mercoledì, Settembre 22

Siria: la minoranza cristiana a rischio field_506ffb1d3dbe2

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Buone notizie provengono nel frattempo dallo Yemen, dove è stata liberata Isabelle Prime, la 30enne francese rapita lo scorso 24 febbraio a Sana’a. Prime, dipendente della Ayala Consulting Corporation, lavorava come consulente per un progetto della Banca Mondiale quando è stata rapita nella capitale insieme alla sua interprete, rilasciata a marzo. Fondamentale per l’esito delle trattative sarebbe stato il ruolo dell’Oman, che secondo le autorità omanite è stata ‘ritrovata’ grazie alla mediazione del sultanato in collegamento con “alcuni ambienti yemeniti“.

Il presidente francese, Francois Hollande, ha ringraziato «tutti coloro che hanno contribuito alla liberazione» di Prime, compreso il sultano Qabus, con l’Oman che ha confermato il suo crescente ruolo di mediatore discreto ed efficace nella crisi yemenita. Già nel 2011 il Paese arabo servì infatti come transito per tre operatori umanitari francesi sequestrati e tenuti prigionieri nello Yemen per sei mesi. O più recentemente per il rimpatrio, nel giugno scorso, del giornalista statunitense tenuto in ostaggio dai ribelli sciiti Huthi.

Israele, nel frattempo, si ritrova sempre più divisa al proprio interno a causa dei contraccolpi nella pubblica opinione israeliana dopo l’attacco dei coloni in Cisgiordania che hanno causato la morte di un neonato palestinese, ucciso durante il rogo della sua casa compiuto da estremisti ebraici. «Siamo nel mezzo di una grande frattura» della società ed un omicidio a sfondo politico ‘è possibile’ ha dichiarato il presidente israeliano Reuven Rivlin, in un’intervista al sito Ynet, a poco più da un anno dal suo insediamento e mentre si moltiplicano episodi di violenza da parte di estremisti ebrei.

«Il terrore è terrore e non importa a quale nazionalità appartenga» ha affermato «c’è una difficoltà nel combattere il terrore perseguito dai gruppi di estremisti ebrei. E’ un terrore che arriva dall’interno ed è difficile portare questi responsabili davanti alla giustizia: abbiamo bisogno di creare strumenti per combattere questo tipo di terrorismo». Poi, alla domanda se ritenga possibile che la violenza di questi giorni possa sfociare in nuovo delitto politico (come fu nel 1994, con l’uccisione dell’allora premier Yitzhak Rabin da parte di un estremista ebreo), Rivlin ha risposto: «Tutto è possibile. Oggi ci sono quelli abbagliati dall’idea che uno Stato ebraico e democratico sia solo per gli ebrei».

Poco distante, nel Mar Egeo, si continua intanto a consumare un’altra tragedia umana senza fine, con la Grecia che si trova ad affrontare una emergenza profughi che ha raggiunto proporzioni bibliche. Secondo Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, nel solo mese di luglio hanno raggiunto le coste greche 50mila migranti, una cifra che supera quella registrata nell’intero 2014. Fatto che ha obbligato Atene a lanciare un appello all’Unione Europea: «è l’Ue della solidarietà o quella che cerca di proteggere i suoi confini?», ha chiesto provocatoriamente il premier Alexis Tsipras riferendosi alle ultime stime di Frontex. «E’ una crisi umanitaria, dentro un paese che già vive una crisi economica», ha sottolineato poi il primo ministro ellenico. «La dimensione del problema è europea, va oltre le nostre capacità».

Già dall’inizio del 2015 l’agenzia dell’Onu per i rifugiati aveva denunciato le condizioni di sofferenza dei migranti arrivati sulle coste della Grecia e costretti a dormire all’aperto. A sollevare il problema chiedendo l’intervento di Bruxelles sono state successivamente anche le Ong, con Save the Children che ha rilevato come «i bambini rifugiati e migranti si trovano ad alto rischio di sfruttamento, abuso e malattie, anche mortali».

«Circa 1.000 persone», spiega la Ong nell’ultimo rapporto, «sbarcano ogni giorno sulle isole del Dodecaneso, per la maggior parte siriani, afgani e iracheni che cercano rifugio in Europa». Sempre secondo il testo, i centri di accoglienza sono nove ma in realtà «solo uno funziona come tale mentre mentre gli altri assomigliano più a centri di detenzione, dal momento che bambini e adulti non possono uscire e inoltre sono privi dei basilari servizi».

Inoltre, molti minori hanno riferito agli operatori di Save the Children a Lesbo, Chios, Kos e Atene di non aver mangiato per giorni e di aver paura a dormire fuori o andare in bagno durante la notte per il rischio di abusi. «Al momento il rischio per un bambino, costretto a dormire per strada, di essere molestato, o, per un bambino piccolo, di morire per un colpo di calore, è purtroppo molto reale. E sta succedendo proprio alle porte dell’Europa», ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia.

Nel frattempo, si aggiunge un nuovo tassello nell’intricata vicenda dei marò e nella battaglia legale tra India e Italia per la loro liberazione. Per venire a capo del braccio di ferro con New Delhi, Roma ha infatti attivato a fine giugno la procedura di arbitrato internazionale. Ma ha anche chiesto all’Itlos (Tribunale internazionale del diritto del mare) l’applicazione di misure provvisorie e cautelari che consentano la permanenza in Italia di Latorre e il ritorno in Italia di Girone in attesa che il contenzioso venga deciso dalla procedura arbitrale.

Sarà una lunga battaglia tra alcuni dei massimi esperti di diritto internazionale quella che da lunedì andrà in scena ad Amburgo sul caso. In ballo, davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare (Itlos), c’è la sorte dei due Fucilieri di Marina, a partire dalla possibilità che il primo possa rimanere in Italia e il secondo tornarvi in attesa che l’arbitrato internazionale stabilisca a chi spetti la giurisdizione sull’uccisione di due pescatori indiani nel 2012.

Da lunedì (e prevedibilmente per diverse settimane) nella ‘court room‘ del tribunale della città anseatica si confronteranno da una parte il team legale scelto dall’Italia, guidato da David Bethlehem, ex consigliere legale del Foreign Office, avvocato del foro di Londra; da parte indiana, altri due principi del foro molti noti, a conferma che l’India vuole far valere le sue ragioni: oltre al procuratore generale aggiunto, PL Narasimha, Alain Pellet, un avvocato francese che è stato presidente della Commissione di Diritto Internazionale dell’Onu, e il britannico Rodman Bundy.

 

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