che gli Usa non sono stati attaccati dalla Siria. Non del tutto compatti i democratici, che chiedono comunque che Trump riferisca al Congresso.  Il leader della minoranza democratica al Senato, Chuk Schumer, fa sapere: «Assicurarsi che Assad sappia che quando commette tali riprovevoli atrocità pagherà  un prezzo è corretto». Mentre Nancy Pelosi avverte che «la crisi in Siria non sarà risolta da una notte di attacchi aerei» ma sottolinea che è stata «una risposta proporzionale all’uso delle armi chimiche».

Sul fronte internazionale Turchia e Israele -due Paesi nuovamente vicinissimi da qualche mese alla Russia- si sono detti completamente a fianco degli USA.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, già prima dell’attacco, quando era stato reso noto che Trump stava valutando l’azione militare, aveva accolto con favore le parole di Donald Trump dicendosi pronto a supportare un’eventuale azione militare degli Stati Uniti in Siria. «Se ci sarà veramente noi siamo pronti a fare la nostra parte».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso «pieno sostegno» all’attacco americano lanciato la scorsa notte in Siria che «manda un messaggio forte e chiaro sul fatto che l’uso e la diffusione delle armi chimiche non saranno tollerati». Israele, ha detto il premier, «sostiene appieno la decisione del Presidente Trump e spera che questo messaggio di risolutezza rispetto alle orribili azioni del regime di Assad risuoni non solo a Damasco, ma anche a Teheran, Pyongyang e altrove».

«L’Arabia Saudita sostiene pienamente le operazioni militari Usa contro obiettivi militari in Siria che sono una risposta all’uso da parte del regime di armi chimiche contro civili innocenti», ha dichiarato una fonte di Riad alla stampa, che ha elogiato il presidente Trump, definendolo ‘coraggioso’, e sottolineato al contrario che «la comunità internazionale ha fallito nel fermare le azioni del regime».

La Ue, in particolare una portavoce dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, ha fatto sapere che erano stati informati dagli Usa dell’imminente attacco.

Il governo della Gran Bretagna, in una nota, fa sapere che «appoggia pienamente» l’attacco americano in Siria e lo considera «una risposta appropriata al barbaro attacco con armi chimiche lanciato dal regime siriano».

Sorpresa la leader del Front National Marine Le Pen: «Sono un po’ stupita, perché Trump aveva indicato in più riprese che non intendeva più fare degli Usa il gendarme del mondo, ed è esattamente quello che ha fatto ieri», ha detto a France 2.

Dalla Siria invece parla il ministro della Difesa Fahd Yasem al Freich, che parla di ‘aggressione’. E parla di un attacco che «fa degli Stati Uniti un alleato dell’Stato Islamico e del Fronte Al Nusra». La risposta di Damasco, ha proseguito, sarà quella di «insistere nel suo dovere nazionale di difendere i siriani e lottare contro il terrorismo e stabilire di nuovo la sicurezza in Siria». Quanto alle motivazioni addotte da Donald Trump per lanciare la rappresaglia, è lapidario: «Non conosce la verità di quello che è successo nè di chi è il responsabile».

Diverso è il tono delle prime reazioni che arrivano dalla Russia, dove si parla di «azioni irresponsabili». E’ da precisare che la Russia sarebbe stata preventivamente avvisata dell’attacco. L’Esercito russo è stato avvertito dagli Usa per «minimizzare il rischio per il personale russo o siriano nella base militare» colpita, si sostiene il Pentagono, attraverso il portavoce del Pentagono Jeff Davis. Le fonti americane e russe sembrano al momento concordare.  Altresì, la base militare siriana sarebbe stata evacuata prima dell’attacco missilistico degli Stati Uniti, lo ha riferito l’agenzia di stampa ‘RIA Novosti‘ con riferimento ai media locali, confermando di fatto l’avvertimento da parte degli Usa di un imminente attacco.

La Russia è venuta a meno alle sue responsabilità in Siria, aveva accusato il Segretario di Stato Usa Rex Tillerson. «I russi sono stati avvisati in anticipo» attraverso la speciale linea di comunicazione stabilita tra militari Usa e russi per evitare incidenti in Siria. Dalla Russia, comunque, le prime reazioni sono dure: il primo vice presidente della Commissione Difesa della Duma Andrey Krasov. «Queste azioni irresponsabili, sconsiderate non contribuiscono alla sicurezza globale, alla sicurezza del Medio Oriente. Ci possono essere altri conflitti militari, l’espansione del conflitto militare. Gli Stati Uniti vogliono soffiare e alimentare un grande fuoco in Medio Oriente».

E si lascia intedere che dopo l’attacco con 59 missili Usa su una base siriana, può saltare la cooperazione sinora avuta con gli Stati Uniti sulla Siria. Lo ha detto il capo della Commissione del Consiglio della Federazione russo (il senato) su difesa e sicurezza Viktor Ozerov. «Gli attacchi missilistici degli Stati Uniti potrebbero minare gli sforzi per combattere il terrorismo in Siria», non ha escluso il capo della commissione.
Mosca ha chiesto che si riunisca il Consiglio di sicurezza dell’Onu con urgenza.

E proprio in mattinata ecco la conferma dell’irritazione di Mosca: «Questo passo di Washington arreca un danno notevole ai rapporti russo-americani, che si trovano già adesso in uno stato deplorevole» ha detto il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, che parla di «atto di aggressione contro un Paese sovrano».  «La cosa più importante secondo Putin è che questo passo non ci avvicina all’obiettivo finale della lotta contro il terrorismo internazionale e crea invece un ostacolo serio alla creazione di una coalizione internazionale per lottare contro di esso in modo efficace».

«La Russia prima di tutto chiederà una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questo può essere considerato come un atto di aggressione da parte degli Stati Uniti contro uno Stato dell’Onu», ha detto ai media russi Viktor Ozerov, presidente del comitato di Difesa e sicurezza del Consiglio federale (Parlamento) russo. Intanto ecco la prima ritorsione di Mosca: stop al memorandum con la coalizione a guida americana per la prevenzione degli incidenti e sulla garanzia della sicurezza dei voli durante l’operazione in Siria.

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