martedì, Aprile 13

Siria: la minoranza cristiana a rischio field_506ffb1d3dbe2

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Ad un anno esatto dall’inizio dei raid internazionali contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq, il gruppo jihadista di Abu Bakr al-Baghdadi, tutt’altro che indebolito, continua la propria offensiva nei territori a cavallo tra i due Paesi, e lo fa conquistando una località strategica nel nord-ovest della Siria, al-Qaryatayn, snodo fondamentale che collega le zone controllate dall’IS nella regione di Qalamun con le zone orientali della provincia di Homs.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ieri i miliziani dell’ISIS avrebbero preso il controllo della cittadina dopo duri scontri con le forze del regime, che hanno causato la morte di 24 jihadisti e 28 soldati, anche se le forze lealiste non avrebbero ceduto del tutto, e starebbero cercando di riprendere il controllo di al Qaryatain bombardando diverse postazioni dello Stato islamico.

Ad affiancarsi alle manovre militari, vi è però l’impellente problema delle minoranze presenti nella cittadina, che sarebbero state fortemente colpite dall’avanzata della milizia. Secondo le Ong, ad essere stati rapiti dai jihadisti sarebbero almeno 230 civili, tra cui 19 minorenni e 45 donne cristiane, la cui sorte resta un mistero. A detta delle fonti locali, i sequestrati sarebbero stati scelti in base ad una lista che i miliziani dell’Isis avevano con loro.

Alcuni sarebbero stati prelevati nel monastero di San Elian, dove già nel maggio scorso uomini armati e a volto coperto avevano rapito il priore cattolico di rito siriaco Jacques Murad. Il convento è inoltre legato al monastero di Mar Musa, del gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, anch’esso rapito il 29 luglio 2013 mentre si trovava a Raqqa, nel Nord della Siria, e di cui da allora si sono perse le tracce.

«Noi non parliamo di etnie, perchè noi siamo della stessa etnia di coloro che sono musulmani in Siria. E’ una pulizia religiosa. Quella che i vostri governanti non vogliono vedere: non ne vogliono sapere niente. A loro importa poco delle libertà religiosa di queste comunità, che sono riuscite a sopravvivere per centinaia di anni proprio perché attaccate al loro Salvatore e al Vangelo». E’ quanto ha affermato alla Radio Vaticana il patriarca della Chiesa siro-cattolica, Ignace Youssif III Younan, commentando il rapimento.

Intanto sono più di 240 mila, tra cui 12 mila bambini, i morti nella guerra nel Paese, scoppiata nel marzo 2011. Secondo l’Osservatorio siriano, che aggiorna periodicamente la conta dei caduti, il dato aggiornato è ora di 240 mila morti rispetto ai 230 mila di giugno, di cui 71 mila civili. Tra le forze di Bashar al-Assad si contano invece 88 mila caduti, un terzo del totale, di cui circa 50 mila soldati.

In Iraq, nel frattempo, non è solo lo Stato Islamico il principale problema del governo di Baghdad, alle prese negli ultimi tempi con manifestazioni in diverse città del Paese per protestare contro la corruzione e la carenza nella fornitura di servizi essenziali quali acqua ed elettricità, che pesano sulla popolazione in particolare a causa del caldo di questi giorni, con temperature che hanno superato i 50 gradi in alcune zone del Paese.

Nelle ultime settimane i black-out quotidiani di energia elettrica, che sono già comuni in tempi normali, si sono fatti più frequenti, rendendo ancor più difficili le condizioni di vita in un Paese già alle prese con violenze quotidiane e con la lotta contro l’Isis che occupa vaste regioni del Paese. «Manifestare è un diritto della gente», ha detto il primo ministro Haidar al Abadi in riferimento alle proteste, avvertendo però che non saranno tollerati tentativi di «minare la sicurezza con il ricorso a iniziative in stile rivoluzionario».

Intanto l’Afghanistan, dopo la presunta morte del mullah Omar, storico leader dei talebani, è nuovamente in fiamme. La possibile destabilizzazione ha colpito la stessa capitale Kabul, dove questa notte un camion-bomba ha attaccato un complesso utilizzato dai servizi d’intelligence nel popolare quartiere centrale di Shah Shadid, causando almeno 15 morti e 400 feriti, con la potentissima carica di esplosivo che ha lasciato nel terreno un cratere profondo una decina di metri.

Per il momento non ci sono state rivendicazioni dell’attentato e gli stessi Talebani hanno fatto sapere che stanno verificando chi ne siano gli autori. Secondo gli analisti, l’attacco potrebbe essere opera di qualche fazione degli ex studenti coranici contraria al nuovo corso aperto dalla recente nomina del mullah Mansour al posto del leader storico del movimento. A detta degli esperti, infatti, l’esplosione è stata insolitamente violenta: un elemento che potrebbe avvalorare l’ipotesi di un’azione dimostrativa tesa a minare il processo di pace aperto il mese scorso dai primi colloqui diretti con il governo di Kabul in Pakistan, favoriti dallo stesso Mansour ma avversati dai suoi numerosi rivali interni.

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